L’idea che il fintech italiano debba “seguire il modello americano” è più un riflesso culturale che una scelta sostenuta dai dati. Al convegno Osservatori Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano — tenutosi in data 3 dicembre 2025 — Andrea Ferretti (Partner e Clients & Industries Leader per i Financial Services in Italia presso EY) lo dice senza giri di parole: «Noi stiamo guardando al modello anglosassone e lo vogliamo applicare al nostro ecosistema. Le due cose non c’entrano niente».
Le ragioni emergono chiaramente quando si osserva la struttura del mercato: round medi sotto i 2 milioni, startup che raramente raccolgono capitali ripetuti, founder costretti a tornare ciclicamente alla ricerca di fondi, ecosistemi locali che non riescono ad agganciare i grandi investitori internazionali.
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Il limite del modello VC in Italia non è culturale: è matematico
Il Venture Capital anglosassone si regge sulla logica del portafoglio: molti fallimenti compensati da un’exit miliardaria. In Italia, questo schema non si verifica. Le startup non falliscono in massa, ma neanche esplodono.
Come ricorda Ferretti: «Qua non funziona così. Non ne fallisce nessuna. Ne compri 10, non te ne fallisce nessuna. Ma sono tutte piccole».
In questo contesto, il VC speculativo non trova basi per operare: non può moltiplicare per dieci un investimento dove il valore atteso resta contenuto e distribuito.
La stessa Laura Grassi, direttrice dell’Osservatorio, osserva che le startup italiane vivono in un equilibrio complesso: «La stragrande maggioranza dei round resta sotto i 2 milioni. E cosa fai con 2 milioni su un progetto tecnologico vero?».
La conseguenza è diretta: i founder passano più tempo a cercare fondi che a costruire prodotto.
Perché il Venture Building è più coerente dell’imitazione della Silicon Valley
Il punto non è importare capitali, ma costruire un modello che funzioni nel mercato italiano. Ed è qui che il Venture Building diventa l’alternativa naturale.
Ferretti lo sintetizza così: «Dobbiamo lavorare sui Venture Building. È un Paese che deve lavorare sui Venture Building perché ce l’abbiamo nell’anima a fare impresa».
Il Venture Building offre ciò che al fintech italiano manca:
- Capitale industriale stabile, non speculativo
- Accesso a clienti già esistenti, evitando il costo insostenibile del B2C
- Competenze tecniche e regolamentari integrate, difficili da sviluppare fuori da una grande organizzazione
- Percorsi di crescita graduali, non orientati all’exit immediata
È il modello in cui una banca, un’assicurazione o un grande gruppo tecnologico costruisce internamente una nuova linea di business, anziché rincorrere startup lontane dai propri processi.
Il Corporate Venture Capital come leva strategica, non finanziaria
Ferretti lo dice in modo esplicito: «Bisogna far crescere i CVC, i Corporate Venture Capital che hanno un’ottica strategica».
Il CVC non cerca lo “scommettitore” che moltiplica i ritorni. Cerca la startup che permetta alla corporate di innovare davvero.
Nel mercato italiano questo significa:
- investire in startup che migliorano crediti, compliance, data analytics, back-office
- integrare soluzioni che rendono la banca più efficiente
- creare sinergie industriali invece che puntare alla quotazione in Borsa
È la differenza tra comprare un asset finanziario e integrare un pezzo di infrastruttura.
Il founder ideale non è un “piccolo venture capitalist”
Il problema culturale non è la prudenza, ma un fraintendimento del ruolo del founder.
Lo evidenzia Grassi: «Il founder non dovrebbe ragionare come un operatore di Private Equity. Ha una visione industriale, non speculativa».
Il founder che costruisce per l’exit genera un effetto collaterale: prodotti pensati per essere venduti, non per essere usati. Il Venture Building evita questo scenario, perché collega fin da subito la tecnologia al bisogno concreto dell’azienda madre.
Il mercato non chiede unicorni: chiede continuità e infrastruttura
Il fintech italiano cresce poco ma fallisce pochissimo. È un ecosistema che produce:
- tecnologie verticali
- processi specializzati
- nuove competenze per banche e assicurazioni
Il Venture Building valorizza esattamente questo: startup non nate per scalare globalmente, ma per risolvere problemi che nessuno conosce meglio delle aziende italiane.
Ferretti richiama più volte questa necessità: «Non possiamo approcciare il fintech italiano come Palo Alto o Singapore. È un altro sistema, con un’altra regolamentazione».
Non un modello minore, ma un modello diverso
Il fintech italiano non produrrà PayPal o Stripe, ma produce soluzioni robuste e integrate. Il Venture Building e il CVC non sono ripieghi: sono l’evoluzione naturale di un ecosistema che ha caratteristiche strutturali uniche.
Il punto non è “copiare l’America”, ma capire cosa rende efficace un’impresa tecnologica qui.
Come dice Ferretti: «Non possiamo scimmiottare un modello che non è il nostro. Però possiamo creare le condizioni per far crescere le nostre startup in un’altra logica».






