Giacomo Fanin, CIO Cereal Docks: "Ecco le startup che cerchiamo (e non sono digitali)" | Economyup
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L'INTERVISTA

Giacomo Fanin, CIO Cereal Docks: “Ecco le startup che cerchiamo (e non sono digitali)”



“Le principali per noi sono quelle che guardano agli alternative ingredients, in particolare alle proteine alternative”, dice il Chief Innovation Officer dell’azienda italiana, che raccoglie e lavora cereali e semi oleosi per usi alimentari, mangimistici e industriali. “Gli startupper possono vedere come saremo fra 30 anni”

di Luciana Maci

30 Gen 2019


“Tra 10 anni l’agrifood di Cereal Docks potrebbe essere insostenibile sia dal punto di vista ambientale sia economico. Perciò puntiamo a fare il meglio per far evolvere l’azienda, cercando innovazione al di fuori delle nostre quattro mura”: a dirlo in questa intervista a EconomyUp è Giacomo Fanin, Chief Innovation Officer del gruppo industriale italiano Cereal Docks. Che spiega perché da qualche anno la società ha inglobato due startup, perché è entrata con altre aziende in un acceleratore che seleziona idee innovative sull’agroalimentare da tutto il mondo e perché auspica che l’attività di open innovation di Cereal Docks prosegua anche in futuro. “Gli startupper – sottolinea Fanin – sono in grado di guardare al di fuori di quella che è stata Cereal Docks negli ultimi 30 anni e possono vedere come potrebbe essere nei prossimi 30″.

Agrifood, che cosa fa Cereal Docks

Fondata nel 1983 a Camisano Vicentino (Vicenza), da 35 anni Cereal Docks è attiva come industria di prima trasformazione agro-alimentare per la produzione di ingredienti (farine, oli, lecitine derivati da cereali e semi oleosi) destinati ad applicazioni nei settori feed, food, pharma, cosmetic e usi tecnici. Con oltre 220 dipendenti in 7 sedi produttive e commerciali, 6 in Italia e 1 in Romania, ha registrato nel 2017 un fatturato di circa 700 milioni di euro. In Italia è presente con propri stabilimenti produttivi a Camisano Vicentino (quartier generale), Portogruaro, Marghera e Fiorenzuola d’Arda. Il gruppo è attivo a livello internazionale attraverso le controllate Cereal Docks International, società di trading con sede a Milano impegnata nella fornitura di materie prime e servizi logistico-commerciali per i principali operatori della filiera cerealicola, e Cereal Docks Romania, società con sede a Timisoara che gestisce un’area agricola di 1.000 ettari dove vengono condotti innovativi progetti di sperimentazione per la coltivazione di cereali e semi oleosi. È inoltre player accreditato al Chicago Board of Trade, il mercato di riferimento mondiale per i prodotti agricoli.

Da anni il Gruppo è attivo nello sviluppo di nuove aree di business. Dal 2007, Cereal Docks International sviluppa il trading internazionale di materie prime di origine agricola e dei prodotti derivati. Fondata nel 2013, Cereal Docks Food crea lecitine vegetali standardizzate, oli e miscele funzionali per applicazioni in ambito alimentare, cosmetico, farmaceutico, zootecnico e industriale. Cereal Docks Organic nasce nel 2017 con il compito di sviluppare filiere biologiche di materie prime di origine agricola. Demethra Biotech è una società di biotecnologie innovative controllata da Cereal Docks, che opera nel settore della ricerca e produce attivi vegetali utilizzati principalmente nelle life sciences e nel food.

La sede di Cereal Docks a Porto Marghera

Agritech, perché Cereal Docks va a caccia di startup

EconomyUp ha intervistato Giacom Fanin, figlio del fondatore di Cereal Docks e oggi Chief Innovation Officer dell’azienda, in occasione della presentazione del FoodTech Accelerator, un acceleratore a Milano, negli spazi di Iper al Portello, per 7 startup del food selezionate tra centinaia in tutto il mondo. L’acceleratore è coordinato da Officine Innovazione di Deloitte, in collaborazione con Amadori, Gruppo Finiper e, appunto, Cereal Docks.

Perché cercate la collaborazione con le startup?

Lavorare con le startup ci permette di essere più veloci nell’innovare i nostri sistemi produttivi. Siamo una realtà industriale, per noi è importante mettere in pratica l’open innovation, ma non è facilissimo perché tendenzialmente, quando si parla di rapporti tra aziende e giovani realtà innovative, si pensa più al mondo digitale. Per questo ci interessa lavorare in situazioni di partnership con altre aziende che coprono tutta la filiera, come facciamo nell’ambito del FoodTech Accelerator, e dunque avere più forza attrattiva nei confronti delle startup. Certe volte la parte industriale è vista con meno interesse rispetto alla parte digitale perché è più difficile da hackerare, se vogliamo usare un termine digitale.

Quali iniziative state già portando avanti con le imprese innovative?

Abbiamo investito in maniera industriale in Demethra Biotech, startup che produce principi attivi vegetali con una modalità alternativa alla tradizionale coltura in campo, utilizzando una propria piattaforma biotecnologica, e in ATPr&d, startup biotech di ricerca e sviluppo che si occupa della caratterizzazione e riqualificazione di materie prime naturali e di prodotti secondari. Con ATPr&d facciamo R&D as a service per azienda esterne. Questa ulteriore iniziativa che vede la nostra partecipazione come corporate al FoodTech Accelerator coordinato da Deloitte ci permette di spingerci ancora più in là verso l’ecosistema. Ci consente di non lavorare solo in house e di andare a guardare a un mondo più ampio che non è solo in Italia, non è solo vicino ai soliti nostri contatti ma è legato a un modo diverso di vedere i processi e il prodotto che oggi facciamo. È sicuramente un modo più veloce per approcciarsi all’innovazione, che va condotto in parallelo con gli altri modi. Altrimenti si rischia di portare avanti dentro le proprie quattro mura iniziative che si crede essere di grande livello e all’avanguardia quando poi nel resto del mondo, grazie alla disponibilità di capitali per accelerare formazione e ricerca, si fa tutt’altro.

Cereal Docks: innovazione interna ed esterna

Quanto puntate sull’innovazione in house e quanto su quella esterna?

Un 50 e 50. L’innovazione in house, ovvero organica, l’abbiamo fatta con Demethra Biotech e ATPr&d, con le quali abbiamo attuato operazioni di company building.  L’innovazione inorganica, cioè fuori dalle nostre mura, con il FoodTech Accelerator. Ovviamente l’azienda guarda a tutte le opportunità e non si priva dell’occasione di investire ulteriormente in startup anche in futuro.

A quale tipo di startup siete maggiormente interessati?

Le principali per noi sono quelle che guardano agli alternative ingredients, gli ingredienti alternativi. In particolare alle proteine alternative, per esempio le proteine vegetali per uso umano. Vediamo questo forte trend della diminuzione del consumo di carne e vogliamo essere parte del cambiamento in atto sfruttando la nostra supply chain e la nostra conoscenza interna. Gli startupper sono in grado di guardare al di fuori di quella che è stata Cereal Docks negli ultimi 30 anni e possono vedere come potrebbe essere nei prossimi 30.

Cereal Docks e l’open innovation

Da quanto tempo avete capito l’importanza dell’open innovation?

Da 3-4 anni abbiamo lanciato la prima company building. Una sorta di ibrido: 4 ragazzi che avevano già dato forma alla loro idea imprenditoriale e che noi abbiamo inglobato nel nostro sistema, esaltato e fatto scalare su un network più ampio. Con la partecipazione al FoodTech Accelerator abbiamo fatto un passo molto più importante a livello nazionale e internazionale. E spero non sia l’unica iniziativa di questo tipo a cui ci approcceremo prossimamente.

Come è strutturata l’innovazione all’interno di Cereal Docks?

Facendo parte della seconda generazione dell’azienda, che è un’azienda familiare fondata 35 anni fa da mio padre, l’idea è occuparmi di tutto ciò che può essere evolutivo per noi. Facciamo un business che tra 10 anni potrebbe essere insostenibile economicamente e ambientalmente. Non possiamo sapere cosa cambierà: possono cambiare il mercato, la tecnologia, il paradigma. Il mio ruolo professionale è quello di guardare alle possibile nuove iniziative e coordinarle. I ragazzi di ATPr&d sono parte dell’R&D team e ci danno una mano nello scouting. Di recente abbiamo fatto entrare nel gruppo l’ingegner Luigi Nataloni, che viene da Cargill e che è Group Business Development and R&D Director: una figura professionale che funge da trait d’union tra le nuove unità, la ricerca e lo sviluppo e anche la mia persona. Abbiamo 6-7 persone che lavorano sull’innovazione. Va detto che le figure apicali in azienda hanno in buona parte una mentalità aperta a questo tipo di tematiche. Ed è molto importante, perché spesso nelle aziende c’è un problema culturale. Allo stesso tempo cerchiamo di diffondere la stessa mentalità tra tutti i dipendenti e devo dire che i nuovi arrivi sono molto più aperti. Ma è un cambiamento culturale che avviene negli anni.

Luciana Maci

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale