“Con san Francesco non stiamo raccontando solo un personaggio storico, ma entriamo in un sistema di luoghi, valori, percorsi e relazioni ancora vivissimo dopo otto secoli”
Vero, egregio Daniele Fappiano: san Francesco parla contemporaneamente all’uomo medievale e all’uomo del XXI secolo in cerca della verità. Però lei non è uno studioso del Santo Patrono d’Italia, ma un imprenditore e formatore che da anni si occupa di innovazione, comunicazione, trasformazione digitale e sviluppo dei territori, con particolare attenzione all’intelligenza artificiale per il turismo culturale
“…vero. Mi lasci però dire che Francesco è un uomo in cammino e per il nostro progetto Avatour questo è straordinariamente interessante, perché il racconto può seguire i suoi passi.”
Procediamo con ordine. Che cosa è Avatour?
“Avatour è un modello narrativo e tecnologico che mette in relazione luoghi, turisti, memoria e innovazione, Partecipiamo alla community di AI for Good, iniziativa promossa dall’International Telecommunication Union (ITU), agenzia ONU per le tecnologie digitali, condividendone l’attenzione per un uso dell’AI al servizio delle persone e delle comunità.”
Ciò premesso, in concreto come declinate tutto questo?
“Un territorio non è solo uno spazio geografico da visitare, ma un insieme di storie, persone, memorie, simboli e relazioni. Attraverso avatar digitali, intelligenza artificiale, video, QR code e sistemi conversazionali possiamo incontrare idealmente un personaggio del passato nel luogo dove ha vissuto oppure farci accompagnare dalla “voce” di un territorio. Questo è Avatour.”
Quindi una sorta di super guida turistica digitale?
“Molto di più. La guida ti fornisce informazioni, Avatour costruire una relazione. Si arriva in un luogo e, invece di leggere soltanto un pannello con date e informazioni, incontri qualcuno che ti dice: “Benvenuto, lascia che ti racconti perché questo posto è importante”. Quel qualcuno può essere un personaggio storico, un artista, una figura della tradizione popolare oppure persino una personificazione del luogo stesso.”
Quindi ogni luogo può diventare narratore vivo della propria storia con l’intelligenza artificiale per il turismo culturale…
“Esattamente. Questo è il punto di partenza, la tecnologia viene dopo. Prima dobbiamo capire quale sia l’identità di un territorio, quali storie meritino di essere raccontate e soprattutto quale relazione vogliamo creare con chi arriva. Poi intervengono gli strumenti digitali: la tecnologia rimane al servizio della narrazione e dell’esperienza umana.”
Curioso: stiamo parlando di intelligenza artificiale per il turismo culturale e subito arriviamo a parlare di umanità e memoria…
“Per me è proprio questa la sfida. Se usiamo l’intelligenza artificiale soltanto per fare più velocemente quello che facevamo prima, abbiamo capito poco della trasformazione in corso. L’AI diventa interessante quando consente di ricostruire connessioni: tra passato e presente, tra persone e territorio, tra patrimonio materiale e patrimonio immateriale.”
Come le è venuta l’idea?
“Mi sono reso conto che potevamo mettere insieme tecnologie che fino a poco tempo fa erano separate: intelligenza artificiale generativa, avatar, sintesi vocale, traduzione automatica, chatbot, sistemi di geolocalizzazione, QR code. La domanda che mi interessava, però, era un’altra: che cosa possiamo farne di culturalmente e umanamente utile?
Da qui San Francesco. Cosa ha significato?
“Riproporre la sobrietà, la fraternità, la fede, la pace, l’incontro con l’altro, il valore della comunità, il rapporto tra dimensione materiale e spirituale e quello con la natura. Lo stiamo facendo a Lugnano in Teverina, in Umbria, lavorando a un progetto dedicato a San Francesco e alla valorizzazione del territorio.”
L’avatar può fare domande?
“È uno degli sviluppi che mi interessa di più. La narrazione tradizionale è: io so qualcosa e te la racconto. La comunicazione conversazionale aggiunge un secondo livello: io ti racconto qualcosa e poi ti chiedo che cosa significa per te. È una grandissima differenza.”
Quasi una forma di pellegrinaggio aumentato.
“La parola “aumentato”, in questo caso, mi piace se intendiamo aumentare la consapevolezza, non la realtà. Guardi il luogo, ascolti una storia, ricevi uno stimolo e poi torni a camminare. Francesco sarebbe probabilmente il testimonial meno indicato per un turismo nel quale tutti passeggiano guardando uno schermo…”
Un paradosso divertente. Utilizzare una delle tecnologie più avanzate disponibili per rimettere il telefono in tasca e guardare un bosco, un palazzo…
“Vogliamo costruire esperienze nelle quali storia, spiritualità, filosofia e luoghi dialoghino tra loro. Una grande città possiede già migliaia di narratori. Un comune medio piccolo può custodire una storia meravigliosa, che rischia di non incontrare mai il visitatore. È lì che Avatour genera più valore. Significa dare voce a ciò che rischia di rimanere invisibile e, contemporaneamente, creare una rete tra territori che si riconoscono in una narrazione condivisa. Per noi ’intelligenza artificiale non è un fine, ma strumento di sviluppo umano e dei territori: una tecnologia capace di rafforzare conoscenza, identità, accessibilità, relazioni e opportunità.”
Quindi l’avatar è soltanto la parte più visibile del progetto…
“Dietro c’è un lavoro di ricerca, scrittura, identità, strategia territoriale, tecnologia, accessibilità, distribuzione dei contenuti e relazioni con le comunità. Un Comune, una fondazione, un museo, un cammino o una rete di territori possono utilizzare questo modello adattandolo alla propria identità, se hanno una storia da valorizzare e la volontà di sperimentare nuovi linguaggi.”
Un linguaggio che avete cominciato a portare anche fuori dall’Italia, penso alla Grecia…
“La Grecia è stata una tappa molto importante. Abbiamo lavorato sull’idea di Atena che torna simbolicamente sull’Acropoli e racconta la propria città. Ad Atene non abbiamo soltanto monumenti, ma un patrimonio di simboli e personaggi che costituiscono una parte delle fondamenta della cultura europea. Oggi il dialogo con la Grecia si sta strutturando ulteriormente anche attraverso il lavoro con la Botsis Foundation.”
In definitiva, se dovesse sintetizzare in una frase cosa avete imparato dalla vostra esperienza, quale sarebbe?
“La tecnologia diventa interessante quando smette di farsi notare. Se una persona visita un luogo e alla fine dice soltanto “che bell’avatar”, abbiamo fallito. Vorrei che dicesse: “Non conoscevo questa storia”, oppure “adesso guardo questo luogo in modo diverso”. L’effetto speciale deve scomparire dietro l’esperienza. Il nostro obiettivo è costruire connessioni. La tecnologia cambia continuamente, ma continueremo ad avere bisogno di storie, di luoghi nei quali riconoscerci…”
…e di qualcuno capace di aiutarci a guardarli con occhi diversi.






























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