Contro il coronavirus dobbiamo fare un dono strategico: i nostri dati | Economyup

L'INTERVENTO

Contro il coronavirus dobbiamo fare un dono strategico: i nostri dati



Usiamo i nostri dati di localizzazione per poter avvertire in automatico tutti quelli entrati in contatto con un contagiato da coronavirus: è l’appello di Paolo Benanti, esperto di etica digitale. Che invita a rinunciare temporaneamente alla privacy. E ad affidare la gestione del processo a un ente di garanzia pubblico

di Paolo Benanti

23 Mar 2020


Dati e coronavirus: lasciare da parte la privacy per consentire il monitoraggio

I nostri dati come un dono fatto agli altri nell’emergenza coronavirus: lo propone nel suo blog Paolo Benanti, francescano esperto di bioetica ed etica delle tecnologie. “Dobbiamo donare qualcosa di immateriale eppure strategico e fondamentale: i nostri dati” scrive, evidenziando la possibilità di monitorare i dati di localizzazione e così avvertire in automatico tutti coloro che sono entrati in contatto con un contagiato. Ma chi dovrà occuparsene? Benanti suggerisce un ente di garanzia pubblico che diventi così “la casa digitale degli italiani”. Ecco il testo completo del suo intervento.

Ci vorrebbe una citazione significativa e motivante per cominciare questo post – ma non ne esistono di adeguate per la situazione che viviamo, così nuova e travolgente.

Eppure anche ora, serrati nelle nostre case, possiamo agire, e agire per il meglio.

Ciascuno di noi, donna o uomo, laico o religioso, anziano o giovane, vive nel proprio cuore desideri forti.

Vogliamo uscire e andare al lavoro; che i nostri figli possano tornare a scuola per costruire il proprio futuro; vogliamo incontrare il destinatario del nostro affetto; trovarci a cena per trascorrere assieme tempo spensierato; partire per una vacanza; tornare in Chiesa per celebrare la gioia di vivere. Tutto questo, oggi, ci manca in modo struggente.

Questi sono desideri legittimi perché profondamente umani.

Ma perché si possano realizzare, abbiamo bisogno di essere vivi.

Questo è il motivo per cui oggi siamo chiamati – ciascuno di noi, singolarmente – a rinunciare temporaneamente alla realizzazione di questi desideri. Dobbiamo imboccare una strada faticosa.

Quale? Cosa dobbiamo dare oggi per garantire il nostro domani?

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Per poter continuare a vivere dobbiamo donare qualcosa di immateriale eppure strategico e fondamentale: i nostri dati. Solo donando la possibilità di monitorare i dati di localizzazione e così avvertire in automatico tutti coloro che sono entrati in contatto con un contagiato, e che a loro volta debbono stare in quarantena per il bene proprio, dei loro cari e della collettività, potremo riavere indietro, al più presto, un futuro. Il futuro che ci spetta.

È necessario affidare a un ente di garanzia l’accesso alla nostra localizzazione: in questo modo, e con la certezza che i dati stessi non verranno utilizzati per altre ragioni o per altri fini, la tecnologia digitale potrà individuare chi è entrato in contatto con le persone colpite dal coronavirus, ed è per questo possibile fonte di ulteriore contagio.

L’ente incaricato potrà in tal modo informare queste persone che devono restare in quarantena per 14 giorni, per la salute loro e degli altri: per il futuro loro e degli altri, per salvare i desideri di tutti noi.

Oggi questo è un passo necessario per contenere la diffusione dell’epidemia.

Nuocerà alla nostra privacy? Certamente. Ma la privacy da morti non serve. Sarà una situazione tanto estrema quanto temporanea: nel nostro cuore batte forte e indimenticato lo spirito della democrazia così perfettamente espresso dalla nostra Costituzione.

Ma chi può essere incaricato di tale compito estremo?

Non di certo soggetti privati, giganti del mondo dell’informazione e con grandi interessi nel mondo dei dati, o magari soggetti stranieri.

L’ideale sarebbe una grande azienda pubblica, qualcuno che già gestisce, garantendo la finalità esclusiva dell’utilizzo dei nostri dati più sensibili, gli aspetti più delicati e intimi della nostra vita quali le tasse e la salute. Un soggetto in grado di essere “la casa digitale degli italiani”. Discutiamone – in fretta – e troviamo una soluzione immediata e funzionante.

Temporanea, certamente; ma che in un momento come questo sia di utilità per rendere il futuro di tutti nuovamente possibile.

Paolo Benanti

Francescano del Terzo Ordine Regolare, teologo, romano, classe 1973, si occupa di etica, bioetica ed etica delle tecnologie. I suoi studi si focalizzano sulla gestione dell'innovazione: internet e l'impatto del…