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L'EDITORIALE

La lezione di Bill Gates per vedere oltre il coronavirus



Il vero rischio del nostro secolo non sono più le guerre ma i virus. Ma non siamo attrezzati per combatterli. È questo il vero allarme lanciato nel 2015 da Bill Gates. Servono investimenti in tecnologia e ricerca; un esercito sempre pronto a intervenire e un sistema sanitario globale ed equo

di Giovanni Iozzia

20 Mar 2020


Bill Gates

C’è un video che in queste settimane di smart working forzato ho visto più di una volta. È l’ormai noto intervento di Bill Gates a un Ted di Vancouver nel marzo 2015. Considerarlo solo come una delle tante profezie di sciagura sul coronavirus è una semplificazione, vista anche l’autorevolezza della fonte.

Gates non prevede certo il COVID-19 ma in 8 minuti e 25 secondi disegna uno scenario e una strategia che vanno ben oltre l’emergenza, che contengono la capacità di visione dell’uomo che nel 1975 ha fondato Microsoft e che il 13 marzo 2020 se n’è distaccato quasi completamente, lasciando il consiglio d’amministrazione, per impegnarsi con la sua Fondazione a migliorare le condizioni di salute nei Paesi più svantaggiati. Lo stesso giorno in cui il presidente Donald Trump ha dichiarato lo stato d’emergenza per la diffusione del coronavirus negli Stati Uniti. Una coincidenza, certo, che però ha un alto valore simbolico e dopo vedremo perché.

Guardando e riguardando il video, quel che si trova di prezioso non è tanto un’inutile profezia o un troppo anticipato (e quindi anch’esso inutile) allarme ma un approccio culturale e strategico la cui assenza, certo non solo in Italia, stiamo scontando in questi giorni difficili. Una vera e propria lezione in otto minuti quella di Bill Gates, che ci torna utile non solo per l’emergenza coronavirus. Se Ebola è stato un campanello d’allarme, come dice Gates, il Covid-19 deve essere una sveglia per tutti i leader del mondo.

Altro che nucleare! Il virus è la nuova minaccia globale

La mia generazione, dice Bill Gates, classe 1955, è cresciuta con la paura di un attacco nucleare. È l’eredità della Seconda Guerra Mondiale, di quei maledetti funghi dell’agosto 1945 a Hiroshima e Nagasaki. Per la generazione dei baby boomer, che detiene ancora importanti leve di potere, il rischio di catastrofe globale è stato quello di una guerra nucleare. Abbiamo investito molto per evitarla ma non abbiamo mai preso sul serio il rischio epidemia. “Se ci sarà qualcosa che potrà uccidere milioni di persone sarà un virus più che una guerra”, è l’avvertimento di Gates, che sintetizza: “Non missili, ma virus”.

Perché non siamo pronti per le epidemie

Un virus, qualsiasi virus è la nuova minaccia globale per cui manca ancora una risposta globale. Bill Gates parlava a Vancouver pochi mesi dopo la fine dell’epidemia di Ebola, che provocò “solo” 10mila morti. “Siamo stati fortunati”, dice, ricordando che la reazione a quel virus fu un fallimento globale. “L’Organizzazione Mondiale della Sanità è pagata per monitorare i virus, non per combatterli”. E per la guerra, di cui tanto sentiamo parlare in questi giorni, manca un sistema, un’organizzazione globale pronta a intervenire. La diffusione del coronavirus è quindi una sconfitta del globalismo a cui però non si può rimediare con i sovranismi, come qualcuno vorrebbe pensare o far credere di fronte alle chiusure dei confini di fronte all’emergenza.

Che cosa serve per fare la guerra ai virus

Bill Gates usa solo una volta la parola terrorismo. Ma, come ci hanno fatto vedere molti film, è uno scenario di rischio da mettere nel conto, che accresce la necessità di consapevolezza e preparazione. Lo abbiamo visto in tantissimi film, ma la realtà purtroppo non è Hollywoord. La battuta è di Gates, che avverte: per fare le guerre bisogna essere organizzati. La NATO fa esercitazioni, ha unità mobili pronte a intervenire. Abbiamo un sistema simile contro i virus? No, neanche negli Stati Uniti, come confermano le incertezze del presidente Trump nei primi giorni dell’epidemia. (C’è  quindi qualcosa di simbolico nella coincidenza fra la dichiarazione dello stato di crisi da parte di Trump e la “discesa in campo” di Gates per il miglioramento dei sistemi sanitari nel mondo). Non abbiamo, nessuna organizzazione globale con un esercito attrezzato e organizzato per rispondere agli attacchi dei virus. Non ci sono team medici pronti a partire, immediatamente come soldati, lì dove si manifestano per valutare i casi, le diagnosi e le terapie. Se va alla guerra, bisogna pensare, organizzare e agire come militari e non solo con i militari.

La tecnologia e la ricerca contro i virus

L’epidemia di Spagnola del 1918 provocò 30 milioni di morti. Un virus che si diffuse per via area, come il COVID-19. Cent’anni dopo, però, la ricerca ha fatto passi da gigante, per non parlare delle tecnologie. Abbiamo gli smartphone, abbiamo le mappe satellitari, ricorda Bill Gates. Abbiamo soluzioni che permettono di ridurre i tempi di individuazione di un agente patogeno e delle contromisure (i vaccini). Ci sono abbastanza risorse finanziarie per sostenere ricerca e tecnologia? Non tante quante ne sono state investite contro il rischio nucleare. “Abbiamo gli strumenti ma devono essere inseriti in un sistema sanitario globale”.

Oltre il coronavirus, un mondo più giusto e più sicuro

Bill Gates ha lasciato i suoi impegni di business (è uscito anche dal consiglio d’amministrazione di Berkshire Hathaway) per dedicarsi a tempo pieno alla Fondazione creata 20 anni fa con la moglie Melinda per sostenere progetti sulla salute nelle aree più sfortunate del mondo e ridurre le diseguaglianze. Per reagire all’emergenza non solo in maniera emergenziale serve un orizzonte più ampio. Gli investimenti in tecnologie e ricerca, soprattutto nella diagnostica e nei vaccini, non vanno visti solo come rimedi d’urgenza per proteggere l’esistente. Il “sistema sanitario globale” sognato da Gates è un disegno pernsato per rendere questo mondo più giusto e più sicuro. “Servono sistemi sanitari efficienti nei Paesi poveri, dove le epidemia si vedono prima”, ricorda Gates. Non è solo l’appello di un ricco pensionato filantropo. È la visione di un uomo che quasi mezzo secolo inventò la lingua del personal computer.

Giovanni Iozzia

Ho studiato sociologia ma da sempre faccio il giornalista e seguo la tecnologia . Sono stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di PanoramaEconomy.