Il panorama dei pagamenti internazionali sta attraversando una fase di ridefinizione che supera i confini dell’innovazione tecnologica per abbracciare logiche di pura strategia geopolitica.
Come evidenziato dal professor Umberto Bertelé, Chairman degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, durante il convegno del 12 marzo 2026 intitolato “Innovative Payments: nuovi orizzonti digitali”, ci troviamo in un momento di estremo fermento caratterizzato da una competizione globale serrata. La frammentazione dei mercati, acuita dalle tensioni geoeconomiche e dal ritorno di politiche protezionistiche, sta influenzando in modo determinante le scelte degli attori finanziari. In questo scenario, il progetto relativo all’euro digitale non rappresenta semplicemente una risposta tecnica alla digitalizzazione del contante, ma si configura come un tassello fondamentale per la difesa della sovranità monetaria europea in un sistema dove il dollaro cerca di mantenere la propria egemonia attraverso nuovi strumenti crittografici.
Indice degli argomenti
La frammentazione globale e il declino delle valutazioni fintech
La visione attuale del settore non è priva di criticità profonde, legate a un cambiamento di paradigma che ha colpito duramente le realtà nate durante il boom tecnologico degli scorsi anni. Secondo Bertelé, l’attuale scenario risente in modo significativo di fattori geopolitici che alimentano una frammentazione nota, capace di toccare persino l’infrastruttura di internet. Questo clima di incertezza ha contribuito al ridimensionamento di molte aziende che sembravano destinate a un successo inarrestabile.
L’analisi dei dati di mercato rivela una realtà complessa per le cosiddette fintech. Il caso di PayPal appare come uno dei più significativi: l’azienda, che nel suo momento di massima espansione vantava una capitalizzazione di borsa superiore ai 350 miliardi di dollari, ha subito una contrazione drammatica arrivando a valere circa 42 miliardi di dollari, con una perdita di valore stimata intorno all’88,1%. Dinamiche simili hanno colpito altre realtà di rilievo:
- Nexi ha visto la sua capitalizzazione scendere dai 23 miliardi del periodo d’oro agli attuali 4 miliardi di dollari.
- Klarna, un tempo startup di maggior valore in Europa con una valutazione di 45,6 miliardi, è scesa a 5,1 miliardi di dollari dopo la quotazione.
- Block ha seguito un andamento analogo, scendendo a una valutazione odierna di 38 miliardi di dollari dopo il picco del 2021.
- L’olandese Adyen ha registrato flessioni significative, seppur in misura minore rispetto ai concorrenti.
La resilienza dei giganti tradizionali e il caso Stripe
Al contrario, i giganti tradizionali come Visa e Mastercard hanno mostrato una resilienza notevole, continuando a rappresentare il cuore del sistema su cui poggiano la maggior parte delle carte di pagamento emesse dagli istituti bancari. Visa, in particolare, ha toccato picchi di 700 miliardi di dollari di capitalizzazione prima di assestarsi sui 600 miliardi, dimostrando una capacità di tenuta che le nuove piattaforme digitali non hanno ancora saputo replicare con costanza. In questo quadro di volatilità, l’unica eccezione di rilievo è rappresentata da Stripe, che pur non essendo quotata ha raggiunto una valutazione di 159 miliardi di dollari, con una struttura che richiama per solidità il modello di Mastercard.
L’ascesa delle stablecoin e la strategia del dollaro
Un elemento di rottura fondamentale nell’equilibrio dei pagamenti è rappresentato dall’ingresso di nuovi protagonisti provenienti dal mondo della blockchain. Le stablecoin stanno crescendo in maniera estremamente forte, diventando strumenti centrali per chi intende mantenere il dollaro come moneta di riserva mondiale. Bertelé osserva che negli Stati Uniti esiste un preciso interesse nel promuovere queste strutture per attirare nuovamente l’attenzione sulla valuta americana, specialmente considerando che alle autorità centrali statunitensi è attualmente proibito emettere un “dollaro digitale” diretto per non creare una concorrenza interna destabilizzante.
Attualmente, il mercato è dominato da due realtà principali: Tether (USDT), con una capitalizzazione di 183 miliardi di dollari, e USDC, che si attesta sui 77 miliardi di dollari. Un dato curioso sottolineato durante l’intervento riguarda la natura di Tether, definita come un vero successo italiano nel digitale poiché la struttura sarebbe partecipata per circa il 40-45% da Giancarlo Devasini e per il 15-20% da Paolo Ardoino. Sebbene si tratti di dati di bilancio non verificati (unaudited), le stime indicano che la ricchezza di Devasini potrebbe persino superare quella di Warren Buffett.
Il successo di queste monete digitali è strettamente legato alla loro capacità di integrarsi nei sistemi finanziari, specialmente nei mercati asiatici, dove stanno diventando un’intelaiatura per numerose attività economiche. Tuttavia, il vero nodo del contendere riguarda la possibile remunerazione dei detentori di queste valute: “Se potranno essere remunerati, è chiaro che la competitività diventerà molto più forte”.
Euro digitale: la difesa dei depositi e la risposta europea
In questo scenario di forte pressione transatlantica, l’Unione Europea ha accelerato il passo verso l’introduzione dell’euro digitale. La differenza fondamentale tra l’approccio americano e quello europeo risiede nella regolamentazione e negli obiettivi di sistema. Mentre negli Stati Uniti si punta sulle stablecoin private, l’Europa si muove verso una valuta digitale emessa dalla banca centrale, pur dovendo affrontare le resistenze del settore bancario tradizionale.
Le banche europee guardano con estrema preoccupazione all’euro digitale per il timore che possa sottrarre depositi alla loro attività ordinaria. Bertelé è esplicito su questo punto: “Le banche sono assolutamente attente a evitare che queste nuove valute diventino un’attrattiva per i depositi, portando via una parte della loro attività”. Il rischio percepito è che i risparmiatori inizino a utilizzare queste nuove forme monetarie come luogo principale dove detenere i propri fondi, entrando in gara diretta con gli istituti di credito. Solo negli Stati Uniti, secondo le stime riportate dal vertice di JPMorgan, ci sarebbero in ballo circa 6,6 trilioni di dollari che potrebbero essere spostati verso queste nuove strutture.
Per arginare questo rischio e creare una soluzione europea competitiva, è nata l’iniziativa Qivalis, che raggruppa grandi istituti bancari del continente tra cui UniCredit, BNP Paribas, Sella e le principali banche spagnole, tedesche e olandesi. L’obiettivo è offrire servizi analoghi a quelli offerti dalle piattaforme americane, cercando di mantenere i flussi finanziari all’interno dei confini europei ed evitare che la liquidità finisca oltreoceano.
Intelligenza Artificiale e agenti decisionali nei pagamenti
Oltre alla moneta digitale, l’evoluzione dei pagamenti sarà guidata dall’avanzamento dell’intelligenza artificiale, un tema che Bertelé considera cruciale per il futuro prossimo. L’impatto maggiore non riguarderà solo l’efficienza dei processi, ma l’introduzione dei cosiddetti agenti IA. Questi sistemi potrebbero diventare i veri decisori dei pagamenti, scegliendo in autonomia se e come effettuare una transazione per conto dell’utente.
“È qualcosa che andrà a impattare soprattutto per quanto riguarda il discorso degli agenti IA, quindi se saranno gli agenti a prendere delle scelte o meno, e come questo potrà influenzare il sistema dei pagamenti”, ha commentato Bertelé. Questa evoluzione sposta l’attenzione dalla semplice interfaccia utente a una logica di sistema in cui la macchina gestisce la complessità tra le diverse valute disponibili, tra cui l’euro digitale, le stablecoin e le criptovalute tradizionali come Bitcoin (1,4 trilioni di capitalizzazione) ed Ethereum (245 miliardi). La sfida per l’Europa è dunque duplice: da un lato, deve garantire una tecnologia sicura che rispetti la privacy dei cittadini, tema a cui è stata data grande rilevanza nella progettazione dell’euro digitale; dall’altro, deve bilanciare le spinte all’innovazione con la stabilità del proprio sistema bancario. La partita per il controllo dei pagamenti digitali è appena iniziata e vede contrapporsi non solo modelli tecnologici differenti, ma visioni opposte della sovranità economica mondiale.
FAQ: Fintech – BankingUp
Che cos’è il Fintech e come sta trasformando il settore bancario?
Il Fintech rappresenta la trasformazione digitale nell’industria del banking e dei servizi finanziari. È l’applicazione dell’innovazione tecnologica al settore finanziario che sta rivoluzionando il modo in cui vengono erogati i servizi bancari tradizionali. Questa trasformazione coinvolge diversi ambiti: dal retail banking alle criptovalute, dalla blockchain agli instant payments, dal mobile banking all’open banking. BankingUp è il primo canale dedicato al futuro delle banche e dei servizi finanziari, che monitora news, tendenze, scenari e startup del settore. La digitalizzazione sta permettendo lo sviluppo di nuovi modelli di business e l’ingresso di nuovi player nel mercato, creando un ecosistema finanziario più integrato e collaborativo dove clienti, banche tradizionali e nuovi operatori possono interagire per offrire soluzioni innovative e personalizzate.
Quali sono le principali startup Fintech in Italia e come sta evolvendo il loro mercato?
Il mercato delle startup Fintech in Italia sta attraversando una fase di maturità e consolidamento. Secondo l’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano, a fine 2024 si contavano 596 startup fintech attive, in lieve calo rispetto alle 622 del 2023. Nonostante questa riduzione numerica, le startup esistenti hanno rafforzato la propria posizione attraverso sinergie con partner industriali e finanziari, dimostrando capacità di adattamento e resilienza. Tra le realtà italiane più affermate troviamo Satispay, Scalapay e Credimi. Altri esempi significativi includono Cardo AI, specializzata nello sviluppo di tecnologie avanzate per la finanza strutturata, che ha recentemente concluso un’exit totale con un round Series A da 15 milioni di dollari, e Volume, startup fintech fondata a Londra dall’italiano Simone Martinelli, specializzata in pagamenti account-to-account, che ha raccolto 6 milioni di dollari in un round di finanziamento. I finanziamenti complessivi sono aumentati del 44% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 250 milioni di euro, e anche i ricavi hanno registrato una crescita del 29%.
Quali sono le principali sfide che affrontano le startup Fintech?
Le startup Fintech devono affrontare diverse sfide significative nel loro percorso di crescita. Una delle principali è l’accesso ai capitali: il 46% è impegnato nella ricerca fondi e solo il 12% ha identificato investitori adeguati al round pianificato. I round sono spesso destinati allo sviluppo del prodotto più che all’espansione in nuovi mercati, e l’ammontare dei fondi è generalmente contenuto (oltre il 50% delle richieste è inferiore a 2 milioni di euro). Un’altra sfida importante è il passaggio dalla sperimentazione all’industrializzazione di prodotti e servizi, in un mercato che sta entrando in una nuova fase di maturità. Inoltre, le startup devono affrontare la complessità normativa e la concorrenza sia delle banche tradizionali che stanno digitalizzando i loro servizi, sia di altre fintech. La capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mercato e di costruire partnership strategiche con attori consolidati diventa quindi fondamentale per la sopravvivenza e il successo in questo settore.
Quali tecnologie stanno guidando l’innovazione nel settore Fintech?
Nel 2024, le tecnologie sono il fulcro dell’offerta delle startup fintech, che puntano soprattutto su quelle più consolidate, come API (adottate dal 70%) e Artificial Intelligence (43%). Tra le tecnologie emergenti, si distingue la crescita significativa della Generative AI, adottata dal 26% delle startup, principalmente per ottimizzare processi di back-office. Altre tecnologie rilevanti includono la blockchain, utilizzata per garantire maggiore sicurezza e trasparenza nelle transazioni finanziarie, e l’Internet of Things (IoT), che sta collegando dispositivi fisici alla rete per consentire una gestione più intelligente delle risorse finanziarie. Queste innovazioni tecnologiche permettono di analizzare i rischi in tempo reale, prevedere insolvenze e migliorare la precisione delle decisioni strategiche. L’adozione di queste tecnologie sta trasformando radicalmente il modo in cui vengono erogati i servizi finanziari, rendendo possibili nuovi modelli di business e migliorando l’esperienza utente.
Cos’è l’Open Banking e come sta cambiando il settore finanziario?
L’Open Banking è una condivisione dei dati tra i diversi attori dell’ecosistema bancario, autorizzata dai clienti, scaturita dalla PSD2 (Payment Services Directive 2), direttiva europea sui pagamenti digitali emanata nel 2018. Questa innovazione ha portato una vera disruption nel mondo bancario, obbligando per la prima volta le banche europee ad aprire le proprie API (Application Program Interface) a società fintech e altre aziende che si occupano di prodotti e servizi finanziari. Grazie all’Open Banking, la capacità di servire direttamente i clienti non è più una prerogativa esclusiva delle banche tradizionali, ma viene condivisa con società fintech e tech retailer. La fiducia degli italiani nell’Open Banking continua a crescere: nel primo semestre 2024 quasi la metà degli utenti (49,2%) ha almeno un conto connesso. A partire dal 2025, con l’introduzione della versione finale del Regolamento europeo FIDA (Financial Data Access), si entrerà nell’epoca dell’Open Finance, che estenderà il concetto di Open Banking prevedendo la condivisione e l’accesso a una gamma ancora più ampia di dati e prodotti bancari tramite API.
Come sta evolvendo il settore dei pagamenti digitali nelle assicurazioni?
Il settore dei pagamenti digitali nelle assicurazioni sta vivendo una profonda trasformazione. Secondo l’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, nel 2024 il valore transato tramite strumenti di pagamento digitali ha raggiunto 481 miliardi di euro, pari al 43% del totale delle transazioni, segnando per la prima volta il sorpasso sul contante. Nei punti vendita fisici, il valore incassato con strumenti digitali è stato di 385 miliardi di euro, in crescita del 7% rispetto al 2023. Nuovi modelli per incassi e rimborsi, tokenizzazione, wallet, approcci mobile-first e formule in abbonamento stanno ridefinendo la relazione tra compagnie e assicurati. Secondo un recente report di Adyen ed EY, oltre la metà dei clienti insurance online desidera acquistare polizze tramite canali mobile-first, mentre per le generazioni più giovani (Gen Z e Millennial) la semplicità del pagamento rientra tra i primi cinque fattori decisionali nella scelta di un’assicurazione. Le soluzioni mobile-first stanno diventando lo standard per la sottoscrizione di polizze temporanee, on-demand o basate sull’utilizzo, mentre i modelli in abbonamento, particolarmente apprezzati dai clienti tra i 25 e i 34 anni, aprono la strada a logiche di pagamento più vicine ai servizi digitali.
Quali sono le principali sfide assicurative del futuro e come il settore si sta adattando?
Secondo una ricerca di EY per Italian Insurtech Association, clima, invecchiamento demografico e cybersecurity sono le nuove priorità per l’industria assicurativa. Il rischio climatico si conferma la minaccia più urgente e trasversale, con il 79% delle compagnie che dichiara di avere già a catalogo coperture contro le catastrofi naturali (NatCat). L’offerta attuale include polizze property con estensione agli eventi catastrofali (80%), soluzioni stand-alone per terremoti, alluvioni e grandinate (73%), prodotti dedicati al settore agricolo e soluzioni multirischio (entrambi al 40%). Per quanto riguarda il cyber risk, il 53% degli operatori ha già soluzioni a catalogo, ma la domanda resta debole: il 59% degli operatori la considera bassa. Le coperture più diffuse riguardano malware, ransomware e cyber estorsioni (100%), violazione dei dati (78%) e interruzione dell’attività (56%). Infine, la Long Term Care si afferma come risposta strategica all’invecchiamento demografico, con il 65% delle compagnie che ha già prodotti dedicati. Per aumentare il valore percepito di queste coperture, le compagnie puntano su servizi integrativi come l’assistenza domiciliare certificata (70%), il care management personalizzato (50%) e le convenzioni con RSA e strutture sanitarie (45%).
Cos’è il Banking-as-a-Service e quali vantaggi offre?
Il Banking-as-a-Service (BaaS) è la messa a disposizione da parte delle banche dei propri servizi finanziari al di fuori dei rami tradizionali. Ciò avviene attraverso il cloud e le API (Application Programming Interface), a vantaggio di società esterne, come fintech o altre aziende digitali. Queste ultime sono così in grado di offrire ai loro clienti servizi bancari tradizionali, come conti bancari online, carte di debito, prestiti e soluzioni di pagamento, senza aver bisogno della licenza bancaria. Grazie al BaaS, qualunque azienda può fornire servizi bancari ai suoi clienti. Affinché il BaaS abbia successo, è cruciale che si instauri una collaborazione tra gli istituti di credito e le società fintech. Le banche possono utilizzare strumenti già testati dalle fintech, riducendo i tempi di go-to-market, mentre grazie al digitale possono raggiungere più facilmente i clienti delle Generazioni Y e Z. Il BaaS non va confuso con l’open banking: nel BaaS la società che si appoggia alla piattaforma non entra mai veramente in possesso dei soldi o dei dati del cliente, agisce semplicemente come un intermediario e non è soggetta agli obblighi normativi e di compliance che una banca si trova quotidianamente a dover adempiere.
Quali sono le banche che investono di più nel Fintech a livello mondiale?
Secondo un rapporto realizzato da Cb Insights, dal 2013 al 2017 le principali banche mondiali hanno investito complessivamente 118 miliardi di dollari nel settore del fintech. A guidare la classifica degli istituti di credito più “innovativi” è Goldman Sachs con 37 miliardi di dollari, seguita da Citi Banks (25 miliardi) e J.P. Morgan (14 miliardi). Ogni banca ha una preferenza di investimento specifica: J.P. Morgan si è focalizzata sul settore dei pagamenti, Citi Banks ha puntato sulla sicurezza e l’ecommerce, mentre Goldman Sachs ha scommesso sul settore dei prestiti e sul regtech. Le banche italiane, invece, sembrano essere ancora in affanno rispetto al processo di trasformazione digitale. Secondo un censimento realizzato da ABI, il 70% delle banche italiane analizzate sta lavorando per sviluppare relazioni con le startup fintech, con spese in tecnologia che hanno raggiunto quota 4,5 miliardi di euro. Tuttavia, gli investimenti sono ancora limitati rispetto ai colossi internazionali.
Quali sono i settori emergenti nel Fintech?
Le startup fintech operano in una vasta gamma di settori emergenti. Tra i principali troviamo i pagamenti digitali, la gestione patrimoniale, i prestiti peer-to-peer, le assicurazioni digitali (insurtech), la blockchain e le criptovalute. Altri settori in crescita includono le regtech (tecnologie regolamentari) e le soluzioni di cybersecurity finanziaria. In particolare, nel panorama italiano, circa 86 startup sono attive nell’insurtech, il settore che applica la tecnologia al mondo delle assicurazioni. Il settore dei pagamenti digitali sta vivendo una forte crescita, con il valore transato che ha raggiunto 481 miliardi di euro nel 2024, pari al 43% del totale delle transazioni. Anche l’Open Banking sta guadagnando terreno, con quasi la metà degli utenti italiani (49,2%) che ha almeno un conto connesso nel primo semestre 2024. Questa diversificazione permette di affrontare e risolvere problemi specifici attraverso soluzioni tecnologiche mirate, contribuendo alla trasformazione digitale dell’intero settore finanziario.





















