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L'INTERVISTA

Fashion e Design: Annie Warburton (Crafts Council) spiega che cosa fanno gli artigiani 4.0

di Luciana Maci

30 Ott 2017

La direttrice creativa dell’ente che promuove l’artigianato in UK descrive a EconomyUp le ultime innovazioni nel settore: ricami dotati di sensori che percepiscono il movimento dei muscoli, piattaforme per stampare maglioni in 3D o fabbricare mobili personalizzati. E dell’Italia dice: “Serve più interazione con i designer”

L’artigianato e la quarta rivoluzione industriale possono andare a braccetto. Come? Per esempio nel settore tessile, dove si stanno sviluppando tessuti con particolari ricami dotati di sensori in grado di avvertire il movimento dei muscoli. O nel design, dove esiste una piattaforma open source che consente all’utente di ottenere mobili personalizzati. Sono solo alcuni esempi elencati da Annie Warburton, manager e startupper londinese che ha dedicato la carriera, trascorsa tra Irlanda e Gran Bretagna, allo sviluppo dell’artigianato innovativo.

Warburton è direttrice creativa del Crafts Council, istituzione britannica che da quasi 50 anni sostiene, studia e promuove il lavoro degli artigiani del Regno Unito attraverso mostre, rassegne, percorsi di formazione e progetti di ricerca. Negli ultimi 10 anni è emersa la nuova tendenza, l’artigianato 4.0: gli artigiani, spesso considerati quanto di più distante dal mondo dell’innovazione e dalle nuove tecnologie, hanno in parte subito un’evoluzione grazie alla trasformazione digitale. A portare disruption in un settore così legato alla tradizione sono state appunto nuove tecnologie quali l’Internet of Things o la stampa 3D. Hanno cominciato a nascere i FabLab, laboratori per la creazione artigianale supportata dalle moderne tecnologie, e si è affacciata sulla scena una nuova generazione di makers, appunto gli artigiani digitali.  Warburton è la portabandiera di questo nuovo trend. Perciò l’abbiamo intervistata il 24 ottobre a Milano a margine di Meet the Media Guru, ciclo di incontri sulla cultura digitale e l’innovazione ideato da Maria Grazia Mattei.

Molti ritengono artigianato e innovazione siano antitetici. È così?

In realtà gli artigiani sono sempre stati innovatori. Un esempio è Josiah Wedgwood, ceramista inglese del XVIII secolo, che inventò il pirometro, uno strumento per la misurazione delle alte temperature. Questo gli consentì di diventare Fellow della Royal Society, la principale associazione per le scienze in UK. Wedgwood ideò nuovi tipi di lavorazione della ceramica come il jasperware ma fu anche un abile uomo di marketing, inventò i primi cataloghi e fu un imprenditore brillante. Inoltre si batté contro la schiavitù, quindi può essere considerato un innovatore sociale. Potrei fare molti altri esempi. Sarà sufficiente dire che le caratteristiche di un artigiano innovatore sono curiosità, capacità di risolvere problemi, abilità nella ricerca di nuovi materiali. Perciò non è in alcun modo un mestiere all’antica.

Quale può essere il ruolo dell’artigianato per l’Industria 4.0?

Anche in questo caso preferisco fare qualche esempio pratico. In Gran Bretagna è nata Open Desk, una piattaforma open source internazionale per il design di mobili, soprattutto mobili da ufficio. Cofondata da Joni Steiner altri che provenivano dal mondo dell’architettura, funziona così: se sei un designer, puoi scaricare il tuo progetto di design sulla piattaforma, se sei un cliente puoi connetterti con un centro di artigianato locale che abbia le necessarie capacità sia tradizionali sia digitali, scaricare la ‘brutta copia’ del progetto di design e dare forma ai vari pezzi che compongono quell’oggetto di mobilio. Così si può usare materiale locale e adattarlo alle proprie personali esigenze, in una logica di sostenibilità ambientale. Inoltre il cliente è interattivo. Il modello è un intreccio tra fisico e digitale. Un’altra piattaforma open source, sempre britannica, si chiama Kniterate e consente di creare il proprio maglione preferito: è sufficiente scegliere il tipo di prodotto, il design e i colori della maglia da realizzare e far partire il processo della stampante 3D. La tecnologia, in questo caso, include anche elementi di natura sociale. Entrambe le realtà sono B2B e B2C.

A proposito del comparto tessile, alcuni analisti prevedono che in futuro avremo vestiti smart che cambieranno forma e colore in base alle decisioni di chi li indossa. Sarà così?

Ritengo che le migliori tecnologie nel campo dei tessuti siano quelle mirate a far avvertire la piacevolezza del tessuto sulla  pelle. Abiti solo ed esclusivamente tecnologici non sono una buona idea, perché possono apparire brutti, scomodi o goffi. Tuttavia, come Craft Council, stiamo promuovendo un progetto che mette insieme il ricamo e la robotica. Il progetto prevede lo sviluppo di una robotica soft per realizzare sensori che percepiscono il movimento dei muscoli. Una soluzione utile per lo sport ma anche per la salute. Uno dei vantaggi del progetto è che il ricamo è un’attività poco costosa, perciò può essere svolta localmente. Al momento è solo un prototipo, ma potrebbe prendere piede.

I FabLab sono il terreno su cui negli ultimi anni si è sviluppata l’interazione tra artigianato e quarta rivoluzione industriale. Come implementarne la crescita sul territorio?

Sono un fenomeno che scaturisce spontaneamente dalle comunità dalla passione e dall’interesse delle persone. Noi tuttavia possiamo contribuire al loro sviluppo “spargendo la voce” e incoraggiando le persone che vogliono dedicarsi a queste attività. Come Craft Council facciamo formazione per giovani e bambini. Inoltre ogni ottobre organizziamo in UK il FabLab Open, una manifestazione che prevede l’apertura al pubblico di questi laboratori in tutto il Paese. Quest’anno il tema è salute e benessere. Gli artigiani digitali sono chiamati a sviluppare progetti su queste tematiche. Il problema è che questi ambienti sono prevalentemente maschili, un fenomeno che si perpetua nel tempo. Esiste tuttavia un programma, LilyPad Arduino, pensato per progetti di tessitura digitale e wearables. È  in sostanza una piattaforma per cucire e adattare vestiti. Una soluzione del genere è maggiormente in grado di attrarre l’interesse delle bambine.

Ha parlato di formazione. Quali sono le competenze digitali necessarie agli artigiani 4.0?

Penso che tutti i bambini dovrebbero imparare a scrivere codici, perché consente di avere il potere nelle proprie mani. Inoltre il coding è una sorta di costruzione artigianale.

L’artigianato italiano è noto nel mondo. I nostri artigiani stanno tenendo il passo con l’innovazione?

In Italia esistono meravigliosi artigiani e meravigliosi designer. A mio parere, però, sono ambienti un po’ troppo divisi: dovrebbero riuscire a interagire meglio. È una questione di percezione: si percepisce l’artigianato come vecchio e il design come nuovo. Ma nella realtà non è così.

Sempre parlando dell’Italia, secondo Paese manifatturiero in Europa dopo la Germania, non c’è il rischio che l’implementazione della quarta rivoluzione industriale lasci indietro tutto ciò che artigianato?

Il rischio c’è, naturalmente. Ma l’Italia è sempre stata famosa per la creatività e per il design, la manifattura del design e la sua commercializzazione. Avete questa speciale combinazione di talenti, perciò sta a voi mantenerla e tutelarla.

E la Gran Bretagna? Perché il “Made in UK” non è così famoso come il Made in Italy?

Io penso che la Gran Bretagna abbia dei punti di forza nell’artigianato, come la capacità di mettere insieme mindset diversi. Uno dei problemi attuali riguarda il curriculum educativo nelle scuole. L’educazione alla creatività è stata lasciata fuori dal curriculum. I nostri politici hanno deciso di focalizzarsi sulle materie accademiche tradizionali: inglese, geografia, matematica, scienze…Ma, quando ho parlato con gli scienziati, mi hanno sempre detto di aver bisogno di persone con capacità pratiche, in grado di svolgere lavori manuali.

La Brexit favorisce o sfavorisce l’artigianato digitale?

Oltre il 92% del settore creativo in Gran Bretagna ha votato per restare nell’Unione europea. Le industrie di questo settore sono basate sulla libera circolazione delle persone in tutto il mondo. Personalmente sono molto triste per la Brexit. Cercheremo di lavorare per fare in modo che l’impatto sul nostro settore non sia così pesante.

 

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Luciana Maci
Giornalista

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale

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