Web Tax? Non è questo il modo

Si dibatte molto attorno alla proposta di emendamento alla Legge di Stabilità che impone l’obbligo ai compratori di acquistare servizi online solo da aziende con partita IVA italiana. Per tutelare le imprese nostrane penalizzate da forme di concorrenza sleale. Ma le imprese straniere che offrono servizi online in Italia non violano alcun tipo di legge. Perché, allora, si vuole rischiare di incorrere in una procedura d’infrazione per violazione di direttive europee in tema di libera circolazione delle merci o addirittura del Trattato di Roma? Perché non si vuole attendere l’orientamento dell’Unione Europea?

Pubblicato il 18 Nov 2013

Web Tax? Non è questo il modo
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Gentile Direttore,

in questi giorni si dibatte molto attorno alla proposta di emendamento alla Legge di Stabilità, ribattezzata “Web Tax”, che impone l’obbligo ai compratori, siano essi privati cittadini o imprese, di acquistare servizi online solo da aziende con partita IVA italiana.

L’idea di fondo, sostenuta dall’On. Francesco Boccia (PD) che ha “ideato” la misura, è quella di tutelare le imprese italiane operanti in questo campo, a suo dire penalizzate da forme di concorrenza sleale.

In linea di principìo, è corretto affermare che un’azienda debba pagare le tasse nel Paese in cui produce reddito, ma è altresì giusto sottolineare che attualmente le imprese straniere che offrono servizi online in Italia non violano alcun tipo di legge. Siccome, però, siamo un Paese che appartiene all’Unione Europea mi chiedo se non fosse opportuno dirimere questa questione a livello europeo o sovranazionale (come l’OCSE, in cui è già in corso una discussione sul tema), visti anche i recenti fallimenti in Francia nel tentativo di introdurre un provvedimento simile.

Si parla sempre più della necessità da parte del governo italiano di rispettare le raccomandazioni provenienti dalla Commissione Europea rispetto alla Legge di Stabilità, dimostrando l’influenza che l’Europa ha nel definire le linee guida delle politiche fiscali ed economiche. Perché, allora, si vuole rischiare di incorrere in una procedura d’infrazione per violazione di direttive europee in tema di libera circolazione delle merci o addirittura del Trattato di Roma? Perché non si vuole attendere l’orientamento dell’Unione Europea?

Da quasi 5 anni ho il privilegio di ricoprire l’incarico di Consigliere Delegato dell’American Chamber of Commerce in Italy, che raggruppa le principali aziende americane operanti in Italia. E posso dire che è straordinaria la capacità di queste imprese di arricchire il nostro Paese in termini di know-how manageriale, innovazione, investimenti produttivi, progetti sociali. Spesso si guarda, a ragione in questa fase, alla quantità di tasse pagate in relazione al fatturato, senza però considerare le altre forme di vantaggio che garantiscono queste eccellenti “scuole di vita”. Perché mettere a rischio questo patrimonio di notevole valore nel tentativo di recuperare risorse (la cui quantificazione è ancora tutta da verificare) che poco inciderebbero nel caos in atto nella discussione della Legge di Stabilità?

Infine mi permetto di sollevare un problema di metodo: un tema così delicato e complesso non può essere affrontato in modo sbrigativo mediante un singolo emendamento di 3 commi. Quello che sarebbe opportuno fare, per dimostrare la bontà delle tesi di coloro che sostengono questa misura, sarebbe stralciare l’emendamento in questione e dare avvio ad un’ampia ed approfondita discussione coinvolgendo le aziende ed esperti indipendenti, così da valutare nel modo più completo possibile gli effetti di questa proposta. Sarebbe una grande occasione per dibattere su temi come l’innovazione, lo sviluppo dell’economia digitale, che ad oggi è il 3,1 del PIL (secondo l’Assintel) e che è uno dei principali driver di sviluppo per rilanciare la nostra economia.

Secondo il White Paper a cura del Digital Advisory Group della American Chamber of Commerce in Italy, l’economia digitale ha contribuito per il 14% alla crescita del PIL negli ultimi 4 anni, ha creato 700.000 posti di lavoro sono stati creati in Italia da internet. In Italia il Web ha creato una media di 1,8 posti di lavoro per ogni posto eliminato, portando un contributo complessivo netto di circa 320.000 nuovi posti di lavoro creati dalla nascita di Internet. Il surplus per i consumatori italiani si può quantificare in circa 7 miliardi di euro. Questi dati indurrebbero quantomeno ad un supplemento di riflessione ed approfondimento.

Se si ha la convinzione delle proprie idee, si desidera poterle spiegare con l’obiettivo di convincere l’opinione pubblica. Mi auguro che il desiderio di discussione e confronto permettano di dare avvio a questo dibattito. Sarebbe una grande conquista per il Paese e una bella dimostrazione del valore dell’economia digitale.

Simone Crolla, Consigliere Delegato American Chamber of Commerce in Italy

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