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Venture business, 10 anni dopo bisogna prendere coraggio

11 Gen 2016

Era il 2007 quando l’ambasciatore Usa Ronald Spogli cominciò a seminare in Italia la cultura dell’angel investor e del venture capital. Ma ancora c’è tanta confusione e il nucleo storico di professionisti e la parte sana dell’industry si coordini e si faccia sentire. Per fare chiarezza e pulizia

Giunti al 2016, è passato quasi un decennio da quando l’allora ambasciatore americano si mise in testa di introdurre il venture business in Italia. Era infatti il 2007, quando Ronald Spogli iniziò a mandare inviti ad imprenditori dell’IT e potenziali investitori, per ospitarli in giornate formative all’interno della propria residenza nella romana Villa Taverna.

È vero che sul finire degli anni ’90 e fino allo scoppio della bolla Internet erano già esistiti nel paese alcuni operatori del venture capital, ma si trattava di iniziative scollegate le une dalle altre, e soprattutto scevre dall’intento di costruire una piattaforma culturale che avesse reali possibilità di radicare solidamente i principi di questo settore economico negli operatori e nelle istituzioni.

Fu quindi grazie a Spogli che si iniziò, in Italia, a comprendere diffusamente quali fossero le basi culturali del “give back to society”, le dinamiche dell’Angel Investing, cosa fosse il Venture Capital, cosa fosse una startup, il basarsi sulla ricerca del talento e della capacità di esecuzione, e la progressione degli investimenti finalizzata al’exit.

Prima di allora intorno al tema vi era il deserto, sporadicamente punteggiato da leggende metropolitane che esaltavano la figura di un qualche genialoide che presentava un’idea a qualcuno per ottenerne un assegno da milioni, e realizzare un’impresa.

Ma le leggende metropolitane sono dure a morire, e la cialtroneria italica è un fenomeno particolarmente persistente e resistente, in ogni settore e ad ogni livello: un decennio di venture business in Italia, anziché radicare metodologie funzionanti in modo efficace in qualunque altro luogo, ha creato un gran polverone all’interno del quale si sono lanciati ed azzuffati tanti galli e galletti che hanno approfittato della confusione per creare distorsioni ad uso personale; distorsioni che, amplificate da qualche giornalista ingenuo o compiacente – chi non ne ha? – sono diventate le piattaforme su cui molti hanno costruito dei business che con le startup ed il venture non hanno niente a che fare. Ecco che sono saltati fuori operatori a vocazione immobiliare, altri che non creano altro che nuove PMI, altri motivati solo dal caro vecchio “prendi i soldi e scappa”, altri ancora che hanno trovato nelle startup un’opportunità di marketing, e poi innumerevoli venditori di servizi, di formazione, per non parlare della miriade di organizzatori di eventi, di programmi, di missioni, di iniziative basate su soldi pubblici, organizzate da amici degli amici o da associazioni di categoria che si sono velocemente riposizionate per tentare di mettere il cappello sul tema.


Tutto si è visto, insomma, tranne l’unico approccio che è dimostrato funzionare: selezionare progetti d’impresa ad alto potenziale, investirci finanza e competenze in modo crescente fino a farle diventare delle nuove multinazionali, venderle (o quotarle) e solo da là trarre le risorse per rialimentare il ciclo. Perché sia chiaro: il Venture Business funziona solo se c’è allineamento totale di interessi tra i neoimprenditori e chi li supporta o vi investe, cioè se si lavora tutti per l’obiettivo finale dell’exit e non, al contrario, se si drena dalle startup i soldi appena immessi per farsi pagare scrivanie, alloggi, consulenze, temporary management ed eventi. Invece le startup, in Italia ma anche in Europa, in questi anni sono diventate il tema “caldo” attraverso cui diversi soggetti, approfittando della propria visibilità ma anche dell’ignoranza di chi li circonda, hanno giustificato e “venduto” sostanzialmente autoreferenzialità e business che non creano valore diffuso. E’ pur vero che le attività collaterali al venture business hanno pieno diritto di esistere sul mercato, ma non possono essere queste a guidare il comparto, a dettarne le definizioni e le regole. Tutto questo deve cessare, perché non c’è più tempo e terreno da perdere rispetto a paesi che sulle startup e sulle (vere) buone pratiche hanno e stanno puntando massicciamente da tempo, facendo conto anche e soprattutto sulla fuga di talenti da paesi, come il nostro, che ancora dibattono su cosa si intenda con il termine startup.

Ronald Spogli ha avuto il grande merito di creare un nucleo di soggetti che potessero diventare gli operatori del Venture Business italiani, ma questi soggetti per troppo tempo hanno tenuto il know-how per loro stessi, anziché diffonderlo ed allargarlo in modo corretto verso il resto del paese. Solo una conoscenza diffusa delle logiche e metodologie alla base di questo comparto potrà permetterci di accelerare e sperare di colmare il gap, collegandoci con gli operatori internazionali del settore. Ma è necessario che la parte sana dell’industry prenda coraggio e si coordini, iniziando ad una sola voce a chiarire una volta e per tutte cosa rientri o non rientri nelle best practices, e a chiedere al Governo di correggere il tiro su alcuni elementi chiave della nostra normativa che ad oggi hanno alimentato la confusione. Fare chiarezza aiuterà a far pulizia di millantatori ed imbonitori, che troppo hanno inquinato la scena in questi anni rendendo tutto il comparto poco credibile. Inoltre è basilare che ci si colleghi con la ricerca, e che siano principalmente i nuovi imprenditori a commentare le misure e dialogare con i policy makers, e non più i loro fornitori di servizi.

Il venture business non è un gioco a somma zero, a patto di non inventarsi nuove regole.

 

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