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L’Italia esporta di più? No, vende all’estero a prezzi più alti

16 Lug 2015

Non ci si può eccitare per i dati sull’export del made in Italy, dice Fabio Sdogati, docente di Economia al Politecnico di Milano. Il commercio oltreconfine è in aumento soprattutto verso un’area a bassa crescita come la Ue (+3,5% a maggio) e i volumi sono in diminuzione (-1,3%)

Fabio Sdogati, docente di Economia Politica al Politecnico di Milano
«A maggio 2015, la crescita tendenziale delle esportazioni (+2,0%) è principalmente determinata dalle vendite verso l’area Ue (+3,5%). I valori medi unitari (+3,4%) sono in aumento, mentre i volumi (-1,3%) sono in diminuzione» (Istat, comunicato stampa sul commercio estero dell’Italia, 16 luglio)  

Tre le cose che colpiscono il lettore abituato a leggere i dati del commercio estero:

1) Un 2% di aumento annuo del venduto all’estero non è cosa per cui eccitarsi. Sì, lo so, il mercato interno va peggio, ma questa non è ragione per sostenere che «i produttori italiani stanno intercettando la domanda estera» (che modo di parlare!).

2) L’aumento annuo del 3,5% delle vendite destinate a paesi membri dell’Ue è certo un numero interessante, ma lo è perchè nasconde un altro numero: e cioè quello relativo alle esportazioni verso i paesi non-Ue. In chiaro: il valore delle esportazioni delle nostre imprese verso Paesi ad alto reddito pro capite aumenta più di quanto non aumenti la media mondiale. Ora, chi si eccita per questo numero non sa, o fa finta di non sapere, che i Paesi Ue sono quelli che in media hanno una prospettiva di crescita 2015-2017 più bassa di quella di gran parte dell’area extra-Ue. In chiaro: le imprese italiane dirigono crescentemente le proprie esportazioni verso aree la cui crescita economica attesa (dal Fondo Monetario Internazionale) è strutturalmente più bassa di quella sia dei paesi ad alto reddito pro capite extra-Ue, quali gli Stati Uniti, che di quella dei paesi ad economia emergente, quali il Vietnam o la solita Cina.

3) Infine, l’utilissima disaggregazione delle “componenti” della crescita dei valori esportati (quel +2%). Tale crescita, ci dice correttamente l’Istat, è il risultato netto di un aumento dei valori medi unitari (chiamiamoli prezzi, così ci spieghiamo in fretta) e una diminuzione dei volumi. In chiaro: le nostre imprese hanno, in media, venduto all’estero meno unità di prodotti, ma a prezzi più alti, di quanto non facessero un anno fa. Ora io non so se vendere meno roba ma a prezzi più alti sia un bene o un male (come sa chi mi conosce, non mi occupo di “bene” e “male”). Ma quello che so è che i dati Istat dicono proprio quello che ho scritto sopra. Ognuno, dunque, tragga le conclusioni che crede. Conclusioni che saranno diverse assai a seconda che a trarle siano i trionfalisti o gli analisti (economici).

*docente di Economia Politica al Politecnico di Milano

di Fabio Sdogati*

  • erminiavalente

    Parlo da piccola imprenditrice del Sud Italia. Ho dovuto per forza di cose esportare i miei prodotti tessili all’estero. All’inizio ho avuto enormi difficoltà, sopratutto per tutte le pratiche burocratiche che ho dovuto seguire. É vero, i prezzi con cui esporto non sono proprio bassi, ma la qualità e il vero Made in Italy ha i propri costi. Bisogna, a mio parere, trovare il giusto compromesso. Ho deciso di affidarmi a Make Italy Selection per esportare tutti i prodotti tessili che con fatica realizziamo a mano nella nostra bottega. Credo che ci sia bisogno di un maggiore coinvolgimento di tutte quelle piccole e medie imprese che vogliono iniziare ad affacciarsi ai mercati esteri.

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