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Crescita o bolla?

Facebook-WhatsApp, un caso esemplare della nuova global economy

21 Feb 2014

I 19 miliardi di dollari spesi per l’acquisizione sono superiori al budget dell’ONU e al Pil di molti Stati. Ma con la maturazione dell’era digitale, gli asset intangibili e volatili contano più dei beni materiali. E spingono a investimenti sbilanciati

Stefano Mainetti, Consigliere delegato del Polihub
Il settore della comunicazione ha subito non poche rivoluzioni dall’introduzione di internet. Negli ultimi 40 anni siamo passati da una gestione pubblica e centralizzata delle comunicazioni ad una gestione privata e distribuita. Anche la sua estensione e accessibilità sono cambiate: dalle telefonate dirette fra due interlocutori, all’essere costantemente online su scala globale. Oggi possiamo interagire con una vastissima pluralità di persone in modo semplice, gratuito ed istantaneo.

La maggior parte degli utenti attivi ogni mese su Facebook (circa 1,2 miliardi di persone) usa il noto social network principalmente attraverso il proprio dispositivo portatile per comunicare con i propri amici e conoscenti, indipendentemente da dove essi si trovino. Lo scambio di messaggi online consente l’abbattimento dei costi di trasmissione e la fruibilità multi-piattaforma di servizi aggiuntivi, come l’utilizzatissimo lo scambio di immagini o di messaggi vocali: due elementi fondamentali che hanno spinto gli utenti dotati di uno smartphone ad abbandonare l’utilizzo degli SMS in favore delle più note applicazioni di messaggistica.

Con più di 450 milioni di utenti attivi mensilmente in tutti e 5 i continenti, WhatsApp si è affermata come l’applicazione di messaggistica più popolare insieme a Facebook Messenger, Line e Viber. Non stupisce quindi che Facebook abbia deciso di acquisirne il controllo. Non è tanto l’acquisizione in se a lasciare stupefatti, quanto la cifra astronomica di 19 miliardi di dollari. Due anni fa Facebook ha acquistato Instagram, il popolare servizio di condivisione dei propri scatti, per un miliardo di dollari. Per WhatsApp ha speso ben 19 volte tanto. D’altra parte, i multipli comunemente utilizzati per la valutazione economica dai mercati finanziari possono essere ritenuti ragionevoli: il valore per utente di WhatsApp è appena superiore ai 40$, mentre per Facebook per Twitter si è giunti a multipli ben superiori ai 100$.

Ma quanto valgono 19 miliardi di dollari? E’ circa quattro volte il valore del nuovo World Trade Center o 1,5 volte il budget annuale dell’organizzazione no-profit United Nations. Molte sono le nazioni che producono un PIL inferiore, tra cui: l’Albania ($12,38 miliardi), l’Armenia ($9,78 miliardi), l’Islanda ($13,47 miliardi) e la Mongolia ($10,12 miliardi). Il budget 2014 della NASA per l’esplorazione dello spazio è di 17,6 miliardi di dollari. Secondo un nuovo modello sostenibile sviluppato da Effect International (www.effect.org) con la cifra equivalente al valore di Whatsapp si potrebbero aprire circa un milione di nuove scuole in India, ciascuna potrebbe istruire 200 ragazzi il primo anno ed arrivare a circa 1.000 studenti in 5 anni. Una cifra sufficiente ad offrire la totalità della formazione primaria necessaria per educare le nuove generazioni del paese.

Allora perchè una singola applicazione di messaggistica online, per quanto una delle più diffusse, può arrivare a valere tanto? WhatsApp è un’azienda di circa 50 dipendenti, con un ricavo annuale potenziale di 450 milioni di dollari, in crescita del 100% annuo. Il valore chiave dell’applicazione è però la sua base utenti: un’asset imponente, ma volatile, in quanto molti di essi hanno già minacciato di cancellare il proprio account a valle dell’acquisizione, preoccupati dalla perdita di privacy nelle proprie conversazioni o dal fatto di ritrovarsi di nuovo uniti agli utenti di Facebook, magari dopo aver deliberatamente scelto di abbandonare il noto social network.

Facebook non ha quindi comprato principalmente server e data center, o altri asset tangibili, ha comprato il servizio offerto dall’applicazione che connette milioni persone in tutto il mondo. Non solo, l’acquisizione di per sè non genera alcun valore, sposta semplicemente il controllo dell’azienda da un gruppo di persone ad un altro. Sebbene sia chiaro che vi sono importarti sinergie tra le attività di Facebook e quelle di WhatsApp, il valore generato dall’acquisizione per l’utente finale è quasi irrilevante, almeno nel breve-medio termine.

Se durante la forte espansione industriale degli anni 70’ si investivano capitali sulla produzione di beni e servizi tangibili capaci di soddisfare i bisogni concreti e piuttosto basilari dei consumatori, con l’avanzare delle tecnologie e lo sviluppo della società, l’economia si è sviluppata sempre più intorno a quei servizi accessori che non rispondono alle esigenze essenziali dell’essere umano. Se da un lato questa evoluzione è auspicabile, viste le necessità sempre più sofisticate e complesse di ciascun individuo una volta soddisfatti i bisogni essenziali, dall’altro fa riflettere sull’investimento sempre più sbilanciato verso servizi di questo tipo. Dopo la bolla delle ormai famigerate dot-com del 2000 ed il periodo di recessione iniziato nel 2008, possiamo permetterci di sostenere ed aumentare gli investimenti su asset volatili e intangibili? O saranno magari proprio questi ultimi a dare inizio ad una nuova crescita sostenibile dei paesi maggiormente sviluppati? (scritto in collaborazione con Michele D’Aliessi).

Stefano Mainetti è Consigliere Delegato PoliHub – Startup District & Incubator – Fondazione Politecnico di Milano

  • paul

    Ben detto Stefano, e non mi stupirei che nell’arco di uno o due anni la cosa si rivelasse una bolla per Facebook, a seguito di una progressiva emorraggia di utenti che possono ben disporre di servizi analoghi sostitutivi. Paolo

  • Ardigo

    Ciao Stefano.
    Acquisendo quasi mezzo miliardo di ribriche telefoniche e di storie di interazione tra i suoi utenti, e sapendo che ora quella informazione va ad arricchire profili sociali gia connessi in FB, il tutto fatto in modo perfettamente legale, viene da chiederi: quanto valore ha quella informazione, e chi è disposto a pagarlo? Non voglio sembrare un inviato di “Misteri”, ma la mia opinione è che una gran parte di questi fenomeni finanziari non rispondono più alla sola logica del mercato “consumer”, ma a tante logiche, non facili da calcolare. E forse era già cosi nel 2000… Ma allora ci cascammo quasi tutti 🙂

  • Piero

    Attribuire il valore ad un bene economico o a un servizio non è cosa facile.
    Il caso in questione mette in evidenza come il valore derivi esclusivamente da una serie di previsioni future che nulla hanno a che fare con il contesto attuale.
    I social network possono realmente generare servizi in grado di incrementare il reddito di chi li utilizza, o di far “risparmiare” risorse ?
    Io rispondo di no. Sono solo un modo per comunicare e per scambiare informazioni / notizie, se ciò è possibile farlo gratuitamente o quasi (il costo è quello inglobato nell’utilizzo della connessione telematica) allora va bene in caso contrario, fine.
    La “bolla” è inevitabile e prima o poi scoppierà come tutte le bolle speculative a partire da quella sui tulipani del ‘600.
    Speriamo che come al solito a rimetterci non siano i soliti “poveracci” che hanno creduto alle sirene delle lobby finanziario speculative.

  • ComputArte

    Se riusciamo a vedere il picco emerso, i 9/10 si trovano sotto il livello dell’acqua…
    Anche se il patron di FB non è un genio e non è un innovatore puro, affiancato da “tribu’” di analisti economici/finanziari ed avvocati, non penso che abbia pagato più di quello che è il valore attuale, ma soprattutto il valore atteso delle informazioni che potrà spremere dagli utenti attivi e non.
    Mi spiego: questo immenso ammontare di denaro sembra essere spropositato se si analizzasse il modello di ricavi, basandolo solo sulla possibilità di vendere il bannerino pubblicitario sulla stessa schermata di fruizione del cruscotto operativo per mandare messaggini o contenuti multimediali.
    La potenzialità è nascosta nella realtà ( spaventosa e ributtante!) che tutto ciò che transita attraverso i terminali mobili è continuativamente spiato.
    Whatsup spia ed ha acquisito in maniera definitiva, tutte le rubriche telefoniche, le frequenze di interrelazione con numeri di telefono e soggetti correlati, i log del gps per contestualizzare la geolocalizzazione, i log delle ricerche su internet effettuate tramite il cellulare, e se volessimo anche “esagerare” ( ma non fantasticando!) leggere tutto ciò che scriviamo ed ascoltare ( tramite sw semantici in grado di catalogare e classificare ) tutte le nostre conversazioni telefoniche, ma non finisce qui….c’è chi ha anche sperimentato malware con accesso a back-door hw del terminale mobile, in grado di attivare il microfono senza che l’utente “proprietario” ne sia conscio.
    A cosa serve tutto ciò?! Naturalmente a profilare i singoli così come le masse geolocalizzate in porzioni distinte di territorio e a dare in pasto queste informazioni a sw che prevedono dinamiche del singolo e di grupppo sia dal punto di vista sociale, economico, politico ecc ecc.
    MA per tornare ai numeri spicci: è stato calcolato che i dati generati da un utente singolo valgono all’incirca 6 Euro al mese.
    450 milioni di utenti generano un controvalore ( che dovrebbe pagare lo spione allo spiato! ) di circa 2,7 Miliardi di EURO AL MESE.
    ….allora vi sembrano ancora tanti i 19 miliardi pagati?!
    Senza pensare che la fusione dei dati spiati fra FB e tutto ciò che transita su Whatsup, consentirebbe una moltiplicazione del valore dei dati spiati…

  • Stefano

    Grazie per i commenti. Le considerazioni sono condivisibili e sono alla base della valutazione dei 19 mld. A mio parere, resta però aperta la questione di fondo che pongo alla fine dell’articolo. E’ bastato seguire il tono dei commenti degli utenti conseguenti al disservizio di sabato, per renderci conto di come queste valutazioni risultino fragili.

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