“L’Italia ha smesso di pensarsi come Paese in costruzione. È questa, credo, la radice di molti suoi problemi. La denatalità è un sintomo: non si fanno più figli quando non si crede più nel futuro. Eppure nei territori, nelle università, l’energia c’è ancora, è viva e vibrante. Forse manca il racconto collettivo, che riannodi i fili”
Quando ho letto questo passaggio dell’intervista di Giovanni Ferrero al Corriere della Sera ho pensato subito al progetto Economia Circolare delle Competenze della Fondazione Pensiero Solido. E tu, Alessandra Santacroce, consigliera Valore D e direttore relazioni istituzionali IBM, a cosa hai pensato?
“Caro Antonio, ho pensato che il lavoro sulla consapevolezza dell’impatto sociale che abbiamo avviato con il Tavolo Patto per la Tecnologia Inclusiva di Valore D è davvero urgente e potenzialmente molto utile”
In Italia, quando (non) si vuole risolvere una questione, di solito si organizza un tavolo di lavoro…
“Non è il nostro caso. Questo gruppo di lavoro nasce perché ci siamo rese conto che non era più sufficiente parlare di innovazione solo in termini di efficienza o performance: era necessario aprire uno spazio strutturato di riflessione sull’impatto sociale della tecnologia….”
Tu sai che l’impatto sociale della tecnologia è tema che mi sta a cuore, a me e alla Fondazione Pensiero Solido.
“Lo so bene. Anche in Valore D condividiamo l’esigenza di mettere la tecnologia al servizio delle persone, evitando che diventi un nuovo fattore di esclusione”
In particolare per le donne?
“Come sai, la nostra D non sta solo per Donna — ma per Diversità, Dignità, Diritti… qui non sono in gioco solo le donne. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’accelerazione tecnologica senza precedenti, che sta trasformando profondamente il modo in cui lavoriamo, apprendiamo e viviamo. Vale per tutti, uomini e donne. Per questo bisogna garantire accesso equo alle competenze digitali, ridurre le barriere culturali, sociali e generazionali e promuovere un uso responsabile ed etico delle tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale.”
Dico da sempre che non si tratta solo di “usare bene” la tecnologia, ma di usarla con consapevolezza e responsabilità. In fondo, tutto questo ruota attorno a tre fattori: inclusione, competenze, responsabilità. In questa visione, quali sono gli obiettivi principali del Tavolo?
“Sono quattro. Il primo è promuovere l’inclusione digitale, affinché nessuno resti indietro nel processo di trasformazione. Il secondo è lavorare sulle competenze del futuro, aiutando aziende e persone a prepararsi ai cambiamenti del lavoro. Il terzo è valorizzare progettualità concrete e replicabili, che dimostrino come la tecnologia possa essere una leva di inclusione. Infine, vogliamo rafforzare una cultura diffusa della responsabilità tecnologica all’interno delle organizzazioni associate e della società.”
Chi partecipa al Tavolo e perché questo approccio è distintivo?
“Il Tavolo riunisce in maniera rappresentativa per settore molte aziende che aderiscono a Valore D. Te le dico in ordine alfabetico: Accenture, Cassa Depositi e Prestiti, DLA Piper, Edelman, Engie, Engineering, Fastweb Vodafone, GiGroup, GSK, IKEA, Lavazza, Leonardo, Luxottica, Medtronic, Politecnico di Milano, Unicredit. È proprio questa pluralità di sguardi a renderlo distintivo: chi sviluppa tecnologia, chi la adotta e chi ne vive gli effetti quotidianamente si confrontano allo stesso livello.”
Sono tutte aziende importanti. Tu e voi credete quindi nella possibilità di una “responsabilità sociale allargata” da parte delle imprese?
“Crediamo che le imprese siano luoghi nei quali produrre e sperimentare soluzioni immediatamente e realmente utili e sostenibili, che hanno una ricaduta pratica sulla vita delle persone che ne fanno parte e anche su fornitori e clienti.”
Mentre invece le soluzioni della politica sono troppo lente e arrivano tardi?
“Le leggi sono importanti e tu lo sai bene per la tua lunga esperienza in Parlamento. Tuttavia, anche la legge migliore ha bisogno poi di persone e ambienti che la mettano in pratica. Noi lavoriamo anche per predisporre questo ambiente ricettivo. Per esempio, nelle prossime settimane avremo a Roma il CEO Breakfast, un incontro ristretto in cui i CEO delle aziende associate si confronteranno insieme a Stefano da Empoli su competitività, innovazione e sfide che attendono il sistema produttivo italiano ed europeo. A questo incontro sarà presente anche una rappresentanza istituzionale: un segnale che il tema dell’AI nelle imprese ha ormai superato i confini del dibattito accademico ed è entrato nell’agenda di chi governa il Paese.”
Siamo nel primo momento della storia in cui la tecnologia evolve più velocemente della nostra capacità di comprenderla. È qui che si crea il divario: non tra chi ha accesso e chi non ce l’ha, ma tra chi capisce e chi resta spettatore. Come ridurre questo divario? Quale metodo di lavoro vi siete dati?
“Stiamo lavorando su strumenti pratici, linee guida, percorsi formativi e iniziative pensate anche per le PMI, che spesso hanno meno risorse ma sono il cuore del tessuto produttivo italiano. Le imprese hanno una responsabilità centrale. Sono i luoghi in cui la tecnologia viene adottata, governata e resa concreta nella vita delle persone. Attraverso il Tavolo, le aziende possono condividere esperienze, imparare dagli errori e contribuire a costruire un modello di innovazione che sia insieme competitivo e umano. È un patto culturale prima ancora che tecnologico.”
Quindi possiamo dire che le competenze sono il nuovo welfare. Qual è l’ambizione di lungo periodo del Patto per la Tecnologia Inclusiva?
“L’ambizione è contribuire a una crescita sostenibile del Paese. Per questo vogliamo che il Patto diventi un punto di riferimento per aziende e istituzioni che credono in un’innovazione capace di generare valore economico e sociale insieme. In fondo, la tecnologia è davvero trasformativa solo quando migliora la vita delle persone.”
Se non interveniamo ora, la tecnologia non sarà un acceleratore di opportunità, ma un moltiplicatore di disuguaglianze. È già successo con altre rivoluzioni industriali. Non possiamo permetterci di ripetere l’errore.
“Il vero fattore differenziante non è la tecnologia in sé, ma la capacità delle imprese di governarla, integrarla nei processi e accompagnarla con competenze, visione strategica e responsabilità.”
Alessandra, chiudiamo tornando alla D. La tecnologia è davvero democratica?
“Può esserlo. Ci stiamo lavorando. Perché è anche questo valore che la nostra D rappresenta.”
Insomma, l’innovazione non è un algoritmo: è una responsabilità che chiama in causa tutti, ciascuno per la propria responsabilità. Se vogliamo un Paese che crede nel futuro, dobbiamo costruire luoghi dove tecnologia e umanità crescono insieme. Questo è il lavoro che va fatto. È un bivio culturale, prima ancora che tecnologico.



























