Aprire un’impresa in Italia significa muoversi in un Paese che negli ultimi anni ha digitalizzato una parte consistente del rapporto tra cittadini, aziende e Pubblica Amministrazione, senza però aver eliminato la complessità percepita da chi deve avviare una nuova attività.
Il contrasto emerge anche dal Country Report 2026 sull’Italia della Commissione europea: grazie agli interventi del PNRR sono state semplificate o digitalizzate più di 260 procedure amministrative rivolte a cittadini e imprese, ma il 41% delle aziende italiane continua a dichiararsi insoddisfatto della Pubblica Amministrazione. È la quota più alta nell’Unione europea, contro una media UE del 24%.
La Commissione collega queste difficoltà a ritardi operativi, maggiori costi e ostacoli alla crescita delle imprese e indica tra le priorità una maggiore semplificazione amministrativa, una migliore gestione e condivisione dei dati e l’applicazione più estesa del principio “once only”, secondo cui cittadini e aziende non dovrebbero fornire più volte alle amministrazioni le stesse informazioni.
Anche l’OECD Economic Survey: Italy 2026 arriva a una conclusione simile da un’altra prospettiva. Per aumentare il dinamismo imprenditoriale, l’OCSE invita l’Italia a ridurre ulteriormente le barriere alla creazione d’impresa e sottolinea come gli oneri regolatori, fiscali e di compliance continuino a pesare in particolare sulle aziende più piccole e su quelle che stanno cercando di crescere. La questione, quindi, non coincide più semplicemente con il passaggio dalla carta al digitale: riguarda l’organizzazione complessiva del percorso che porta dalla decisione di mettersi in proprio all’effettiva operatività dell’attività.
È anche il punto di partenza dell’analisi di Lorenzo Pireddu, Managing Director Sud Europa di Qonto, che indaga il problema in occasione del lancio in Italia di Company Creation, un servizio di assistenza alla costituzione realizzato con Itadvisors. Una ricerca condotta da Qonto con Norstat a giugno 2026 su un campione di 1.000 PMI e liberi professionisti italiani rileva che il 41% degli imprenditori ha impiegato oltre tre mesi per completare le pratiche necessarie ad avviare l’impresa, mentre appena il 9,2% dichiara di aver concluso l’iter in meno di una settimana.
Secondo Pireddu, concentrarsi sul numero degli adempimenti rischia però di cogliere solo una parte del problema. “Dalla nostra ricerca emerge che il collo di bottiglia non è tanto il singolo adempimento, quanto la combinazione di due fattori: la frammentazione del percorso e la difficoltà di decidere”. Chi vuole mettersi in proprio, prosegue, “si trova a dover coordinare più soggetti come commercialista, notaio quando serve, Agenzia delle Entrate, Camera di Commercio, INPS, INAIL, banca, senza una guida unica che tenga insieme i passaggi”.
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Aprire un’impresa: il tempo si perde anche prima delle pratiche
Il problema comincia spesso prima della compilazione di un modulo. Per aprire un’impresa o una partita IVA occorre stabilire come impostare l’attività, capire quale regime fiscale applicare, verificare quale forma giuridica sia più adatta e individuare i professionisti e gli enti con cui interagire. Sono decisioni che arrivano in una fase in cui l’imprenditore ha spesso competenze molto approfondite sul proprio prodotto, servizio o mercato, ma non necessariamente sull’architettura fiscale e amministrativa necessaria per trasformare il progetto in un’attività formalmente costituita.
“Prima ancora di arrivare agli adempimenti, deve prendere decisioni che percepisce come irreversibili: che regime fiscale scegliere, che forma giuridica, come muoversi senza sbagliare”, spiega Pireddu. Secondo i dati raccolti da Qonto, “il percorso tipico, dalla decisione di aprire un’attività alla prima fattura reale, richiede in media 9-12 settimane: le prime settimane si perdono proprio nel capire da dove iniziare e a chi rivolgersi, non nel compilare moduli”.
La distinzione è importante perché cambia anche il significato della semplificazione. Trasferire online un adempimento può ridurre il tempo necessario per eseguirlo, ma non risolve automaticamente il problema di chi deve capire quale procedura avviare, in quale ordine, con quali conseguenze e coinvolgendo quali interlocutori. Il percorso resta complesso se ogni passaggio funziona individualmente ma l’utente deve ricostruire da solo il disegno complessivo.
È una lettura coerente con quella della Commissione europea, che nel rapporto 2026 sull’Italia insiste proprio sull’interoperabilità e sulla necessità di un approccio maggiormente centrato sull’utente. Il PNRR ha accelerato la digitalizzazione delle procedure, ma la fase successiva richiede che amministrazioni e servizi riescano a scambiarsi meglio dati e informazioni, riducendo duplicazioni e passaggi ridondanti.
La nuova generazione di imprenditori si aspetta processi digitali e tempi chiari
A cambiare, nel frattempo, sono anche le aspettative di chi decide di mettersi in proprio. La ricerca Qonto rileva che il 55% degli intervistati si dichiara a proprio agio nell’affrontare un percorso di costituzione totalmente o parzialmente digitale e oltre il 45% sceglierebbe un canale online se dovesse affrontare nuovamente il processo.
È un dato che si inserisce in un Paese nel quale la digitalizzazione dei servizi è diventata ormai un’esperienza ordinaria per una parte crescente della popolazione. Nel Digital Decade Country Report 2025, la Commissione europea sottolineava i progressi italiani nei servizi pubblici digitali e nella loro interoperabilità; nello stesso rapporto, il 73% degli italiani intervistati nell’Eurobarometro dichiarava che la digitalizzazione dei servizi pubblici e privati stava rendendo più semplice la propria vita.
Questa esperienza modifica inevitabilmente il metro con cui vengono giudicate anche le procedure per aprire un’impresa. “Sta emergendo una nuova generazione di imprenditori, spesso freelance, consulenti, che arriva con aspettative molto alte su velocità e semplicità digitale: pensano che aprire una partita IVA sia ‘un clic e via’”, osserva Pireddu. Il punto non è però promettere tempi incompatibili con gli adempimenti richiesti. Secondo il manager, rispetto al passato queste persone “non chiedono più solo un servizio, ma un’esperienza fluida e trasparente sui tempi reali, senza promesse eccessive”.
Anche all’interno di questa nuova imprenditorialità convivono esigenze diverse. “Alcuni sono più autonomi e tecnologici, altri preferiscono delegare e non pensarci – continua Pireddu – ma entrambi i profili si aspettano che il digitale semplifichi la parte burocratica senza però eliminare la guida umana nei momenti che contano”. Questo passaggio aiuta a evitare un equivoco frequente. Digitalizzare l’apertura di un’attività non significa necessariamente costruire un percorso interamente self-service. L’esigenza può essere piuttosto quella di utilizzare la tecnologia per raccogliere documenti, organizzare informazioni, seguire lo stato delle pratiche e ridurre le attività ripetitive, lasciando alle persone le decisioni nelle quali competenze fiscali, legali e professionali continuano a incidere.
Perché il commercialista resta centrale anche in un percorso digitale
La stessa ricerca Qonto mostra bene questa apparente contraddizione. Più della metà degli intervistati è disponibile ad affrontare un percorso totalmente o parzialmente digitale, ma appena il 16% lo farebbe senza alcun supporto esterno. L’apertura verso i servizi online convive quindi con una forte domanda di consulenza.
Per Pireddu, la spiegazione è legata al peso delle scelte compiute nei primi passi dell’attività. “Le decisioni prese in fase di costituzione hanno un peso fiscale e legale che gli imprenditori percepiscono come definitivo, e la tecnologia da sola non basta a togliere quella paura di sbagliare”. A questa percezione si aggiunge una caratteristica specifica del mercato italiano: “In Italia il commercialista rappresenta il punto di riferimento di fiducia dell’imprenditore nel rapporto con il sistema fiscale, ed è spesso lui a orientare anche la scelta degli strumenti digitali da usare”.
Il rapporto tra consulenza e tecnologia assume quindi una forma diversa rispetto all’idea di una progressiva sostituzione del professionista. “La fiducia si costruisce prima sulla solidità normativa e sulla validazione di un esperto, e solo dopo sulla comodità del digitale”, sintetizza Pireddu. Da qui la formula utilizzata da Qonto per descrivere l’approccio scelto: “Per questo il nostro approccio non è promettere una costituzione istantanea, ma una ‘velocità guidata’: processo rapido, ma con un consulente a supporto in ogni passaggio delicato”.
Il digitale, in altre parole, può intervenire soprattutto sulla continuità del percorso: ridurre la dispersione delle informazioni, mostrare a che punto si trova una pratica, evitare che l’imprenditore debba ricostruire ogni volta ciò che è già stato fatto. Il professionista mantiene invece il presidio sulle scelte che richiedono valutazioni legate alla situazione specifica dell’impresa.
Forfettario, ordinario o società: dove nascono i dubbi di chi si mette in proprio
La scelta fiscale è uno dei primi punti in cui questa esigenza di supporto diventa concreta. “Il dubbio più ricorrente riguarda il regime fiscale: forfettario, ordinario o costituzione di una SRL, con il timore di scegliere l’opzione sbagliata e restarne vincolati”, racconta Pireddu. Per chi sceglie la strada societaria si apre poi un secondo livello di valutazione, relativo alla forma giuridica più coerente con il progetto e con la sua possibile evoluzione. Le incertezze non terminano con la scelta iniziale. “Un altro errore frequente è sottovalutare gli obblighi che diventano operativi da subito, PEC, SPID, fatturazione elettronica, e i costi accessori che variano da caso a caso, come oneri notarili o diritti camerali, spesso chiariti solo strada facendo”, aggiunge Pireddu.
Trasparenza significa quindi anche rendere visibile in anticipo la sequenza delle operazioni e distinguere passaggi che l’imprenditore potrebbe percepire come contemporanei. Un esempio riguarda il rapporto tra costituzione della società e apertura del conto aziendale. “Molti pensano che il conto business si apra nello stesso momento della società: l’apertura del conto segue invece una propria valutazione, in questo caso quella antiriciclaggio di Qonto, e i relativi tempi”, precisa Pireddu.
Sono elementi apparentemente operativi, ma spiegano perché l’esperienza di chi avvia un’attività possa risultare più lunga o incerta rispetto alle aspettative. Quando i diversi soggetti coinvolti seguono processi indipendenti, la durata complessiva non dipende da un unico interlocutore e non sempre può essere anticipata in modo uniforme.
- Company Creation: cosa viene digitalizzato e dove intervengono i professionisti
È su questa separazione tra attività standardizzabili e decisioni professionali che è stato costruito Company Creation. Pireddu lo definisce “un servizio di assistenza alla costituzione, erogato da Itadvisors e accessibile tramite Qonto”, che interviene su tre componenti del percorso: “digitalizza la raccolta dei dati, l’assemblaggio del dossier e il monitoraggio dello stato di avanzamento”.
Il processo non elimina i professionisti coinvolti nella costituzione. “La componente umana resta centrale nei momenti in cui si prendono decisioni”, precisa Pireddu. Il percorso comprende una consulenza di un’ora con un commercialista Itadvisors per orientare la scelta del regime fiscale e della forma giuridica. Nel caso di SRL, SRLS o startup innovative rimane inoltre necessario l’intervento del notaio per l’atto costitutivo. Secondo Qonto, l’appuntamento viene coordinato generalmente entro una o due settimane dal completamento del dossier, compatibilmente con la disponibilità del cliente.
Per partite IVA e ditte individuali il percorso è differente perché non è necessario il passaggio notarile. In questi casi, spiega Pireddu, “la richiesta viene inviata all’Agenzia delle Entrate entro 24 ore dal completamento del dossier”.
C’è poi una precisazione importante per delimitare correttamente il perimetro del servizio. “È bene essere chiari: è un servizio di supporto, non di costituzione diretta, e il suo esito non è garantito dal solo pagamento della quota Itadvisors”, sottolinea Pireddu. Questo significa che la piattaforma può rendere più ordinata e leggibile la gestione del percorso, mentre restano applicabili le procedure, i controlli e le responsabilità previste per i diversi soggetti coinvolti.
Le fintech si spostano verso l’inizio della vita dell’impresa
L’arrivo di Qonto nella fase di costituzione è interessante anche perché allarga il perimetro tradizionale di una fintech dedicata alle imprese. Se inizialmente questi operatori entravano in rapporto con il cliente dopo la nascita dell’attività, oggi alcuni servizi si spostano verso una fase precedente, quando devono ancora essere definite le condizioni necessarie per iniziare a operare. “Fino a poco tempo fa una fintech come Qonto entrava in gioco quando l’impresa esisteva già ed era pronta a operare; oggi, in collaborazione con Itadvisors, possiamo affiancare l’imprenditore già nella fase che precede l’esistenza legale dell’attività”, spiega Pireddu.
Anche qui il confine tra tecnologia e professioni rimane netto. “Questo non significa sostituirsi ai professionisti: il commercialista e il notaio restano attori centrali, e il nostro ruolo è costruire un ecosistema in cui i diversi soggetti collaborano”, precisa. Nella visione di Qonto, l’obiettivo è fare in modo “che il primo giorno di vita legale dell’impresa coincida con il primo giorno di operatività su Qonto”. La trasformazione riguarda quindi la relazione tra servizi che in passato tendevano a essere acquistati e gestiti separatamente. Secondo Pireddu, “è un cambio di passo nel rapporto tra fintech, professionisti e PMI: da fornitori di strumenti separati a partner di un unico percorso”.
Per una fintech questo significa occuparsi sempre più dell’integrazione tra attività diverse: amministrazione, fatturazione, gestione finanziaria e relazione con i professionisti. Per commercialisti e altri consulenti significa invece poter delegare alla tecnologia alcune attività operative mantenendo il presidio delle decisioni che richiedono competenza professionale.
Più che nuovi strumenti digitali, serve far dialogare quelli che già esistono
Resta infine la questione più ampia: che cosa dovrebbe cambiare nel sistema italiano per ridurre realmente il tempo e la complessità necessari ad aprire un’impresa? La risposta di Pireddu ribalta in parte l’idea che serva necessariamente un’ulteriore ondata di digitalizzazione. “La leva principale non è tanto altra digitalizzazione in senso stretto, visto che l’Italia ha già digitalizzato per obbligo normativo, con SDI, PEC e SPID, quanto una maggiore integrazione tra i soggetti coinvolti e un modello di assistenza più efficace“, afferma.
Il punto coincide con uno dei problemi messi in evidenza anche dalla Commissione europea. La digitalizzazione delle procedure italiane è avanzata e il PNRR ha accelerato questo processo, ma la semplificazione richiede ora più interoperabilità, condivisione dei dati e coordinamento.
“Oggi notaio, Agenzia delle Entrate, Camera di Commercio, INPS, INAIL e banca lavorano ciascuno con le proprie tempistiche e i propri canali, e questa frammentazione è la vera causa dei tempi lunghi, più che la mancanza di strumenti digitali o di norme aggiornate”, sostiene Pireddu. La direzione indicata è quindi molto concreta: “Se questi passaggi dialogassero meglio tra loro, e se ogni imprenditore avesse accesso a una guida esperta capace di orientarlo lungo tutto il percorso, i tempi di avvio si accorcerebbero in modo significativo, senza bisogno di rivoluzionare le regole”.
È probabilmente qui che si gioca la fase successiva della digitalizzazione dei servizi per le imprese. Dopo aver trasformato in digitali molti singoli adempimenti, il salto di qualità riguarda la capacità di collegarli. Per chi vuole aprire un’impresa, semplificare significa soprattutto avere una visione chiara del percorso: sapere quali decisioni devono essere prese, quale professionista o ente interviene, quali documenti servono, quali costi possono emergere e quali tempi sono realistici. Una differenza che, nella pratica, può pesare molto più dell’aggiunta di un nuovo modulo online.




























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