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Antonio Preiti: “Italiani e politica, cosa cambia (e cosa c’entra la tecnologia)”



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Antonio Preiti, docente ed editorialista, ha condotto una ricerca sul modo degli italiani di guardare alla politica: qualcosa sta cambiando. Ecco i nuovi segnali e come la tecnologia può contribuire alla trasformazione

Pubblicato il 17 apr 2026

Antonio Palmieri

Fondatore e presidente di Fondazione Pensiero Solido



Antonio Preiti: “Italiani e politica, cosa cambia (e cosa c’entra la tecnologia)”
Antonio Preiti
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“Per anni abbiamo osservato la politica italiana guardando solo ciò che accade in superficie: leader, partiti, sondaggi, alleanze. Tutto ciò è visibile, ma non spiega davvero la mente politica degli Italiani.” 

Quindi questa sua nuova ricerca parte da un punto di vista insolito: la domanda e non l’offerta politica. Un cambio di metodo, dunque, egregio Antonio Preiti. Perché lei, docente all’Università di Firenze ed editorialista del Corriere della Sera, ha fatto questa scelta?

“Con “L’Anima Politica degli Italiani” ho provato a guardare la politica dal lato della domanda: mettere al centro gli italiani, i loro sentimenti, le loro paure, le loro attese, le ragioni dell’allontanamento e quelle, più sorprendenti, del possibile ritorno. Mi interessava capire non soltanto che cosa pensano della politica, ma che cosa si aspettano ancora da essa. È lì, credo, che si legge la parte più profonda del Paese.”

Cambiare prospettiva per vedere la realtà da un nuovo punto di vista. La ricerca – realizzata da Sociometrica con FieldCare – è autonoma e autofinanziata. Che valore aggiunge questo?

“Aggiunge il valore più importante: la libertà. Nessuna committenza politica, nessuna tesi da confermare, nessuna aspettativa da compiacere. Soltanto il desiderio di capire. E capire, soprattutto in una democrazia attraversata da così tanta semplificazione e da così tanto rumore, è già di per sé un servizio pubblico.”

Quindi lei sta per dirci chi vincerà le prossime elezioni politiche.

“No, e direi per fortuna. Se qualcuno cercasse oggi una previsione sulle elezioni del 2027, farebbe bene a fermarsi subito. Non sappiamo ancora con chiarezza chi correrà, con quali alleanze, quali leader e dentro quale quadro politico. Questo lavoro non dice chi vincerà. Dice qualcosa di più importante: in quale stato d’animo si trova il Paese che, a un certo punto, sarà chiamato a scegliere.”

Il ritorno alle urne

Da anni i sondaggi raccontano un Paese stanco, disilluso, mezzo assente, ritirato dalla politica, dove votare è diventato un gesto privo di senso. Infatti, ci siamo tutti stupiti per la partecipazione al referendum costituzionale…gli italiani stanno tornando a votare?

“Sì, qualcosa si è mosso. Non parlerei di un ritorno entusiastico, né di una ritrovata fiducia sentimentale nella politica. Parlerei piuttosto di una riattivazione. Di una nuova pressione della società verso la politica. Il nostro dato è molto chiaro: il 72% dichiara che andrebbe a votare alle prossime elezioni, contro il 63,9% registrato alle politiche del 2022. È una differenza significativa, più di otto punti. Naturalmente sappiamo che tra intenzione dichiarata e comportamento reale c’è sempre una distanza. Ma qui il punto non è l’illusione della previsione perfetta. Il punto è la direzione. E la direzione dice che il Paese non si è ritirato definitivamente dalla politica: la sta tornando a cercare.”

Un ritorno di fiamma?

“Non userei questa espressione, perché evoca trasporto, slancio, quasi una passione ritrovata. Io vedo qualcosa di diverso: un ritorno per necessità. E la necessità, in democrazia, è una forma di coinvolgimento spesso più seria, più concreta, più matura dell’entusiasmo.”

L’elemento “speranza”

Nel rapporto tra cittadini e politica compare un elemento inatteso: la speranza. Quanto è significativo?

“È significativo proprio perché inatteso. Parliamo del 20,8% degli intervistati.”

Un quinto. Un po’ poco…

“Certo, non basta per dire che la speranza sia diventata il sentimento dominante del Paese. Sarebbe una forzatura. Però basta per dire che qualcosa ha smesso di essere impossibile. Veniamo da dieci anni o più in cui il rapporto emotivo con la politica è stato dominato dalle tre ‘R’: rancore, risentimento, rabbia. Per molto tempo la politica è stata vissuta come il luogo del disgusto, della delusione, della distanza morale. Oggi compare una fenditura, ancora piccola, ma reale. La speranza non domina il quadro, ma torna a essere immaginabile. E nelle democrazie i cambiamenti profondi cominciano spesso così: non quando la speranza è già maggioranza, ma quando smette di essere un’eccezione.”

Lei parla di una sproporzione tra il Paese reale e il suo teatro pubblico. Che cosa intende?

“Intendo dire che il dibattito pubblico italiano è molto più radicalizzato del Paese reale. Le posizioni più estreme, a destra come a sinistra, occupano una quota enorme della scena simbolica e mediatica, ma rappresentano una porzione molto più ridotta dell’elettorato effettivo, intorno al 5%. Sono minoranze acustiche: parlano di più, urtano di più, incendiano di più. E così finiscono per sembrare più centrali di quanto siano. Ma dietro quel frastuono c’è una maggioranza assai più larga, assai meno ideologica, assai più concreta.”

Migliore In che senso?

“Nel senso più semplice e più difficile insieme: una politica più trasparente, più credibile, più capace. Gli italiani non sembrano domandare il fascino della demolizione, ma la serietà della costruzione. Non chiedono l’ennesima palingenesi. Chiedono affidabilità. Chiedono leggi migliori, ma soprattutto una migliore esecuzione delle leggi. Chiedono meno enfasi salvifica e più capacità di governo. In fondo, meno promessa e più prova.”

Addio al “nuovismo”?

In questo quadro, che fine fa il “nuovismo” che ha segnato tanti anni della politica italiana?

“Direi che il nuovismo perde forza. Per molto tempo è sembrato che la soluzione dovesse arrivare sempre da un soggetto nuovo, da un volto nuovo, da una sigla nuova, da una rottura continua con tutto ciò che veniva prima. Oggi questo meccanismo convince meno, o almeno convince “solo” il 20%. Gli italiani sembrano molto meno disponibili a credere che basti cambiare etichetta per cambiare la sostanza. La domanda che emerge è diversa: non un’altra rottura, ma una maturazione. Più qualità nelle classi dirigenti, più trasparenza, più serietà, più selezione.”

Il problema è che questa domanda maggioritaria non domina il dibattito. Perché?

“Perché è meno spettacolare. La richiesta di buon governo, di serietà, di qualità democratica, non ha la forza incendiaria della polemica identitaria o della promessa di una cesura assoluta. È una domanda più ragionevole, ma meno esplosiva. Più sostanziale, ma meno telegenica. E così accade un paradosso tipico del nostro tempo: ciò che rappresenta di più parla meno, e ciò che eccita di più sembra rappresentare di più.”

Questo crea un nodo politico per i prossimi anni?

“Sì, e credo che sia un nodo decisivo. La partita dei prossimi anni non sarà vinta da chi saprà alzare ulteriormente il volume del conflitto, ma da chi riuscirà a dare linguaggio, forza e temperatura emotiva a questa domanda maggioritaria di politica migliore. La vera sfida è parlare al corpaccione della nazione senza annoiarlo, senza tradirlo, senza infantilizzarlo. È più difficile che infiammare una minoranza. Ma è molto più decisivo.”

Il rapporto politica-emozioni

C’è anche un tema più profondo, quasi antropologico, nel rapporto tra politica ed emozioni.

“Sì, perché oggi la comunicazione politica riesce a diventare popolare soprattutto quando attiva emozioni primarie. È questo il problema di fondo. La politica che vuole farsi ascoltare finisce quasi sempre per esasperare, semplificare, polarizzare. Uscire da questo circuito è difficilissimo. Manca ancora uno spazio condiviso in cui possano convivere intensità e misura, passione e responsabilità, forza e sobrietà. Eppure, una parte profonda del Paese continua a riconoscere valore nella compostezza, nella serietà, nel senso delle istituzioni. Il punto è che questa sensibilità non ha ancora trovato un pieno riflesso nella pratica quotidiana dei partiti. È un ponte ancora da costruire. Potessi andare oltre la lettera della ricerca, direi che il modello Mattarella, improntato alla serietà, alla pragmaticità, ai valori profondi del Paese e dell’occidente non è ancora compiutamente seguito dai partiti.”

Tecnologia e politica, quale rapporto

In questo scenario, che ruolo gioca o può giocare la tecnologia, dall’uso dei social a quello dell’intelligenza artificiale?

“La tecnologia non è neutra, ma non è nemmeno un destino. Può aggravare i difetti del sistema, oppure aiutare a correggerli. Dipende da come la si usa. Se leggiamo i risultati della ricerca, la direzione è abbastanza chiara: servirebbe un uso meno gridato, meno narcisistico, meno tossico dei social. Soprattutto oggi che – registriamo nella ricerca – l’evento storico del sorpasso di internet sulla televisione. Servirebbe un uso più coerente con quella domanda di serietà, sobrietà e sensibilità che emerge dal Paese reale. Nel suo nuovo libro “Non è colpa dell’algoritmo!”, ho trovato un’ottima guida per un modello “educato” e responsabile di gestione dell’algoritmo che guida la distribuzione delle informazioni sui social. Servirebbe il coraggio di fare anche sui social una cosa oggi quasi controcorrente: proporre ragionamenti invece di invettive, proposte invece di sole polemiche, e parlare non soltanto alla propria tifoseria ma anche a chi è in cerca di buona politica.”

Fin qui, ci siamo. E poi?

“E poi bisogna accettare una verità scomoda: non è sempre utile compiacere l’algoritmo, anche se non bisogna dimenticare le sue regole d’attrazione, se così si può dire. L’algoritmo tende a premiare l’engagement, e l’engagement si nutre spesso di conflitto, semplificazione, contenuti divisivi, linguaggi forti. Questo crea una spinta strutturale verso la radicalizzazione. Perciò il problema non è solo tecnico. È culturale e politico. Le piattaforme hanno certamente responsabilità, ma le hanno anche i politici quando scelgono di usare il lato oscuro dei social come scorciatoia per costruire consenso rapido. Questa serietà però deve esprimersi attraverso emozioni, il coinvolgimento, il riferimento ai valori più potenti del nostro vivere civile, altrimenti apparirebbe noiosa e oggi nessuno ama la noia, meno che mai sui social.” Come ci ha insegnato Antonio Damasio e gli altri neuroscienziati, è l’emozione che guida la ragione e non il contrario. In politica più che dovunque.”

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