LA TESTIMONIANZA

Quando un’azienda va in analisi: l’esperienza di counseling di gruppo di Mamazen



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Investire nelle dinamiche relazionali è necessario e redditizio. Così Mamazen (startup studio) ha deciso di dedicare due mezze giornate al mese a un counseling di gruppo. Ne è derivata maggiore chiarezza interna. E produttività, responsabilità e coesione stanno migliorando

Pubblicato il 17 feb 2026



Mamazen: quando l’azienda va in terapia
Mamazen: quando l'azienda va in terapia

Nel mio precedente articolo ho raccontato perché, come founder, ho scelto di prendermi cura della mia salute mentale e quanto quella scelta abbia inciso sul mio modo di fare impresa.

Quello che non avevo ancora raccontato è il passaggio successivo: a un certo punto ho capito che lavorare su di me non bastava più. Se un’azienda è fatta di persone e le persone vivono di relazioni, allora anche le relazioni vanno curate con la stessa intenzionalità con cui si curano i numeri altrimenti mi perdo dei pezzi.

È così che in Mamazen abbiamo iniziato un percorso di counseling di gruppo con Stefania Massara e Marco Begani, counselor gestalt. Due mezze giornate al mese in cui sospendiamo l’operatività, chiudiamo i computer e ci fermiamo a osservare ciò che accade tra di noi. All’inizio è stato scomodo. Sono emersi temi irrisolti, tensioni, dinamiche che preferivamo non vedere. Oggi posso dire che è uno degli investimenti più redditizi che abbiamo fatto.

L’azienda “in terapia”: perché abbiamo iniziato

Mamazen sta crescendo, e quando un gruppo cresce le dinamiche si fanno inevitabilmente più complesse. Alcune persone parlano meno e faticano a esporsi; altre si assumono un carico eccessivo di responsabilità, rischiando di arrivare al limite. Si creano sottogruppi, spesso in modo naturale: nel nostro caso c’è il team storico di Torino e poi chi lavora da altre città e si incontra in presenza solo pochi giorni al mese. Lavoriamo molto da remoto, e questo genera asimmetrie informative e una qualità diversa delle relazioni quotidiane.

In questo contesto nascono piccoli attriti, tensioni sottili che l’operatività quotidiana tende a schiacciare. Decisioni sospese, paure non nominate, incomprensioni tra chi si occupa di validazione, chi di fundraising e chi di finance. Ognuno guarda il proprio pezzo di processo e non sempre comprende fino in fondo quello dell’altro.

Non sono “grandi problemi” ma l’attrito, in un’organizzazione che vuole scalare, è un costo enorme. E ciò che oggi è micro, domani può diventare un problema strutturale.

Io stesso, negli ultimi mesi, mi sono accorto di essere più teso. Una socia me lo ha fatto notare con grande lucidità, dopo un pranzo insieme. Aveva ragione. La tensione nasceva dal fatto che stavamo entrando in una fase nuova, fatta di maggiore focus e di decisioni più nette, alcune inevitabilmente impopolari.

Per me non sono mai solo scelte tecniche. I progetti hanno un’anima e dietro ogni decisione ci sono persone, energie investite, pezzi di strada condivisa. Prendere una direzione che sai essere giusta per l’azienda ma che può dispiacere a qualcuno non è mai neutro. Proprio per questo ho capito che, per attraversare bene quella fase, serviva più lucidità collettiva, non solo individuale.

Cosa succede in una supervisione gestalt?

La Gestalt parte da un’idea semplice: rendere visibile ciò che accade nel campo relazionale. Non si tratta di fare psicoterapia in azienda, ma di osservare con attenzione le dinamiche che emergono mentre lavoriamo insieme.

Non è un’analisi teorica. Il supervisore osserva ciò che accade tra noi e lo restituisce al gruppo. Se il clima diventa teso mentre si parla di un tema, lo fa notare. Se qualcuno resta in silenzio o sembra trattenere qualcosa, porta l’attenzione su quel punto.

È come avere uno specchio davanti. E quando ti vedi con più chiarezza, cambi modo di stare nell’azienda. Molte dinamiche che rallentano il lavoro non spariscono perché le analizzi, ma perché finalmente le riconosci.

Quando ogni persona trova il proprio spazio, molte cose cambiano. Ci si accorge che spesso ciò che sembrava un problema individuale è in realtà un fenomeno di sistema. Se qualcuno è bloccato, forse il gruppo sta funzionando in un modo che contribuisce a quel blocco. Cambiare lo sguardo cambia anche la qualità delle decisioni.

Mettere in campo ciò che non si dice

Uno dei lavori ha riguardato il tema della responsabilità economica. Abbiamo condiviso numeri reali, margini, vincoli, prospettive. Ma soprattutto abbiamo esplorato le percezioni: chi si sente responsabile della spesa? Chi si sente legittimato a mettere in discussione un investimento? Chi tende a caricarsi da solo un peso eccessivo?

È emerso che alcune persone vivevano una pressione sproporzionata rispetto al proprio ruolo, mentre altre non avevano piena consapevolezza dell’impatto delle proprie scelte. Non abbiamo introdotto nuove regole; è cambiato il livello di consapevolezza. Oggi la responsabilità è più distribuita perché è più compresa.

Lo stesso è accaduto su altri fronti. Sono emersi colli di bottiglia che nessuna riunione operativa avrebbe fatto emergere: un eccesso di controllo da parte nostra come studio, una paura diffusa di non essere abbastanza veloci, un attaccamento emotivo a progetti che avrebbero richiesto decisioni più nette. È stato come sollevare un tappeto: la polvere c’era già, ma finché non la vedi non puoi decidere cosa farne.

Cosa sta cambiando in Mamazen?

Da questo lavoro sono nate scelte molto concrete: accelerare ciò che funziona, chiudere prima ciò che non decolla, redistribuire responsabilità, prepararci a un ciclo più focalizzato. Molti dei cambiamenti strategici che ho raccontato negli ultimi mesi su Linkedin, meno controllo centralizzato, più autonomia ai founder, maggiore concentrazione su business meno capital intensive sono stati resi possibili anche da questa maggiore chiarezza interna.

Le decisioni sono più rapide, le discussioni meno ripetitive, le paure condivise e quindi meno paralizzanti. Spesso una paura che sembra individuale è in realtà comune a molti, ma finché nessuno la nomina resta un peso silenzioso. Quando viene messa nel campo, il clima cambia.

Mettere le cose in luce non ci ha reso più cinici. Ci ha reso più lucidi.

Perché è un investimento e non un costo?

Finora abbiamo investito circa 5.000 euro in questo percorso. È una cifra modesta se paragonata al costo di un progetto tenuto in vita troppo a lungo o al rischio di perdere una persona chiave per sovraccarico.

In uno startup studio che costruisce aziende cash-generative e lavora in ottica M&A, velocità e chiarezza sono asset strategici. Investire nelle dinamiche relazionali non è un vezzo umanistico; è una scelta di governance.

Quello che sto imparando

All’inizio temevo che fermarci per due giorni al mese potesse rallentarci e questa era una paura condivisa. È successo il contrario. Più consapevolezza ha generato più coraggio. Oggi siamo più capaci di distinguere tra attaccamento emotivo e scelta strategica.

Prima delle exit, prima dei pitch, prima delle metriche, ci sono le relazioni. Se non le curi, prima o poi ti presentano il conto. Se le affronti con onestà e competenza, possono diventare la base più solida su cui costruire crescita, redditività e quando sarà il momento un’exit fatta bene.

Forse la vera maturità di un’organizzazione non si misura solo dal fatturato, ma dal livello di consapevolezza con cui le persone che la compongono stanno insieme.

FAQ: Startup

Una startup è un’impresa di nuova costituzione che cerca di sviluppare un modello di business scalabile e ripetibile, solitamente nel settore tecnologico o innovativo. Si caratterizza per un’elevata dose di innovazione e per la configurazione orientata alla crescita rapida. Le startup operano in condizioni di incertezza e si basano spesso su finanziamenti esterni come venture capital per supportare il loro sviluppo. Il costo iniziale per la costituzione è contenuto, ma nei primi anni i costi di ricerca, sviluppo e commercializzazione possono essere elevati a fronte di ricavi insufficienti, rendendo necessaria la ricerca di investitori. Il tasso di fallimento è piuttosto alto (circa il 95% entro 4 anni), ma queste realtà sono fondamentali per l’ecosistema innovativo e possono contribuire a migliorare la vita delle persone attraverso l’innovazione.

Le startup differiscono dalle imprese tradizionali principalmente per il loro approccio al rischio e al fallimento. Mentre per le aziende tradizionali il fallimento è un’eventualità da minimizzare, per le startup è considerato la normalità, l’esito più ricorrente. Le startup sono definite dal tipo di investitore che le finanzia: il venture capitalist, che accetta un rischio altissimo in cambio di potenziali rendimenti elevati. Inoltre, le startup mirano a una crescita rapida e scalabile, con modelli di business che possono aumentare il volume d’affari in modo esponenziale senza un impiego proporzionale di risorse. Questo le rende un’asset class completamente diversa, difficilmente inquadrabile con gli schemi economici e giuridici tradizionali.

Tra le startup italiane più promettenti nel 2025 troviamo realtà innovative in diversi settori. Nel campo dell’intelligenza artificiale spiccano AI.TECH, che sviluppa soluzioni per l’analisi dell’impronta energetica, e AndromedAI, specializzata nell’ottimizzazione di cataloghi e-commerce. Nel settore healthtech emergono Serenis, piattaforma per la salute mentale che ha chiuso un round da 12 milioni, e AmaliaCare per l’assistenza agli anziani. Nel settore automotive, Maxi Mobility sta rivoluzionando la mobilità elettrica per taxi e flotte urbane. Altre startup di rilievo includono Lexroom (AI per il settore legale), TextYess (conversazioni digitali per e-commerce), Pack (HR tech con AI), e J4ENERGY (piattaforma per l’ottimizzazione energetica). Queste realtà rappresentano l’eccellenza dell’innovazione italiana, con modelli di business scalabili e tecnologie all’avanguardia.

Il finanziamento delle startup in Italia avviene attraverso diversi round di investimento che accompagnano le diverse fasi di sviluppo dell’impresa. Si parte dal pre-seed, fase iniziale in cui si raccolgono capitali per sviluppare l’idea e validare il progetto, seguito dal seed round che supporta la fase iniziale. La serie A accelera lo sviluppo del prodotto, mentre la serie B permette l’espansione e la serie C finanzia la crescita internazionale. Ogni round comporta un aumento del capitale e un rischio crescente per gli investitori. In Italia, i finanziamenti provengono principalmente da fondi di venture capital, business angel, corporate venture capital, e programmi di accelerazione come quelli della Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital. Esistono anche strumenti come l’equity crowdfunding e finanziamenti pubblici come Smart&Start Italia.

Gli acceleratori di startup svolgono un ruolo fondamentale nel velocizzare la crescita delle giovani imprese innovative che hanno già un’idea di prodotto e un business model definito. Offrono programmi strutturati, generalmente della durata di 3-6 mesi, durante i quali forniscono mentorship, networking, accesso a investitori e talvolta finanziamenti seed in cambio di quote di equity. A differenza degli incubatori, che supportano le idee imprenditoriali sin dalle fasi iniziali, gli acceleratori si concentrano maggiormente sullo sviluppo economico e sulla scalabilità di business già avviati. In Italia, la Rete Nazionale Acceleratori di CDP Venture Capital gestisce un network di acceleratori verticali dedicati a diversi settori strategici, affiancati da realtà come Cariplo Factory, H-Farm, Luiss Enlabs e Plug & Play, che offrono programmi specializzati per supportare la crescita delle startup nei rispettivi mercati.

Uno startup studio, o venture builder, è una macchina per creare imprese che parte da un processo strutturato: analizza mercati, tendenze emergenti e bisogni latenti per sviluppare soluzioni digitali scalabili. A differenza del modello tradizionale basato sul founder visionario, lo startup studio progetta e costruisce startup da zero, selezionando progetti ad alto potenziale e pianificandoli nei minimi dettagli. Fornisce un’impalcatura solida che include validazione del bisogno, sviluppo del business model, implementazione operativa, reclutamento del team e strategia di go-to-market. Questo approccio industriale all’innovazione produce startup più robuste, con maggiore capacità di crescita e velocità di ingresso sul mercato. In Italia, tra i principali startup studio troviamo Mamazen, Startup Bakery, Vento, Nana Bianca e FoolFarm, ciascuno con approcci e specializzazioni diverse.

Le startup italiane affrontano diverse sfide significative nel loro percorso di crescita. La prima è l’accesso ai capitali: nonostante la crescita del venture capital italiano, i finanziamenti restano inferiori rispetto ad altri paesi europei, limitando la capacità di scalare rapidamente. Un’altra sfida è la burocrazia e il quadro normativo complesso, che rallenta la costituzione e lo sviluppo delle imprese innovative. La difficoltà nel trovare talenti specializzati, soprattutto in ambito tech, rappresenta un ulteriore ostacolo, aggravato dalla fuga di cervelli verso l’estero. Le startup italiane devono anche affrontare un mercato interno relativamente piccolo che spesso le costringe a internazionalizzarsi precocemente, processo che richiede risorse e competenze specifiche. Infine, la cultura imprenditoriale italiana è tradizionalmente avversa al rischio, con una minore propensione all’investimento in progetti innovativi ma rischiosi.

Il Corporate Venture Capital (CVC) in Italia sta crescendo come strumento strategico per le grandi aziende che vogliono innovare attraverso l’investimento in startup. A differenza dei fondi di venture capital tradizionali, il CVC non dovrebbe concentrarsi principalmente sul ritorno finanziario, ma funzionare come un sensore strategico sul futuro del business, capace di fornire insight alle funzioni che guidano l’azienda. L’obiettivo primario è comprendere in anticipo dove sta andando l’innovazione nel proprio settore, accelerare lo sviluppo di nuove linee di prodotto e, solo in terza battuta, generare rendimenti finanziari. In Italia, diverse grandi aziende hanno lanciato veicoli di CVC, spesso spinti dall’urgenza di fare open innovation, ma non sempre con un disegno strategico di lungo periodo. Il rischio è creare portafogli formalmente di successo ma debolmente integrati nel percorso industriale dell’azienda.

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