Il mercato italiano del venture capital è ancora indietro rispetto a quello dei principali Paesi europei ed è caratterizzato dalla scarsità di exit significative. Eppure nel 2025 è cresciuto il peso dei round più grandi e la presenza di investitori internazionali (fino al 46% in alcune rilevazioni), segno che alcuni deal italiani riescono ancora ad attrarre capitali competitivi.
Nel 2025 gli investimenti in startup e imprese innovative in Italia sono arrivati a 1,735 miliardi di euro su 436 round (Osservatorio Growth Capital–Italian Tech Alliance).
La crescita si è concentrata nella seconda metà dell’anno: il Q4 è il trimestre con più capitale investito di sempre, grazie al ritorno dei round oltre 25 milioni. Nello stesso perimetro, la presenza di investitori internazionali si è irrobustita fino al 46%.
Il Venture Capital Barometer di EY ha stimato per il 2025 una “raccolta complessiva” di 1,488 miliardi (+32% sul 2024) e 238 round. Nel Barometer EY il ticket medio sale da 3,9 a 6,3 milioni (+62%), segnalando più peso a operazioni di dimensione maggiore.
Tuttavia i numeri non sono univoci: l’Osservatorio Startup e Scaleup HiTech del Politecnico di Milano indica per il 2025 una crescita del +2,8%, molto distante dal +32% segnalato da EY.
In rapporto all’economia il mercato resta sotto-scala: EY stima investimenti VC pari allo 0,07% del PIL (contro 0,22% Francia e 0,15% Germania; Spagna 0,16%).
La composizione resta concentrata: nel 2025 i round oltre i 50 milioni pesano “per più di un terzo” e tre società raccolgono complessivamente 525 milioni.
Sul piano strutturale, il punto debole rimane la scarsità di exit significative, che frena il “circolo virtuoso” tipico dei mercati più maturi.
Sul lato della raccolta dei capitali, Aifi segnala nel I semestre 2025 una raccolta complessiva a 1,703 miliardi, in calo del 40% sullo stesso periodo 2024: un vincolo che può pesare sulla continuità dei flussi (Aifi, comunicato stampa 18 settembre 2025).
Ma vediamo di capire meglio cos’è, come è nato e come funziona questo strumento di finanziamento delle giovani imprese attraverso capitale di rischio.
Indice degli argomenti
Cos’è il venture capital
Il venture capital è una forma di finanziamento in cui gli investitori forniscono capitali alle startup e alle piccole imprese con un potenziale di crescita elevato in cambio di una partecipazione azionaria.
Gli investitori di venture capital sono spesso fondi, aziende specializzate o individui facoltosi che cercano di ottenere un ritorno significativo sul loro investimento nel lungo termine.
I finanziamenti sono tipicamente utilizzati dalle aziende per espandersi, sviluppare nuovi prodotti o entrare in nuovi mercati. Il rischio associato al venture capital è elevato, ma può portare a grandi profitti se l’azienda finanziata ha successo.
Venture capital, una storia iniziata negli Stati Uniti
Il venture capital ha avuto origine negli Stati Uniti negli anni ’40 del secolo scorso. Il primo fondo di venture capital è stato l’American Research and Development Corporation (ARDC), fondato nel 1946 dal professore della Harvard Business School Georges Doriot, conosciuto ora come “il padre del capitale di rischio”. Attualmente, l’ecosistema venture capital è in condizioni di stabilità ed è valutato 75 miliardi di dollari, investiti in circa 4.302 operazioni (dati National Venture Capital Association relativi al secondo trimestre 2021.)
Storia del venture capital in Italia
Il venture capital in Italia ha una storia relativamente breve. In Europa inizia a diffondersi a partire dagli anni ’80, mentre nel nostro Paese è solo negli anni ’90, con la creazione di alcune società di investimento specializzate in startup ad alto contenuto tecnologico, che il venture capital entra nel panorama economico.
Il termine si riferisce a una forma di finanziamento che prevede l’investimento di capitali in imprese innovative e ad alto potenziale di crescita (operazioni di early stage), in cambio di una partecipazione azionaria. Il venture capital si rivolge alle startup in fase di sviluppo o alle imprese emergenti. Questo tipo di investimento è particolarmente importante per le startup innovative, che spesso non hanno accesso ad altre forme di finanziamento tradizionali.
Qual è l’identikit di un venture capitalist in Italia? Da noi gli operatori si distinguono per un profilo particolarmente prudente rispetto ai colleghi europei. QUI uno studio che lo analizza, realizzato da un consorzio di prestigiose Business School europee.
1986, nasce l’AIFI
Nella storia del venture capital italiano il 1986 è un anno importante: nasce, infatti, l’AIFI, attualmente Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt, per opera di nove finanziarie private e di emanazione bancaria. Compito: sviluppare, coordinare e rappresentare, in sede istituzionale, i soggetti attivi sul mercato italiano nel private equity e nel venture capital. Con la creazione dell’AIFI si dà un riconoscimento formale a tutte le attività di investimento nel capitale di rischio. Nel 2003 l’AIFI cambia nome e diviene Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital per specificare in modo più netto l’oggetto delle attività svolte. Dal 2014, l’AIFI ha esteso ai fondi di private debt l’opportunità di aderire, assumendo l’attuale denominazione. L’associazione rappresenta fondi e società che operano attraverso il capitale di rischio, investendo in aziende con l’assunzione, la gestione e lo smobilizzo di partecipazioni prevalentemente in società non quotate.
Nel 2020 i soci AIFI sono arrivati a circa 150, numero mai raggiunto prima in Italia, includendo sia operatori di private equity e venture capital, sia operatori di private debt, turnaround e infrastrutture attivi nel nostro Paese.
L’AIFI ha anche il compito di raccogliere e analizzare i dati di mercato e di effettuare l’analisi delle performance; per fare questo utilizza la piattaforma European Data Cooperative (EDC).
L’approfondimento sul mercato italiano del venture capital è realizzato dall’Osservatorio VeM – Venture Capital Monitor, nato nel 2008 dalla collaborazione tra AIFI e LIUC – Università Cattaneo e attivo presso la Business School dell’Università, che si basa principalmente su fonti pubbliche e considera un campione esteso di soggetti attivi nella filiera del venture capital, comprese anche realtà informali e non strutturate.
Nel 2019 un gruppo di operatori di venture capital sono usciti da Aifi per fondare Italian Tech Alliance, che oggi conta oltre 60 soci investitori, oltre 140 tra le principali startup e imprese innovative italiane e 26 soci sostenitori.
Il venture capital in Italia dal 1987 a oggi
Nel febbraio 1987 il Comitato Interministeriale per il Credito e per il Risparmio (CICR) insieme alla Banca d’Italia, deliberarono la possibilità per le società di credito e gli istituti di categoria di investire nel capitale di rischio di imprese non quotate tramite società di intermediazione finanziaria di loro emanazione, le SIF.
A livello di regolamentazione, nel 1993 venne emanato il Testo Unico (TU) in materia bancaria e creditizia, con lo scopo di rivoluzionare la normativa del sistema bancario tramite la presentazione del modello organizzativo della banca universale. Nello stesso anno vennero istituiti i fondi di investimento mobiliare chiusi di diritto italiano, ampliarono il sistema finanziario nazionale dal punto di vista degli operatori di capitale di rischio.
Ma la normativa alla quale è riconosciuta maggiore importanza in materia è il Testo Unico della Finanza, TUF, emanato nel 1998, che riformò interamente la disciplina inerente all’intermediazione finanziaria.
La regolamentazione italiana ha subito forti influenze dallo scenario europeo generale: sono stati introdotti la Direttiva AIFM e il regolamento EuVECAm, seguite da altre iniziative utili a disciplinare in maniera più precisa gli organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR) e gli European Long Term Investments Funds (ELTIF). Il processo evolutivo del settore in Italia ha seguito uno sviluppo tipico e in linea con quanto fatto dagli altri paesi europei.
Attualmente, il mercato del venture capital in Italia è soggetto a variazioni in quanto le principali fonti di investimento sono i fondi chiusi gestiti da Società di Gestione del Risparmio, SGR, Società di Investimento a Capitale Fisso, SICAF e da altri operatori internazionali, mentre le banche controllano in minima parte gli investimenti di venture capital.
I pionieri in Italia
Oltre a quelle già citate, ci sono altre società importanti che hanno contribuito allo sviluppo del venture capital in Italia. Eccone una lista indicativa:
- Gepafin, società finanziaria con capitale misto pubblico-privato costituita nel 1987, con sede a Perugia; oggi il capitale di Gepafin è detenuto dalla Regione Umbria (direttamente o attraverso Sviluppumbria Spa) per il 56% e, per il restante 44%, da banche che operano nel territorio regionale.
- Appartiene alla stessa area geografica SICI – Sviluppo Imprese Centro Italia SGR, costituita nel 1998; gestisce oggi cinque fondi di investimento mobiliari chiusi per un valore complessivo di circa 146 milioni di euro e ha già effettuato numerose operazioni nel capitale di imprese operanti in diversi settori industriali, dai più tradizionali all’high-tech; il capitale è diviso fa Intesa San Paolo, Monte dei Paschi di Siena, Gepafin, Fidi Toscana, Popolare di Vicenza e Credit Agricole Italia.
- Pino Venture Capital è stata una delle prime società di venture capital di maggior risonanza creata in Italia. Fondata nel 1998 da Elserino Piol e Oliver Novick, Pino Venture è stata partner dei fondi Kiwi e Kiwi II – a cui ha partecipato anche Andrea Di Camillo -, fondi che hanno investito in diverse aziende tecnologiche, tra cui Tiscali e Dada, nonché Vitaminic (fondata da Gianluca Dettori), Click.it, Elitel, Blixer, Cubecom, Venere.com. e Yoox.
Piol è scomparso ad aprile 2023. L’ex vicepresidente di Olivetti è considerato il padre del venture capital italiano. Lo hanno commemorato su EconomyUp Marchetti, Dettori, Di Camillo.
Oltre a questi, altre società e fondi di venture capital hanno iniziato a operare in Italia, contribuendo a sviluppare un ecosistema imprenditoriale sempre più dinamico e innovativo. Negli ultimi anni, il venture capital italiano ha visto una forte crescita, anche grazie alla presenza di numerosi investitori internazionali che hanno deciso di puntare sulle startup italiane. Poi il calo nel 2023.
Venture capital in Italia, in quali settori si investe di più
Nel 2025, per numero di round in Italia guida Smart City (71), seguita da Software (62), Deep Tech (60), Life Sciences (58) e Fintech (43).
Se invece si guarda all’ammontare raccolto, sul podio ci sono Software (494 milioni), Life Sciences (417 milioni) e Deep Tech (269 milioni).
Il barometro EY (perimetro diverso) conferma tra i settori “core” Health & Life Science, Software & Digital Services, Deep Tech, Energy & ClimateTech.
Sempre EY segnala un cambio di leadership: Deep Tech al primo posto nel 2025, davanti a Health & Life Science (EY Venture Capital Barometer Italia – Anno 2025, gennaio 2026).
Tra le operazioni che hanno “spinto” i settori ci sono round come Bending Spoons (Software & Digital Services) ed Exein (cybersecurity, nel perimetro Deep Tech).
Guardando gli ultimi cinque anni, Life Sciences e Software sono tra i comparti con crescita maggiore, mentre Smart City e Fintech hanno avuto “picchi” legati a mega round.
In pratica, oggi il mercato italiano tende a polarizzarsi tra settori “digitali” (Software) e settori “science-based” (Life Sciences/Deep Tech), con Smart City molto vivace in termini di deal.
Va ricordato che le classificazioni settoriali non sono uniformi tra report: cambiano tassonomie e perimetri, e questo può spostare ranking e pesi.
QUI TUTTI I FONDI VC IN ITALIA DIVISI PER REGIONE
Fondo nazionale innovazione: cos’è e che ruolo ha oggi
Il Fondo nazionale innovazione (Fni) è uno strumento pubblico pensato per rafforzare il venture capital in Italia attraverso investimenti a condizioni di mercato, in affiancamento a capitali privati. La dotazione pubblica indicata per il veicolo di riferimento è pari a 310 milioni di euro, convogliati nel “Fondo di co-investimento MiSE” (oggi Mimit) e gestiti operativamente da Cdp Venture Capital Sgr.
L’intervento si muove su due canali: investimenti diretti e investimenti indiretti (partecipazione in fondi/Oicr che investono in imprese innovative). La cornice normativa richiamata nelle fonti istituzionali è la Legge 145/2018 (art. 1, comma 208) e il decreto interministeriale 27 giugno 2019.
Cdp venture capital sgr: cos’è e da chi è composta
Cdp Venture Capital Sgr è il principale operatore pubblico-ancorato del settore in Italia, che gestisce fondi e programmi di investimento lungo le diverse fasi (seed, early stage, growth) e su più verticali. La struttura proprietaria riportata nelle fonti ufficiali è: 70% Cdp Equity e 30% Invitalia
Venture capital: chi raccoglie e come si leggono i dati di mercato
Per i dati di mercato, Aifi raccoglie statistiche con cadenza periodica e la metodologia è allineata alla European Data Cooperative (Edc), piattaforma comune delle associazioni europee del private capital per assicurare comparabilità tra Paesi (fonti: Aifi market data; Invest Europe/Edc).
Accanto alle fonti “associative”, in Italia è rilevante l’Osservatorio Startup & Scaleup Hi-Tech della Polimi School of Management, promosso in collaborazione con InnovUp, che monitora gli investimenti in equity nell’ecosistema startup/scaleup hi-tech.
(Articolo aggiornato al 27/01/2026)















