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EY Capri 2018: in Italia le infrastrutture ci sono, manca la cultura digitale

Il Rapporto EY-Ipsos presentato al Digital Summit fotografa la realtà italiana: infrastrutture in miglioramento, ma non basta. Nella PA ci sono ancora forti resistenze alla digitalizzazione. Permane il gap tra grandi imprese e pmi. Le competenze digitali sono insufficienti. E le startup ancora poco dinamiche

Pubblicato il 04 Ott 2018

EY Capri 2018: in Italia le infrastrutture ci sono, manca la cultura digitale
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Infrastrutture adeguate, competenze digitali e cultura coerente con le nuove tecnologie: sono gli elementi necessari ad affrontare l’impatto della digital transformation su popolazione e imprese secondo quanto è emerso dalla ricerca condotta da EY in collaborazione con Ipsos e il Centro Studi Intesa Sanpaolo, presentata oggi 4 ottobre all’EY Capri Digital Summit.

I risultati sono stati illustrati da Donato Iacovone, AD di EY in Italia e Managing Partner dell’Area Mediterranea, e Nando Pagnoncelli, Presidente di Ipsos in Italia.

L’Italia, si legge nella ricerca, è dotata di buone infrastrutture tecnologiche: è sopra la media europea per copertura 4G (99%) e sta investendo per crescere nella copertura UBB (Ultra Broad Band, con velocità superiore ai 30 Mbps), che a settembre 2018 copriva circa l’80 del territorio. Queste infrastrutture, però, mancano di capillarità: l’osservatorio EY ha censito più di 11.000 zone industriali in cui sono attive più di 480.000 imprese (circa il 10% del totale), solo un terzo delle quali raggiunta dall’UBB di rete fissa. Negli ultimi anni il nostro Paese ha iniziato un piano di investimenti tra i più ambiziosi d’Europa con l’obiettivo di colmare questo gap. Di ciò sono esempio i due bandi assegnati del valore complessivo di 1,5 miliardi di euro per lo sviluppo dell’UBB nelle aree a cosìdetto “fallimento di mercato” (14% di copertura a settembre 2018), con l’obiettivo di portavi infrastrutture ad altissima velocità (>100 Mbs).

Il settore Pubblico rappresenta ancora un freno. L‘Italia si colloca al 21° posto su 28 per indice di egovernment ed è in ritardo rispetto alla media europea in gran parte delle componenti che costituiscono l’indice di digitalizzazione. Nonostante il livello di implementazione dei servizi pubblici digitali sia in linea con quello di altri Paesi europei, l’Italia è ultima riguardo al loro utilizzo, a causa delle scarse competenze digitali dei cittadini-utenti e delle difficoltà di apprendimento delle nuove piattaforme di comunicazione e social.

La trasformazione digitale in Italia è frenata in modo rilevante da fattori culturali. Dall’indagine EY-Ipsos, infatti, emergono, tra i principali ostacoli riscontrati dalle imprese nell’utilizzo di tecnologie digitali, la resistenza al cambiamento, per il 54% degli intervistati, e la mancanza di competenze specifiche per il 27%.

Le imprese di grandi dimensioni hanno colto la necessità di introdurre nuove competenze in azienda per facilitare la trasformazione digitale, mentre le piccole imprese devono ancora evolvere il loro modello di business. L’indagine rivela che l’11% delle aziende con più di 250 addetti ha un livello di digitalizzazione molto alto, mentre per il 19% il livello è molto basso. Se si considerano le aziende di piccole dimensioni (10-49 addetti), solo l’1% di queste ha un livello di digitalizzazione molto alto, mentre il 58% lo ha molto basso.

Il 66% delle imprese italiane intervistate ha utilizzato gli incentivi disponibili. Complessivamente, però, le aziende investono ancora poco in innovazione di processo e di prodotto e nelle tecnologie della cosiddetta new digital wave (big data analytics, Internet of Things, robotica). Gli incentivi sono stati prevalentemente destinati al rinnovamento dell’hardware obsoleto e gli investimenti sono stati rivolti all’implementazione di tecnologie come sicurezza informatica (45%), applicazioni web e mobile (28%), social media (18%), cloud (16%).

Donato Iacovone ha commentato: “Nel processo di trasformazione digitale che sta investendo la nostra economia, l’Italia paga un’insufficienza di cultura e competenze digitali e una scarsa dinamicità delle startup. Questi limiti, soprattutto per le PMI, possono essere superati se si realizza una “contaminazione” di attori esterni. Lo stimolo all’introduzione di nuove tecnologie può arrivare dai clienti, da consulenti/provider tecnologici o anche dai dipendenti, soprattutto per le aziende più giovani. Infrastrutture, cultura e competenze sono fondamentali per avviare il processo di digitalizzazione ma da sole non sono sufficienti a garantirne un’efficace ricaduta. Occorre che questi elementi vengano inseriti in un contesto di crescita dell’ecosistema di un’azienda, attraverso la collaborazione con clienti e fornitori, in grado di coinvolgere e trasformare l’intera filiera produttiva”.

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