Made in Italy

Vino, pasta o pummarola? Ecco che cosa vendiamo di più all’estero

Con una crescita dell’8%, il 2015 è stato un anno decisamente positivo per l’export dei prodotti agroalimentari italiani che, secondo Coldiretti, hanno raggiunto il record storico di 36,9 miliardi di euro di fatturato. Ecco gli alimenti che trainano il settore

Pubblicato il 22 Feb 2016

Vino, pasta o pummarola? Ecco che cosa vendiamo di più all’estero

Il 2015 è stato un anno d’oro per l’export dei prodotti alimentari made in Italy, che con una crescita dell’8% hanno fatto segnare il recordo storico di 36,9 miliardi di euro di fatturato. Una cifra decisamente considerevole, se si pensa che per il settore auto italiano l’export vale “solo” 19,9 miliardi. La crescita del comparto, del resto, è stata costante negli ultimi 10 anni, facendo segnare un aumento del 79% nelle esportazioni. A trainare il settore è il vino, il cui export nel decennio è cresciuto dell’80% (e del 6% rispetto al 2014) raggiungendo nel 2015 un valore delle esportazioni di 5,4 miliardi di euro. Al secondo posto, spiega Coldiretti (che ha analizzato i dati definitivi Istat relativi al commercio estero nel 2015), si posiziona l’ortofrutta fresca con un valore stimato in 4,4 miliardi nel 2015 ma con una crescita più ridotta, pari al 55% nel decennio e all’11% sull’anno precedente, mentre al terzo posto sul podio sale la pasta, che raggiunge i 2,4 miliardi per effetto di una crescita del 82% nel decennio e del 9% rispetto al 2014. A guidare la classifica dell’export ci sono anche i formaggi, con un fatturato di 2,3 miliardi e una crescita del 95% in dieci anni, e i pomodori trasformati (cioè la classica “pummarola” e le passate di pomodoro in generale) che sono cresciuti dell’88% nel decennio e valgono 1,5 miliardi di euro. E nonostante il problema xylella in Puglia, è andato bene anche l’export di olio d’oliva, cresciuto nel 2015 del 10% rispetto all’anno precedente (e del 24% nel decennio) raggiungendo 1,4 miliardi di euro, a pari merito con i salumi.

Dei prodotti alimentari esportati, sottolinea poi Coldiretti, circa il 20% è Doc. Ma a spingere la crescita sono anche le produzioni che un tempo erano patrimonio esclusivo di altre nazioni come la birra (con un +206% di esportazioni soprattutto sui mercati di paesi tradizionalmente produttori come Gran Bretagna o Germania) e il caviale, che negli ultimi 10 anni è cresciuto da zero a 11,2 milioni di euro, invadendo persino le tavole russe prima del blocco causato dall’embargo legato alla crisi Ucraina. E anche l’export di funghi freschi o lavorati è triplicato (+201%).

L’agroalimentare – spiega il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo – è il secondo comparto manifatturiero Made in Italy, ma svolge anche un effetto traino unico sull’intera economia per l’impatto positivo di immagine sui mercati esteri dove il cibo Made in Italy è sinonimo di qualità”. Tanto che, se i due terzi del fatturato si ottengono con esportazioni verso i Paesi dell’Unione europea, è anche vero, secondo Moncalvo, che “non si è mai consumato così tanto Made in Italy alimentare nel mondo. Certamente per le condizioni economiche positive dovute alla ripresa internazionale e ai tassi di cambio favorevoli su mercati importanti come quello statunitense (la cui crescita stimata dell’agroalimentare italiano è del 20%, ndr), ma anche perché l’Italia ha saputo cogliere l’opportunità di Expo per raccontare al mondo il modello agroalimentare e i suoi valori unici”.

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