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La buona economia

“Startup, date gas! Sapio adotta ma non vi trova”

05 Ago 2014

Alberto Dossi, presidente del gruppo monzese che si occupa di gas industriali, spiega perché non ha ancora collaborato con le neoimprese e lancia un appello. Un’occasione da cogliere, visto che la società fattura più di 450 milioni e punta sull’innovazione: da 15 anni promuove un premio per i ricercatori che restano in Italia

Alberto Dossi, presidente di Sapio
Di startup che fanno app per smartphone o nuovi social network ce ne sono a centinaia anche in Italia. Ma come mai sono così poche le nuove imprese innovative che si dedicano a una risorsa preziosa come il gas nonostante gli ambiti di applicazione nel manifatturiero siano moltissimi? È la domanda che si pone anche Alberto Dossi, classe 1952, presidente di Sapio, gruppo monzese che produce gas industriali, fornisce servizi di assistenza domiciliare integrata e lavora conto terzi per la crioconservazione di materiale biologico.

“Un’azienda come la nostra fa molta attenzione al mondo delle startup, perché sappiamo benissimo che potrebbero essere proprio queste piccole imprese a fornirci una parte dell’innovazione di cui abbiamo bisogno per crescere”, dice il presidente, che EconomyUp ha incontrato nel quartier generale della società a Monza.

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“Certo, tra distretti, parchi tecnologici, incubatori, bandi, università e cluster, per una startup non è facile orientarsi nel mondo dell’innovazione

L'impianto di Orte
. Sta di fatto che finora non abbiamo ancora visto neoimprese vicine al nostro core business che abbiano abbastanza appeal, neanche nel programma AdottUp di Piccola Industria  (Alberto Dossi è anche vicepresidente di Confindustria Monza e Brianza, ndr). Saremmo disposti ad accompagnarle e ad adottarle ma non ne troviamo. Se ci sono, quindi, che si facciano avanti: le porte sono aperte”.

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L’opportunità sarebbe di quelle da cogliere al volo perché Sapio, controllata dalle famiglie Colombo e Dossi (51%) e partecipata al 49% dal colosso statunitense Air Products and Chemicals, è un’impresa che ha costruito su innovazione e ricerca gran parte del suo successo. Solo per menzionare qualche numero, il gruppo, primo produttore di idrogeno nel Paese, ha un fatturato complessivo di 457 milioni di euro per il 95% realizzato in italia, 1.450 dipendenti, sette unità produttive, 50 aziende consociate e oltre 500 unità commerciali.

La Sapio, il cui nome sta per Società Anonima Produzione Idrogeno e Ossigeno, ha fatto procedere il proprio percorso di innovazione lungo due binari. Il primo riguarda soprattutto l’azienda e consiste nella ricerca di modi sempre nuovi per applicare l’intuizione con cui la società è nata nel 1922: sfruttare il gas per far crescere l’industria manifatturiera italiana. “La sfida di quest’azienda è sempre stata quella di applicare i gas dove non si pensava si potessero applicare”, afferma Dossi.

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L'impianto di Ferrandina
La Sapio ha utilizzato i gas per gli scopi più vari, dall’ambiente all’agroalimentare, dall’energia al medicale. Per esempio, trasformando l’energia del sole in elettricità attraverso gli impianti fotovoltaici. Oppure, per rendere innocui materiali potenzialmente tossici (come il cromo esavalente contro cui si batteva l’eroina Erin Brockovich del film con Julia Roberts).

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O ancora, per dare vita alle automobili del futuro. “Abbiamo fatto investimenti insieme ad altre aziende (Iveco, Gtt, Ansaldo Ricerche, Enea e Compagnia Valdostana delle Acque, ndr) per creare il primo autobus a idrogeno d’Italia e abbiamo lavorato (con Fiat ed Eni, ndr) su prototipi di auto alimentati con metano e idrogeno. Il problema è che in questo settore ci sono in ballo troppi interessi e generare l’idrogeno dall’acqua costa ancora troppo: c’è da aspettare tempi migliori”, spiega il numero uno di Sapio.

E se innovare significa anche diversificare il business, non si può dire che Sapio non abbia fatto la sua parte. Oggi l’azienda ha stabilimenti in tutta Italia (Caponago, Canda, Castelmassa, Catania, Ferrandina, Ferrara, Mantova, Marghera, Orte) e da alcuni anni ha cominciato, con Sapio Life (nata nel 1989), a erogare servizi sanitari a ospedali e in ambito domiciliare e a fornire, attraverso Biorep (creata nel 2005), servizi di crioconservazione e stoccaggio di cellule e materiale biologico a istituti di ricerca pubblici e privati.

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Innovativo è anche il modo in cui l’azienda ha gestito nel corso degli anni il passaggio generazionale. “Entrai in azienda nel 1980, anche se non avevo una preparazione specifica: ero un avvocato”, ricorda Dossi. “Feci il mio ingresso quando mi chiesero di valutare un contratto importante: mi appassionai così tanto che volli restare”.

Ma il percorso di Alberto Dossi non è quello standard dei top manager. Anzi, la “gavetta” comincia dai turni di notte. “Mio padre mi mise a contatto con le tute blu, e mi fece imparare a fare le bolle di consegna. Quando, dopo un po’ di settimane, volevo salire di grado, mi disse di stare lì ancora un mese. Dopo tempo, ho capito perché: è in quelle situazioni che si conoscono le persone, si capiscono le difficoltà dei dipendenti,  si apprende il lavoro. È difficile poi che qualcuno ti prenda in giro”, racconta.

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Finito l’”apprendistato”, Dossi viene inviato ad approfondire le sue conoscenze negli Usa, in una società che si occupava di nuove tecnologie

L'impianto di Mantova
nell’ambito del gas. Al ritorno in Italia, entra nel top management e nel 2010 diventa presidente della società. “Il mio compito, per vari anni, è stato quello di rispondere alle richieste delle aziende, che ci mettevano di fronte sempre a nuove sfide. Ricordo un’azienda di tortellini che ci chiese come usare il gas per conservarli più a lungo ed evitare che si creassero muffe: dopo vari tentativi, siamo riusciti a trovare la soluzione anche per quel problema”.

Ed è proprio Alberto Dossi a confermare la politica aziendale concentrata sui giovani (“cerchiamo di dare lavoro alle nuove generazioni ogni volta che c’è la possibilità e, a quelli che ci sono già, affidiamo posizioni di responsabilità”) e ad accelerare sul secondo grande binario dell’innovazione targato Sapio, quello rivolto non al core business, ma all’esterno. Dal 1999, infatti, il gruppo promuove il Premio Sapio per la Ricerca Italiana, un riconoscimento dedicato a studiosi, docenti e ricercatori che fanno la loro attività di ricerca in Italia. “L’obiettivo è fare in modo che i nostri migliori ricercatori, a prescindere dal loro campo di indagine, restino nel nostro Paese

L'impianto di Marghera
e non scappino all’estero”, sottolinea Dossi. “Ma è necessario creare, come intendiamo fare, un ambiente multidisciplinare in cui aziende, politica, associazioni e università parlino di ricerca applicata”.

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Finora, in 14 edizioni sono state organizzate 76 giornate di approfondimento e premiati 58 ricercatori. Nell’edizione 2011 il riconoscimento è

stato assegnato direttamente dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Mentre nell’ultima edizione sono stati premiati: Leonida Miglio e Hans von Kaenel per studi sulle nuove frontiere del silicio, Francesco Lo Coco per una ricerca sui farmaci anti-leucemia e Fabio Sciarrino per l’analisi delle tecnologie fotoniche per l’informazione quantistica.

“I ricercatori che partecipano hanno almeno tre vantaggi: si mettono in competizione con altri venendo giudicati da una giuria di alto livello, hanno una vetrina per mettere in mostra i loro studi e vincono un premio in denaro di 15 mila euro che li aiuta nelle loro attività”. Poi, Dossi chiude mostrando un libro con una dedica di ringraziamento fattagli da Andrea Malizia, ricercatore premiato nel 2011 per uno studio sui danni derivanti dalle esplosioni nucleari: “Prima del premio, aveva difficoltà a collocarsi. Ora insegna in un master della Nato. Un messaggio del genere ripaga di tutti gli sforzi e vale dieci anni di vita”.

 

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