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Competitività

Scaleup, prove generali di nuove multinazionali

23 Set 2015

Società in cerca di finanziamenti da 3 a 15 milioni per poter spiccare il volo sui mercati globali: ce ne sono molte anche in Italia. E spesso hanno già una sede all’estero. Ecco quali sono quelle digitali e come possono crescere: lasciando in Italia solo cuore, competenze e lavoro

Non è solo un sogno. Di startup italiane che possono diventare scaleup – ovvero società in grado di crescere rapidamente e di spiccare il volo sui mercati globali – ce ne sono e potranno essercene sempre di più. E in futuro, chissà, tra queste potrebbe nascondersi anche il prossimo “unicorno”, ovvero la prossima società con capitalizzazione di mercato superiore a un miliardo di dollari.

Una prova arriva da quanto si è visto a ScaleIT, evento organizzato a Milano da ScaleIT Capital per far incontrare i nuovi imprenditori più promettenti del nostro Paese con un gruppo selezionato di investitori italiani e internazionali.

Le 12 nuove imprese innovative italiane individuate da ScaleIT come possibili scaleup

presentano già adesso numeri significativi: 21 milioni di euro di fatturato aggregato nel 2014, 27 milioni di euro di finanziamenti complessivi già raccolti, 82 milioni di euro di finanziamenti pronti a essere raccolti, 1,1 miliardo di utenti complessivi raggiunti a livello globale.

In più, il 42% di queste 12 scaleup ha già una sede all’estero, il 58% almeno una filiale fuori Italia e sempre più della metà di loro (il 58%) ha un fatturato che dal 30 al 90 per cento è generato da clienti non italiani.

Le società selezionate da ScaleIT, attive nel settore digitale e software e tutte pronte per un round Series A o Series B da 3 a 15 milioni di euro, sono:

Alyt, fondata nel 2013 a Torino, è una società che ha sviluppato un dispositivo smart per la gestione domotica della casa, basato sul sistema Android, che può essere messo in connessione con tutti i device dotati di wireless. L’azienda, che dovrebbe chiudere il 2015 con 3,7 milioni di dollari di ricavi, ha un sede anche in Silicon Valley.

Beintoo, fondata nel 2010, fa campagne di proximity marketing per generare traffico online e convogliarlo verso i punti vendita. A fine anno prevede di raggiungere un fatturato di 6 milioni di euro. Ha uffici a Milano, Roma, Shanghai e Londra.

Bemyeye, nata nel 2011, è una piattaforma che consente ai proprietari di negozi e catene di fare ricerche di mercato e di controllare la gestione dei loro locali attraverso una rete in crowdsourcing di “occhi”. Si tratta di  persone dotate di una specifica app che saltuariamente si offrono, in cambio di un piccolo compenso, per effettuare verifiche di ogni tipo presso i punti vendita. Nel 2014 ha

Paola Marzario durante il pitch di Brandon a ScaleIT
fatturato circa un milione di euro. È già attiva in Italia, Germania, Francia, Regno Unito e Spagna.

Brandon (già Brandon Ferrari), fondata nel 2012 dalla startupper seriale Paola Marzario, è un marketplace online a livello globale per i prodotti di fashion e design. Ha raggiunto in settembre il breakeven.

Lovli, fondata nel 2012, è uno shop online per il design e l’arredamento made in Italy che opera in 60 Paesi e realizza circa il 30% delle sue vendite all’estero. La società mette a disposizione anche un servizio di logistica per cui si può richiedere che gli arredi vengano consegnati e montati a casa.

Mosaicoon, nata nel 2009, si occupa della creazione, distribuzione e monitoraggio di campagne pubblicitarie virali sul web. Di base in Sicilia, ha uffici a Milano, Roma, Londra e Madrid. È l’unica scaleup italiana scelta per partecipare al SEC2SV European Innovation Day in Silicon Valley. 

MotorK, è un’azienda che si occupa di portare nell’era digitale il mercato delle auto. Ha sia il marketplace online di macchine più grande d’Europa (Driver K) che un’interfaccia per permettere ai concessionari di vendere le auto su tutti i siti web (Dealer K). Una doppia presenza di mercato, per il consumatore finale e il venditore, che ha garantito all’azienda un fatturato da 6 milioni di euro, un tasso di crescita del 100%, e l’apertura di sedi in Francia e Spagna. A ScaleIT ha fatto una richiesta di investimenti per 12 milioni di euro, utile a espandersi ancora di più in altri Paesi.

Musement, fondata nel 2013, è una piattaforma per prenotare esperienze di viaggio in tutto il mondo. Nel 2015 ha raccolto finanziamenti per oltre 5 milioni di euro.

Sounday Music, nata nel 2009, è “un digital music ecosystem” che offre servizi di marketing digitale ai musicisti in cerca di fama e che ha anche lanciato due app per lo streaming in mobilità. Nel 2015 ha anche acquisito un’altra startup: Soundtracker.

Spreaker, fondata nel 2010 e con quartier generale negli Stati Uniti, è una piattaforma che consente di creare, ospitare e distribuire contenuti audio, sotto forma di podcast e web radio.

Tok.tv, nata nel 2012 negli Stati Uniti, è una social tv online che permette di seguire esperienze sportive in compagnia di altre persone a distanza, creando dei “salotti virtuali”.

Gamepix, che all’ultimo momento non ha potuto presenziare all’evento ma è stata comunque selezionata, è una piattaforma nata nel 2013 per aggregare e distribuire online videogiochi html5. Collabora con colossi come Microsoft e Nokia.

Le imprese promettenti, quindi, non mancano. E sapere che alcuni casi di successo nel digitale made in Italy già ci sono stati è

Lorenzo Franchini, ideatore di ScaleIT
incoraggiante. Basta pensare a Yoox, quotata in Borsa a 216 milioni di euro e che ora vale oltre 2 miliardi di euro. Oppure a Buongiorno.it, acquisita da NTT Dotomo per 224 milioni o ancora alla Bravofly/Volagratis quotata a Zurigo per oltre 500 milioni di euro, e alla Jobrapido di Vito Lomele, rilevata dal Daily Mail per 30 milioni di euro.

Le ricette per diventare scaleup? “Le società italiane devono rimanere con il cuore in Italia ma è meglio che spostino la propria sede all’estero”, suggerisce l’ideatore di ScaleIT, il business angel Lorenzo Franchini già co-fondatore di Italian Angels for Growth. È necessario approcciarsi ai mercati globali in tempi rapidissimi e per questo è necessario raccogliere in fretta capitali: non essendo facile in Italia, è meglio scegliere città dove si può trovare denaro in base al proprio settore di attività e, soprattutto, un network di contatti utili per far crescere il business.

Le tech company italiane – continua Franchini – scontano alcune debolezze tra cui la sottocapitalizzazione, le poche exit, la presenza di un mercato di venture capital molto piccolo e un numero limitato di potenziali business partner utili per sviluppare una strategia go-to-market”.

Ma ci sono anche i punti di forza: “In Italia – dice il numero uno di ScaleIT – il livello di innovazione e di ricerca&sviluppo legato a campi come IT, medtech e biotech è molto alto, la forza lavoro è relativamente a basso costo e qualificata e la struttura delle aziende è genericamente molto solida”.

Se fino a una decina di anni fa l’Italia era tra i peggiori posti d’Europa dove fare impresa – gli fa eco Fabio Cannavale, fondatore di Volagratis – ora la situazione sta migliorando e grazie al Jobs Act il mercato del lavoro è meno ingessato, più flessibile e più adeguato agli standard internazionali. Ma il grosso problema è ancora la scarsità di capitali: per trovare soldi è necessario che le startup italiane vadano all’estero”. Per scalare, insomma, bisogna oltrepassare il confine. E lasciare in Italia il meglio: cuore, competenze e lavoro.

di Maurizio Di Lucchio

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