"Partire, scalare, fallire": i 42 strumenti per far crescere startup e scaleup secondo Jurgen Appelo | Economyup

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“Partire, scalare, fallire”: i 42 strumenti per far crescere startup e scaleup secondo Jurgen Appelo



Nel suo nuovo libro “Partire, scalare, fallire” (FrancoAngeli), l’imprenditore olandese Jurgen Appelo propone 42 tool per startup e imprese lean e agile, oltre a formulare previsioni sul futuro dello smart working e delle aziende. E indica i modelli aziendali a cui ispirarsi: N26, Transferwise, Booking.com, Spotify

di Matteo Vegetti

21 Ott 2020


Jurgen Appelo, imprenditore e autore

Dopo essersi fatto conoscere nel 2010 grazie a Management 3.0, l’imprenditore olandese Jurgen Appelo ha fatto sorridere il mondo delle imprese con Managing for Happiness, una serie di giochi e tool per motivare i team aziendali. È apprezzato perché parla la stessa lingua dei professionisti ai quali si rivolge, andando dritto al sodo e facendo costantemente riferimento alla realtà quotidiana delle imprese, con uno stile diretto e spesso divertente. Abbiamo parlato con lui in occasione dell’uscita del suo nuovo libro Partire, scalare, fallire (FrancoAngeli), in cui si è proposto di distillare l’essenza dell’agile management, del metodo Lean Startup e simili per offrire 42 tool che aiutano startup, scaleup e non solo a crescere più velocemente. Appelo, che si autodefinisce un “networker creativo”, per prepararsi a scrivere questo testo ha anche girato l’Europa intervistando numerosi leader aziendali e imprenditori affermati. Con noi non si è limitato a parlare del modello da lui proposto, ma ha fornito commenti su temi attuali come lo smart working e ha svelato le sue previsioni sui futuri sviluppi del mondo delle imprese e del lavoro.

Hygge, lykke, lagom… Diversi libri di grande successo degli ultimi anni prendono spunto da concetti nati nell’Europa del Nord. Esiste un contributo specifico che questa regione possa dare al mondo delle imprese?

Siamo onesti:  la regione che comprende la Scandinavia e i Paesi bassi è regolarmente ai primi posti della classifica dei Paesi più liberi e felici del mondo. Inoltre, diversi aspetti della cultura di queste nazioni danno luogo a un contesto dove i cittadini hanno una “distanza dal potere” ridotta e i livelli di corruzione sono bassissimi. Non mi sembra dunque sorprendente che si possano trovare da quelle parti molti esperti e autori con idee innovative.

Quanto al modello che lei propone, in che cosa si distingue da approcci come il metodo Lean Startup, l’agile management e così via?

Questi approcci hanno basi diverse e sono incentrati su ruoli e ambiti diversi. Ma arrivano tutti a conclusioni identiche o simili. Il Management 3.0 è focalizzato sulla leadership nelle imprese improntate all’agile management. Il metodo Lean Startup è stato ovviamente inventato nella Silicon Valley, con l’intenzione che fosse usato dalle startup. Il Design Thinking è emerso all’interno del mondo delle imprese ed è rivolto alle aziende che vogliono innovare. Ma tutti quanti pongono l’enfasi sulla necessità di sperimentare e apprendere effettuando rapidi cicli di feedback.

A giudicare dai riscontri che ha ricevuto, quali dei moltissimi tool presentati nei suoi libri vengono usati più spesso nelle aziende?

Direi che i candidati più evidenti siano pratiche standard dell’agile management come i Product Backlog, le Kanban Board e i Burn Chart.

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Alcuni di questi tool secondo lei potrebbero essere particolarmente utili da adottare nell’attuale fase di scombussolamento dovuto alla pandemia?

Uno strumento utile può forse essere il Daily Café, considerando che è specificamente rivolto ai team che lavorano in remoto. Dopotutto molte aziende sono state costrette a passare allo smart working, e hanno bisogno di pratiche efficaci per aiutare i team a mantenere la coesione malgrado tutti i membri lavorino in remoto.

Quali sono le capacità più importanti che un imprenditore dovrebbe coltivare oggi?

La prima che mi viene in mente è la capacità di sperimentare. Di condurre esperimenti lean in modo rapido, sicuro ed economico. Ho imparato da esperienze vissute in prima persona che è molto più difficile di quanto non si possa pensare.

E su quali settori bisognerebbe puntare per avere successo? In quali aree secondo lei esistono i bisogni insoddisfatti più promettenti?

Mi dispiace, ma non saprei dirlo. È un aspetto a cui non dedico tempo. Gli imprenditori e gli investitori dovranno scoprirlo da sé.

Per il suo ultimo libro ha intervistato decine di executive e imprenditori in giro per l’Europa. C’è qualche azienda che l’ha colpita in modo particolare per l’approccio che segue?

Dipende dall’ambito a cui si fa riferimento. Varie aziende eccellono sotto aspetti diversi. Sono rimasto colpito dall’approccio tecnico dell’impresa berlinese N26. Mi ha colpito la logistica finanziaria di Transferwise. Traggo molta ispirazione dall’instancabile focalizzazione di Booking.com sulla sperimentazione. E mi piace molto la cultura aziendale di Spotify, incentrata sui dipendenti.

Il lavoro in ufficio a suo parere è destinato a scomparire nei prossimi anni a favore dello smart working o no?

Questa domanda prevede uno scenario estremo e la risposta, ovviamente, è no. Ci saranno molte aziende che preferiranno lavorare in una sede fisica, e io stesso conosco persone che preferiscono lavorare con i colleghi nello stesso posto. Ma certamente anche dopo la crisi molte altre persone continueranno a lavorare in remoto, perché si sono abituate a farlo e ne apprezzano i benefici. Sono sicuro che in molti casi si seguirà un approccio ibrido.

E nel nostro futuro iperconnesso le strutture aziendali sopravviveranno, oppure ogni progetto sarà portato avanti da una rete di professionisti selezionati ad hoc?

Non penso che andrà in questo secondo modo. Il fatto di essere una grande impresa offre molti vantaggi dal punto di vista promozionale, finanziario e politico.

L’ironia a cui ricorre spesso nei suoi libri le serve anche sul lavoro? Ha qualche suggerimento su come coltivarla?

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Il senso dell’umorismo è un aspetto importante di tutto quello che faccio. È importante saper ridere, anche quando le cose vanno male, come spesso avviene. Ma non ho idea di come coltivarlo. Forse può essere utile guardare film comici e leggere libri umoristici, come io faccio di frequente.

Matteo Vegetti

Filosofo di formazione, ha tradotto oltre 90 libri di management, economia, politica, tech, ambiente e altro (Eric Ries, Michael Lewis, Acemoglu, Rajan, Shiller...). Traduce per Apple, Amazon e scrive per…