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ECOSISTEMA

Bene l’Italian Tech Tour, ma ora alle startup serve più venture capital

di Stefano Peroncini

18 Set 2017

All’evento romano abbiamo visto un ecosistema fatto di imprenditori preparati startup di qualità e aziende pronte a investire. Ma per essere rilevanti al livello europeo serve che gli operatori di investimento in capitale di rischio comincino a fare bene il proprio mestiere

Si è da pochi giorni concluso l’Italian Tech Tour a Roma, in una splendida cornice tra il palazzo Colonna e l’affascinante PI Campus immerso in una ambientazione da “dolce vita”. Sono stati due giorni intensi, dai quali ho preso davvero molto ispirazione.

Organizzazione perfetta (a cura dei bravissimi padroni di casa, Marco Trombetti e Pietro Strada) e testimonial di primo livello, a supportare l’ecosistema dell’innovazione italiano. Non sono stati solo interventi di circostanza quelli di Fabio Gallia, amministratore delegato di CDP (Cassa Depositi e Prestiti), o di Carlo Mammola, amministratore delegato del Fondo Italiano di Investimento: i loro discorsi hanno dato una grande carica alla platea, confermando il ruolo centrale del venture capital nei loro piani di sviluppo. CDP ha infatti da tempo deciso di allocare nell’industry del venture capital risorse che risultano importantissime per il nostro Paese, considerando che i livelli di investimento medi del settore sono sempre stati – almeno dal 2002, ossia da quando mi occupo di vc – nella fascia tra i cento e duecento milioni di euro annui. Iniziative come la piattaformal’Italian Tech Tour a Roma per il trasferimento tecnologico o il supporto al Fondo Italiano di Investimento nel fundraising dei suoi fondi sono vitali per lo sviluppo del nostro settore.

Molto utile anche quanto sta facendo Enel, che grazie a un infaticabile Ernesto Ciorra sta diventando sempre più un big player dell’innovazione, forte della sua strategia di open innovation e di supporto alle startup che spazia dalla realizzazione di test/piloti congiunti, al co-development sino alle operazioni di M&A in cui il gruppo entra nel capitale stesso delle startup.

È intervenuto poi Andrea Ciampalini, direttore generale di Lazio Innova, la finanziaria regionale del Lazio, che ha illustrato FARE Venture, un’iniziativa pubblica che è stata pensata davvero bene e che avrà un duplice importante impatto sull’ecosistema: da un lato, supportare operatori di venture capital, sia esistenti che nuovi, per il loro radicamento nel territorio regionale, dando dei capitali da investire in startup e PMI; dall’altro, investendo direttamente nelle società target. Un doppio strumento quindi di Fund of Funds (LAZIOVenture) e di investimenti diretti (INNOVAVenture), per un totale di 80 milioni di euro. Soldi che saranno investiti da un comitato di investimento esterno a Lazio Innova (di cui ho il piacere di far parte) a garanzia di serietà dell’iniziativa; e considerando il meccanismo a leva con cui dovranno essere investiti (60% risorse pubbliche vs 40% risorse private) l’ammontare totale di risorse che verranno mobilitate cominciano ad essere interessanti.

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Nonostante la distanza abissale che permane verso gli altri paesi europei (senza arrivare a scomodare il noto Israele), nei prossimi anni ci aspettano quindi capitali davvero importanti, che vanno dalla valorizzazione della proprietà intellettuale e del know-how dei nostri centri di ricerca sino al “tech-growth” capital per supportare le startup più promettenti che hanno bisogno di round di investimento più importanti per scalare e affermarsi internazionalmente (le cosiddette “scaleup”).

Ma torniamo al TechTour: oltre alla location e gli ospiti istituzionali, mi ha colpito la qualità delle startup sul palco. Innanzitutto i founder, davvero a loro agio: è il segno che tutti questi anni di investimenti in business plan competition, call-for-ideas, programmi di incubazione, di accelerazione, di tutoring e di pitch “come se non ci fosse un domani” non sono stati soldi sprecati ma stanno generando i loro frutti. Founder consapevoli, preparati, spesso giovanissimi, in alcuni casi con quella giusta dose di presunzione che non fa male e con un “excellent” english. Sorrido pensando all’ultimo video pubblicato dall’amico “Monty” Montemagno, che ironizza sui CEO delle grandi aziende (qui il video) che gentilmente declinano l’invito a partecipare a tavole rotonde in inglese perché si sentono poco “confident”. Qui con i nostri giovani la musica sta cambiando.

C’è ancora qualcosa che si può fare però: la stragrande maggioranza delle startup che si sono presentate sono “digital-based“, spesso con soluzioni per il mercato consumer. Questa è l’area dove si concentrano la maggior parte dei nostri investitori oggi; però in Italia abbiamo molte valide idee e startup in settori diversi, che vanno dai materiali avanzati sino al life science o all’industry della sicurezza.

Per esempio, da qualche anno in United Risk seguiamo il settore “safety&security”, un’area sempre più trasversale rispetto a prodotti, tecnologie, mercati, utenti privati o pubblici, business o consumer. La sicurezza è la vera emergenza del nostro secolo, che impatta il controllo dei confini, come la sicurezza delle proprie abitazioni fino a quelle delle infrastrutture critiche passando dai veicoli a guida autonoma o gli smart device di cui tutti noi ci stiamo riempendo le case a rischi di cyber attach. Non mi sorprende quindi se ci sono massicci investimenti e fondi che performano molto bene sui mercati quotati, come Pictet (e qui trovate una breve spiegazione del perché). Mi sorprende però come a livello di startup ancora questo trend non sia emerso o non ne venga data la giusta evidenza.

Ancora: finalmente alcuni pitch (ma non tutti purtroppo) si concludevano con le richieste di investimento o con l’indicazione di cosa si aspettavano i founder dalla platea. Purtroppo però pochi illustravano quale poteva essere l’exit a fronte della richiesta di investimento. Segno che c’è ancora da lavorare sulla cultura di base di chi si presenta a chiedere capitali.

Ultima nota, circa la presenza di investitori stranieri in platea o ai tavoli dei relatori. Soltanto tre grandi operatori erano presenti,  con Fabio Mondini di IdInvest (ben 2,1miliardi di euro in gestione in venture&growth capital), il preparatissimo Fabio Lancellotti di Aster e Carles Ferrer Roqueta di Nauta Capital (reduce dall’ultimo closing da 170 milioni di euro per highly capital efficient Series-A software propositions) che ci ha un p0’ depresso con i suoi dati sull’Italia, a seguire una sua slide).

Ho la sensazione che nonostante tutto, siamo ancora poco visibili fuori confini. Ma la strada è segnata, è quella giusta, magari non arriveremo a un miliardo di euro di investimenti in venture capital neanche nei prossimi 3-5 anni, ma dobbiamo continuare a crederci, è solo questione di tempo e anche di saper comunicare bene le nostre exit. Non abbiamo ancora avuto unicorni e probabilmente il nostro non è il Paese in cui possono nascere; ma i nostri founders sono pronti, i soggetti istituzionali-grandi investitori anche. Ora è il tempo che i soggetti di mezzo (leggi gli operatori di investimento in venture capital) comincino a fare bene il loro mestiere: non ci sono più scuse, dobbiamo dare ragione a chi ci ha definito “a dormant VC market that will wake up“. Time is over!

Stefano Peroncini

Venture Capitalist e imprenditore nel settore della sicurezza. Fondatore e managing director di United Risk Management è anche membro del comitato di investimento "Fare Venture" veicolo di investmento di Lazio…

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