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La buona economia

Settesoli, l’azienda diffusa che vola all’estero

26 Nov 2014

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Il più grande produttore di vino della Sicilia coinvolge 3 famiglie su 4 a Menfi (Agrigento) e vende il 70% della produzione all’estero. «Stiamo creando una squadra di giovani manager che gestiscano la coop come un’impresa globale», racconta il numero uno Vito Varvaro. «E investiamo 1,5 milioni all’anno in tecnologia»

Vito Varvaro, presidente Cantine Settesoli
A Menfi, un paesino di circa 13 mila abitanti vicino Agrigento, quasi tre famiglie su quattro sono coinvolte nelle Cantine Settesoli, il maggior produttore di vino della Sicilia. In pratica, un paese intero che lavora grazie allo stesso prodotto. È questo l’elemento che sottolineano Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, all’interno del loro ultimo libro Se il Sud muore, nel parlare della Cooperativa Vitivinicola Siciliana Cantine Settesoli come azienda virtuosa nel Mezzogiorno delle occasioni sprecate.

Certo, non è raro nei piccoli paesi del Sud che molte famiglie abbiano a che fare con il vino e producano attraverso cooperative e consorzi. Ma da qui a vedere tante cantine sociali che, come Settesoli, riescono a raggiungere un fatturato di 56 milioni di euro e a vendere il 70% della propria produzione all’estero (in 40 paesi del mondo) ne passa.

Cantine Settesoli, cooperativa fondata nel 1958 a Menfi che oggi conta duemila soci, questo salto lo ha

fatto e ci è riuscita con un metodo che il suo numero uno, Vito Varvaro, definisce un «sistema per gestire la globalizzazione». La sua prima mossa come presidente è stata quella di dotare le Cantine di una struttura più managerializzata rispetto al passato. «Le Cantine hanno una buona squadra di manager», dice Varvaro. «Stiamo lavorando per farla diventare pronta a camminare con i propri piedi. Devono gestirla in modo autonomo».

In Sicilia puntare sulla managerializzazione è una scelta d’innovazione, spiega il presidente, perché di aziende con un management di primo livello ce ne sono poche. «Il mondo del vino è stato sempre legato a quello agricolo, quindi stanziale. Invece è necessario, soprattutto in una cooperativa, che a prendere le decisioni ci siano giovani con una visione globale, che abbiano girato il mondo, che sappiano l’inglese. Noi, per esempio, abbiamo creato una squadra di ragazzi tra i 30 e i 40 anni, richiamando possibilmente siciliani andati a lavorare lontano dalla Sicilia. Che poi è quello che dico agli adulti di qui: mandate i vostri figli a studiare fuori e a conoscere il mondo: quando tornano, li prendiamo qui in azienda».

Vito Varvaro, i titoli per parlare così li ha tutti, visto che ha lasciato la Sicilia a 23 anni, ha fatto per 30 anni il manager in una multinazionale  come Procter & Gamble e ha avuto esperienze di gestione in alcune aziende del gruppo Della Valle come Tod’s e Marcolin. «Tornare dopo 30 anni a occuparmi della mia terra era destino», afferma. «Io paradossalmente non sono un grande bevitore di vino, ma sono cresciuto in questo territorio, dove la mia famiglia aveva proprietà agricole. E quando mi hanno chiamato a sostituire il presidente precedente ho accettato al volo, con l’obiettivo di creare un’azienda globale italiana».

Dalle esperienze precedenti, oltre all’attenzione per la leadership condivisa, Varvaro ha portato con sé la consapevolezza dell’importanza dell’innovazione tecnologica. «Investiamo 1,5 milioni all’anno in nuove tecnologie. Quanto al marketing, spendiamo circa un milione all’anno e puntiamo su una comunicazione più moderna: il brand Settesoli è arrivato così dal quinto al secondo posto nella gdo italiana e in pochi anni siamo passati a produrre con questo marchio 2,5 milioni di bottiglie. Prima non superavano quota 500 mila». Investire in tecnologia e marketing cifre significative significa togliere un po’ di risorse ai soci della cooperativa.

Ma cambiare impostazione vuol dire anche impostare un rapporto diverso con gli agricoltori. «Già il presidente di prima aveva fatto capire che era necessaria una forte leadership centrale che decidesse soprattutto come incidere sulla qualità del prodotto: è necessario che ognuno sappia cosa piantare e non si muova autonomamente. In più, questa cooperativa ha funzionato e funzionerà perché c’è meritocrazia e la gestione non è influenzata dalla politica, a differenza di altre cooperative al sud».

Numeri alla mano, Varvaro ha convinto i soci a seguire le idee anche remunerandoli di più: «In una cooperativa, la remunerazione per ettaro è uno dei parametri più importanti perché rende più salda l’unione tra soci e motiva e rafforza la leadership del centro: negli ultimi tre anni siamo passati da 3.000 a 4.000 euro per ettaro».  

Ma per diventare un’azienda globale non basta. L’innovazione deve essere anche sul prodotto. «Un’intuizione felice, fatta già vent’anni fa, è

stata quella di produrre accanto a vitigni autoctoni anche vitigni internazionali: una scelta che amplia l’offerta e dà buona forza sui mercati esteri». Varvaro e il suo staff hanno proseguito su questa strada ma si stanno dando da fare, insieme al consorzio Sicilia Doc, per creare un vitigno autoctono che abbia successo nel mondo e, nella stessa ottica, stanno lavorando a un progetto “alta qualità”. «Vogliamo creare un prodotto di altissima qualità a un prezzo medio più alto. Per questo abbiamo chiamato come consulente nel nostro team un enologo e winemaker di fama mondiale come Alberto Antonini. Dei seimila ettari che abbiamo, cerchiamo di identificare i mille ettari di terreno migliore, il vitigno che produce meglio e farne venire fuori una qualità unica».

Un’altra svolta targata Varvaro è stata quella di accelerare sull’export. L’azienda ha cominciato a vendere bottiglie in giro per il mondo già 25 anni fa. Ultimamente è arrivata anche in un mercato difficilissimo per il vino made in Italy come la Cina. Non vendiamo molto: siamo intorno alle 300-400 mila bottiglie. Da soli lì non ci si arriva. Stiamo lavorando a un’alleanza con altri produttori per avere maggior forza. Ma si prenderà un po’ di tempo».

Ma nonostante un occhio sia rivolto al mondo, l’altro dirige il suo sguardo verso il territorio. «Stiamo facendo tanto per sviluppare l’enoturismo sul territorio, tanto più perché il 70% delle famiglie è coinvolta nelle Cantine. Abbiamo organizzato iniziative come il Mandrarossa Vineyard Tour che hanno portato circa tremila turisti in 3 giorni in queste zone riempiendo le strutture. Io ai giovani siciliani lo dico sempre: avete un futuro tra agricoltura e turismo. Ma crescete… ».

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di Maurizio Di Lucchio

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