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La flessibilità buona e quella cattiva (precarietà)

30 Apr 2015

I due concetti non vanno sovrapposti e confusi: la prima è tutelata dalla legge e si porta dietro una prospettiva di miglioramento di status, competenze e retribuzione; la seconda è una condizione molto vicina all’incubo dell’incertezza. In ogni caso, sia l’una che l’altra nulla hanno a che vedere con il contratto di lavoro, bensì con il mercato

La flessibilità è buona quando è legale, ossia garantita e tutelata dalla legge e dai contratti collettivi di lavoro. È buona quando è coniugata e temperata da un sistema di tutele che garantisce forme di sostegno al reddito nei periodi di non lavoro strettamente legati a politiche attive per la ricollocazione in un altro lavoro.

La flessibilità è cattiva quando è illegale e diventa, quindi, precarietà e sfruttamento. Il lavoro nero è la massima espressione della precarietà, alle quale si aggiunge l’utilizzo illecito dei contratti tipici del lavoro autonomo per regolare rapporti di lavoro di fatto da dipendente.

Su Wikipedia il concetto di flessibilità è spiegato in questo modo: «La flessibilità si riferisce alla situazione in cui il lavoratore muta più volte il datore di lavoro». Se pensiamo che dietro questo concetto ci sia in realtà l’idea che il frequente cambiamento di datore di lavoro nell’arco della vita professionale si porti dietro una prospettiva di miglioramento delle competenze, di miglioramento retributivo e di miglioramento dello status sociale, sarà difficile attribuirgli un significato di precarietà.

È altresì ovvio che il principio di flessibilità degenera nella precarietà quando manca la continuità nella vita professionale e soprattutto quando viene a mancare un reddito adeguato alla pianificazione della propria vita. Così intesa rappresenta una degenerazione del concetto di flessibilità, una sorta di deviazione dal “principio sano”.

In questo senso, la flessibilità non va demonizzata, ma va regolamentata nella sua fase di criticità. Ossia la fase di “uscita”.

Ma cosa si intende per precarietà? Partiamo, anche in questo caso, dalla definizione di Wikipedia: «È definita come caratteristica e condizione di ciò che è precario, instabile, incerto». Abbiamo centrato il tema e la differenza tra i due concetti.

Flessibilità e precarietà sono decisamente concetti diversi. La precarietà se la guardiamo da un punto di vista oggettivo è lo status di chi non ha un altro soggetto che gli garantisca qualcosa. Se lo guardiamo da un punto di vista soggettivo è una condizione molto vicina al timore, alla paura dell’ignoto, all’incubo dell’incertezza.

La distinzione tra flessibilità e precarietà, quindi, è fondamentale per capire di cosa stiamo parlando in tema di nuovo mercato del lavoro, mentre persiste tutt’ora una pericolosa e infruttuosa sovrapposizione tra i due concetti.

Credo sinceramente che pochi lavoratori possano tranquillamente ritenersi “non precari” per il solo fatto di avere un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La flessibilità e la precarietà riguardano tutti e prescinde dalla condizione contrattuale. Ecco perché la ‘flessibilità’ e la ‘precarietà’ nulla hanno a che vedere con il contratto di lavoro, bensì con il mercato.

* Francesco Rotondi è un avvocato giuslavorista co-fondatore dello studio legale LabLaw 

  • @LavoroNuovo

    Ottimo articolo, condivisibile parola per parola.
    Il mondo stava cambiando, il lavoro ed il suo mercato cambiavano ma le resistenze a cambiare le norme è stata ostinata e deleterea.
    Le parti sociali avrebbero dovuto accompagnare il cambiamento e concertare con la politica la riforma del quadro normativo. Non farlo, rinchiudersi nei fortini delle vecchie regole, che si stavano sgretolando, ha favorito tutte quelle forme di diseguaglianze e precarietà che ci affliggono. A #lavoronuovo deve corrispondere nuova normativa e nuovi strumenti di salvaguardia della dignità del lavoro.

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