Vaccini anti-Covid: quando è lo Stato innovatore a finanziare la ricerca | Economyup

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Vaccini anti-Covid: quando è lo Stato innovatore a finanziare la ricerca



Pfizer, Moderna, AstraZeneca e altri vaccini sono stati sviluppati da società private ma con iniezioni di fondi pubblici. Anche Reithera, il vaccino “italiano”, è supportato dal governo, insieme a Cnr e Regione Lazio. E da Invitalia con 81 milioni. È la conferma che serve uno Stato innovatore. In Italia ancora debole

di Luciana Maci

26 Gen 2021


Vaccini e innovazione

I vaccini anti-Covid confermano che l’innovazione è un affare di Stato.

Se oggi esiste un vaccino prodotto da un’azienda statunitense chiamata Moderna, che salverà milioni di vite umane dal Covid19, lo dobbiamo al governo Usa che ha finanziato la società con 2,5 miliardi di dollari (oltre che, in minima parte, alla cantante country Dolly Parton, che ha fatto una donazione privata).

Non è un caso isolato: il vaccino realizzato dall’americana Pfizer con la società tedesca BioNTech è stato finanziato (anche) dal governo di Berlino, che a settembre 2020 ha versato 445 milioni di dollari all’azienda europea.

Il vaccino della britannica AstraZeneca, messo a punto con l’Università di Oxford, avrebbe ottenuto, dicono fonti accreditate, più di un miliardo di sterline  di finanziamenti pubblici.

Il vaccino di ReiThera, azienda con sede a Castel Romano che ha lavorato fianco a fianco con l’Ospedale Spallanzani, è stato finanziato dal Governo italiano, dal Cnr (Centro Nazionale per le ricerche) e dalla Regione Lazio. Ma soprattutto da Invitalia. Il 26 gennaio 2021 ReiThera ha raggiunto un accordo con l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa (partecipata al 100% dal Ministero dell’economia e delle finanze) per un contratto di Sviluppo che finanzia un investimento industriale e di ricerca da 81 milioni di euro.

Ne emerge un elemento importante: la storia dei vaccini anti Covid sembra confermare che, per innovare, è determinante il contributo delle risorse pubbliche. Lo Stato innovatore, insomma. Quello descritto da Mariana Mazzuccato nell’omonimo saggio, in cui l’economista spiega come, alla base di innovazioni che hanno trasformato radicalmente la vita degli esseri umani, come per esempio lo smartphone, ci sia stata una massiccia iniezione di fondi governativi da parte degli Usa.

Ma vediamo in dettaglio come sono stati finanziati alcuni dei vaccini sviluppati per la produzione e commercializzazione in Occidente.

Vaccini anti-Covid: il caso Moderna

A contribuire al mega-finanziamento da 2,5 miliardi di dollari di Moderna, che è stato approvato a gennaio 2021 dall’Ema, agenzia europea del farmaco, è stata la Biomedical Advanced Research and Development Authority (Barda), ramo del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani del governo degli Stati Uniti. Tra le altre entità governative che hanno contribuito a finanziare questo progetto di ricerca ci sono il National Institute of Allergy and Infectious Diseases e il National Center for Advancing Translational Sciences, due dei centri che compongono il National Institutes of Health, un’agenzia del Dipartimento della Salute.

Moderna, un vaccino che è il trionfo del biotech e della startup culture

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Ci sono state anche donazioni private. In particolare quella di Dolly Parton, la celebre cantante country, attiva anche come attrice e imprenditrice. La signora, classe 1946, ha deciso di donare fondi alla causa (che comunque ammontano all’1% del totale) perché amica di vecchia data del dottor Naji Abumrad, che la curò dopo un incidente stradale nel 2014 e che, dopo l’avvento della pandemia, le riferì come il Vanderbilt University Medical Center stesse facendo “straordinari progressi” nella cura contro il Covid19. Il vaccino di Moderna è passato da questo centro medico per i trial clinici. Altri supporter privati: la Emory University e lo stesso Vanderbilt University Medical Center.

Dolly Parton

Vaccini anti-Covid: Pfizer, il primo approvato

Il vaccino Pfizer, il primo ad essere approvato in Europa, è stato finanziato non dagli Usa ma dalla Germania. Erroneamente l’allora vice presidente degli Stati Uniti Spence affermò che il governo Trump aveva supportato il progetto con il suo Operation Warp Speed Program, operazione voluta dall’allora presidente degli Usa Donald Trump per espandere la produzione di vaccini negli Stati Uniti. In realtà, scrive Forbes, è stato il partner tedesco BioNTech SE a ricevere soldi dal governo della Germania. Berlino ha consegnato a BioNTech 445 milioni di dollari in un accordo siglato a settembre 2020 per accelerare lo sviluppo e la produzione del vaccino per il mercato interno. Quello che hanno fatto gli Stati Uniti è stato, invece, impegnarsi all’acquisto di centinaia di milioni di dosi: per questo, a luglio 2020, hanno messo sul piatto quasi 2 miliardi di dollari, con un’opzione di acquisto per ulteriori 500 milioni.

AstraZeneca, il vaccino in ritardo

AstraZeneca – vaccino dell’azienda britannica sviluppato presso il  Jenner Institute  dell’Università di Oxford e all’Irbm di Pomezia  –  ha ricevuto più di un miliardo  di  sterline  di finanziamenti pubblici, riporta nel suo blog Manuel Martin, esperto di innovazione in medicina e consulente di Médecins Sans Frontières. Quando AstraZeneca e l’Università di Oxford hanno firmato un accordo tra loro, si sono impegnati a vendere il vaccino a un prezzo senza scopo di lucro durante la pandemia. Purtroppo questo vaccino è in ritardo sulla tabella di marcia: l’Ema si pronuncerà sulla sua effettiva validità a fine gennaio.

Pharma companies must open their books on the funding agreements for covid-19 vaccines

 

Allo stesso tempo Astra Zeneca ha ricevuto 1 miliardo di dollari dalla Biomedical Advanced Research and Development Authority degli Stati Uniti per lo sviluppo, la produzione e la consegna del vaccino. Questo – ha dichiarato a suo tempo l’amministrazione Trump – per accelerare la disponibilità di 300 milioni di dosi di vaccino negli Stati Uniti. La mossa fa parte della già citata Operazione Warp Speed di Trump.

ReiThera, il vaccino prodotto in Italia con 81 milioni di euro di Invitalia

Il vaccino che verrà. Un po’ tardi, forse tra cinque o sei mesi, ma è italiano. O meglio, prodotto in Italia. Il 5 gennaio 2021 sono stati annunciati in una conferenza presso la Regione Lazio i primi risultati della fase 1 (il primo stadio della sperimentazione) del vaccino sviluppato dall’Istituto Spallanzani e prodotto dall’azienda biotecnologica ReiThera di Castel Romano (ex Okairos). Lo sviluppo del vaccino per il Covid19 – è stato riferito in una nota stampa – è avvenuto con il supporto del governo, del Consiglio nazionale delle ricerche e della Regione Lazio.

Poi, il 26 gennaio 2021, la comunicazione ufficiale:

ReiThera ha raggiunto un accordo con Invitalia per un contratto di Sviluppo che finanzia un investimento industriale e di ricerca da 81 milioni di euro.

Il CdA di Invitalia ha approvato il contratto di Sviluppo presentato da Reithera che finanzia un investimento industriale e di ricerca da 81 milioni di euro. Gran parte dell’investimento, 69,3 milioni, sarà destinato alle attività di Ricerca&Sviluppo per la validazione e produzione del vaccino anti-covid. 

La restante quota (11,7 milioni) sarà utilizzata per ampliare lo stabilimento di Castel Romano, dove sarà prodotto l’antidoto.Le agevolazioni concesse, in conformità alle norme sugli aiuti di Stato, ammontano a circa 49 milioni di euro: 41,2 milioni a fondo perduto e 7,8 milioni di finanziamento agevolato. Inoltre, in attuazione delle previsioni dell’articolo 34 del decreto-legge 14 agosto 2020, Invitalia acquisirà una partecipazione del 30% del capitale della società a seguito di un aumento del capitale di Reithera.Grazie a questo ulteriore investimento, si passa allo stadio successivo, relativo ai test di sicurezza ed efficacia. L’obiettivo è arrivare in tempi rapidi ad ottenere le necessarie autorizzazioni da parte delle Autorità di vigilanza sia europee che italiane per poter somministrare il vaccino.

La capacità produttiva prevista a regime è pari a 100 milioni di dosi all’anno. Si prevedono, inoltre, 40 nuove assunzioni.  

“E’ un accordo importante per ridurre la dipendenza del nostro Paese in un settore delicatissimo per la tutela della salute dei nostri cittadini” – spiega Domenico Arcuri, Commissario straordinario per l’emergenza Covid e amministratore delegato di Invitalia. “La produzione italiana di vaccini andrà ad aggiungersi a quelle realizzate all’estero – aggiunge Arcuri – rafforzando la capacità di risposta nazionale alla pandemia e accelerando così l’uscita dalla crisi”.

“Siamo orgogliosi di aver concluso l’accordo con Invitalia – dichiarano Antonella Folgori e Stefano Colloca, Soci di Reithera – il cui intervento potrà accelerare lo sviluppo del vaccino italiano, a cui ReiThera sta lavorando con professionalità e dedizione fin dall’inizio della pandemia”.

“Fin dall’inizio dello sviluppo del vaccino contro il Covid19 – ha spiegato in questa intervista l’AD e presidente Antonella Folgori –  ReiThera ha portato avanti con le istituzioni un dialogo collaborativo e proficuo, sfociato in un supporto economico-finanziario e in una collaborazione con INMI Spallanzani per la sperimentazione clinica. Ad oggi stiamo proseguendo le trattative perché tale collaborazione possa continuare, in modo da iniziare al più presto con la sperimentazione di Fase 2 e 3 e produrre le dosi del vaccino”. A riprova che l’innovazione è frutto di un ecosistema, Reithera nasce nella Pharma Valley italiana, cioè il territorio dove esiste un’intensa attività innovativa, una base produttiva ben consolidata e un elevato numero di imprese del settore farmaceutico. Ma Folgori puntualizza: “È chiaro che perché si possa parlare di una Pharma Valley è necessario fare degli investimenti, in modo che nel corso degli anni si sviluppi una comunità orientata all’innovazione”.

Stato innovatore? L’Italia è ancora fanalino di coda

Se dunque i colossi farmaceutici e le aziende biotech hanno saputo lavorare attivamente con le università e i ricercatori per individuare in tempi record un vaccino contro la pandemia del secolo, anche lo Stato ha fatto la sua parte. Come è giusto che sia. Eppure l’Italia sembra non aver ancora capito fino in fondo la lezione. Secondo il rapporto Anvur 2018, alla ricerca in Italia in quell’anno veniva destinato l’1,32% del Pil, al di sotto della media dei paesi Ocse e dei paesi europei, rispettivamente al 2,36% e al 1,95%.

Di queste risorse l’Italia riserva circa il 20% alla ricerca medica. Nel 2018 i fondi complessivi destinati alla ricerca ammontavano a circa 2,3 miliardi di euro, circa 406 euro per abitante, contro la media europea di 656 euro. Nel 2020 sono stati 2,7 miliardi.

Per la ricerca scientifica l’Italia versa all’Europa il 12,8 per cento del bilancio complessivo dei cosiddetti Programmi quadro, ma ottiene in contropartita finanziamenti solo per l’8,7 per cento, dice La “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia”, a cura del Consiglio nazionale delle ricerche diffusa a ottobre 2019. Oltre alla distanza dai Paesi storicamente più virtuosi – la Germania riceve il 16,4 per cento dei finanziamenti totali, il Regno Unito il 14, la Francia il 10,5  anche la Spagna ci ha sorpassato. Nel primo triennio del terzo Horizon 2020 (il programma scientifico europeo che va dal 2014 al 2017), Madrid ha avuto il 9,8 per cento dei finanziamenti europei.

Nel già citato saggio di Mariana Mazzucato, l’economista invita a smontare il mito che l’impresa privata sia la sola forza innovativa e lo Stato sia invece una forza inerziale, troppo pesante per fungere da motore dinamico dell’economia. Nelle economie più avanzate, sostiene la studiosa, è lo Stato a farsi carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie. È lo Stato, attraverso fondi decentralizzati, a finanziare ampiamente lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione. E ancora: è lo Stato il creatore di tecnologie rivoluzionarie come quelle che rendono l’iPhone così smart (internet, touch screen e gps). Ed è lo Stato a giocare il ruolo più importante nel finanziare la rivoluzione verde delle energie alternative. Per molti lo Stato imprenditore è una contraddizione in termini, per la Mazzucato è una realtà e una condizione di prosperità futura. Nel caso dei vaccini anti-Covid è stato quasi giocoforza applicare queste teorie.

(Articolo aggiornato al 26/01/2021)

Luciana Maci

Scrivo di innovazione, economia digitale, digital transformation e di come sta cambiando il mondo con le nuove tecnologie. Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp.…