Guidi (Novartis): «L'industria farmaceutica è innovativa perché ha il fallimento nel Dna» | Economyup
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Guidi (Novartis): «L’industria farmaceutica è innovativa perché ha il fallimento nel Dna»

01 Ott 2015

Il responsabile della General Medicine del Gruppo in Europa a EconomyUp: «Per ogni molecola che arriva in laboratorio 10mila sono scartate. Investiamo somme ingenti in ricerche che non sappiamo come finiranno sul mercato. L’importante è innovare. Perciò al R&D va il 19% del fatturato»

Guido Guidi, responsabile delle attività di General Medicine del Gruppo Novartis in Europa
“L’industria farmaceutica è in un certo senso l’industria del fallimento: la stragrande maggioranza dei progetti fallisce. Ogni molecola che arriva in laboratorio è figlia di 10mila molecole selezionate. Per questo i farmaci costano, perché pagano il rischio imprenditoriale. Ma il denaro investito si giustifica se dà luogo a reale innovazione. Il vero segreto è imparare dai fallimenti. Per questo dobbiamo incentivare il senso del rischio. E anche per questo oggi sosteniamo BioUpper, un progetto destinato a finanziare giovani startupper con nuove idee d’impresa nelle scienze della vita”. Lo dice in un’intervista a EconomyUp Guido Guidi, Head of Region Europe di Novartis Pharma, uno dei leader mondiali nell’area della salute. Strutturato in tre divisioni (Farmaceutici, Alcon, con prodotti per la cura dell’occhio, e Sandoz, che produce farmaci generici), il gruppo è presente in oltre 180 Paesi, con circa 120mila collaboratori e un fatturato globale che nel 2014 ha raggiunto i 58 miliardi di dollari. Come tutte le principali case farmaceutiche, Novartis punta molto sull’innovazione: l’anno scorso gli investimenti nel settore hanno raggiunto i 9,9 miliardi di dollari. In questo contesto va inquadrata la partecipazione a BioUpper, iniziativa che il Gruppo promuove insieme a Fondazione Cariplo in collaborazione con PoliHub e il gruppo ospedaliero Humanitas. “Si parla molto di giovani e innovazione, credo che sia il momento di trasformare le parole in fatti” dice Guido Guidi, laureato in Medicina con specializzazione in Immunologia all’Università degli Studi di Milano, frequentatore di corsi di business a Harvard e all’Imd di Losanna e oggi, in qualità di capo delle attività di General Medicine di Novartis in Europa, responsabile di 8000 collaboratori in oltre 50 Paesi.

Un colosso farmaceutico che si interessa a giovani aspiranti imprenditori. Perché?
La nostra partecipazione in BioUpper non è solo quella di un’azienda che vuole sponsorizzare un progetto. Ci interessa aver messo insieme attori diversi con competenze diverse, non con l’obiettivo di finanziare dei giovani, o almeno non soltanto con quello, ma di accompagnarli in un percorso di formazione. In Italia i ricercatori sono l’1% della quota mondiale, eppure producono il 4% delle pubblicazioni e il 6% dei riferimenti a livello internazionale. Questo significa che la qualità è buona e il nostro sistema educativo è in grado di produrre scienziati validi. Altra contraddizione: circa il 95% delle università italiane ha un dipartimento tecnologico, eppure i brevetti a carico dell’Italia sono un terzo dei brevetti della media europea. È evidente che qualcosa non funziona.

Cosa?
Manca un ponte tra chi ha un’idea e chi è in grado di trasformarla in un progetto imprenditoriale. Cosa possiamo fare per contribuire a costruirlo? Abbiamo stimato che, se fossimo in grado di co-investire, insieme a varie altre istituzioni, 300 milioni di euro nei prossimi tre anni in innovazione e ricerca, saremmo in grado di generare ricavi per circa 3 miliardi di euro, che significa lo 0,2% in più di crescita del Pil all’anno. Altro che manovre finanziarie aggiuntive.

Quanto ha investito Novartis finora nel mondo delle startup?
È difficile quantificarlo, perché è difficile definire se si tratti di idee imprenditoriali, startup o piccole e medie imprese. Possiamo però ricordare che l’investimento in ricerca e sviluppo di Novartis è pari a circa il 19% del fatturato, quasi 10 miliardi di dollari nel 2014. Quando sento dire che lo Stato italiano intende investire 300 milioni di euro per far ripartire la ricerca mi domando se abbia un’idea di quello con cui ha a che fare. La ricerca è estremamente costosa. Un esempio: abbiamo una collaborazione con l’Università della Pennsylvania per individuare una modalità innovativa nella lotta alle leucemie. In estrema sintesi l’idea è prelevare le cellule del malato, manipolarle e successivamente re-iniettarle nel suo corpo. Non sappiamo ancora come una soluzione simile possa finire sul mercato, ma stiamo continuando a investirvi centinaia di migliaia di dollari. Non solo Novartis, ma tutte le corporation si stanno muovendo in questa direzione.

Progetti con costi imponenti. Un imprenditore junior ce la può fare?
Le difficoltà che stanno sperimentando i nostri giovani derivano anche dalla trasformazione del mondo del lavoro: è innegabile che certe professioni stiano scomparendo. Per questo il settore R&D non rappresenta solo un volano per l’economia ma anche un modo per affrontare i cambiamenti in atto e rifondare il mondo del lavoro. Però è importante non restare isolati. Novartis ha collocato la ricerca a Boston perché in quella città esiste un polo che aggrega innovazione, ricerca e imprese, un vero e proprio hub. Inoltre dai giovani mi aspetto provocazioni, l’essere messo in difficoltà, il dover rispondere a domande che non mi sono mai posto prima.

Nel bio-tech italiano c’è gran fermento, ci sono state importanti exit di startup acquistate all’estero. Un big internazionale come si relaziona con queste realtà?
Tutte le grandi organizzazioni tendono a finanziare startup già abbastanza consolidate. Il problema dell’Italia è far raggiungere alle neo imprese quella dimensione che le rende interessanti. In Gran Bretagna e Germania le startup finanziate sono 10 volte più numerose delle nostre per questo motivo, perché da noi  fanno più fatica a raggiungere una dimensione critica. Per una grande organizzazione è più difficile partire presto, cioè finanziare progetti ancora in una fase iniziale di sviluppo. Le startup italiane hanno bisogno di maggiore visibilità: tanto più riusciamo a renderle visibili, più diventano interessanti anche per i colossi industriali.  

di Luciana Maci

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