Il 2025 si chiude con un segnale chiaro per il mercato europeo del community capital (l’insieme degli strumenti con cui una community di investitori finanzia direttamente startup e PMI innovative attraverso campagne pubbliche online): il settore continua a crescere, ma lo fa in modo selettivo e sempre più strutturato. Secondo i dati dell’European Community Capital Landscape 2025, nel corso dell’anno sono stati raccolti circa 280 milioni di euro attraverso 354 campagne pubbliche in equity – escludendo il real estate, non oggetto dell’analisi – con il coinvolgimento di oltre 68.500 investitori. Un incremento del 12,2% rispetto al 2024, che conferma il consolidamento dell’equity crowdfunding come componente stabile della filiera del capitale per startup e PMI innovative.
Dentro questo quadro di crescita europea, l’Italia rappresenta però un’eccezione. È l’unico Paese tra i principali mercati europei a registrare nel 2025 un decremento dei capitali raccolti, pur mantenendo il secondo posto in Europa dietro alla Francia. Un dato che, letto superficialmente, potrebbe suggerire una perdita di competitività. I numeri e il contesto raccontano invece una dinamica più articolata.
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I numeri dell’Italia nel 2025
Nel 2025 le piattaforme autorizzate ECSP hanno raccolto in Italia 39,4 milioni di euro attraverso 78 campagne pubbliche, contro i 53 milioni e 91 campagne del 2024. La flessione è pari a circa -25% in termini di capitale e -13 campagne su base annua. Nessun altro Paese tra i top europei mostra un andamento simile: Francia, Spagna, Paesi Bassi e Irlanda crescono sia per volumi sia per numero di operazioni.
Nonostante il rallentamento, l’Italia conserva una quota di mercato rilevante a livello continentale e rimane uno dei Paesi con la maggiore attività operativa. Mamacrowd si conferma leader nel mercato domestico e tra le principali piattaforme europee, anche se il totale raccolto nel 2025 risulta inferiore a quello dell’anno precedente. CrowdFundMe, invece, si posiziona come terza piattaforma europea per numero di campagne realizzate e ha annunciato per il 2026 una fusione con la holding di investimenti Smart Capital e con il portale bergamasco WeAreStarting. Un segnale che indica come il mercato stia progressivamente entrando in una fase di consolidamento industriale.
Perché l’Italia rallenta: non una crisi, ma una fase di assestamento
Le cause del rallentamento italiano sono in larga parte strutturali e congiunturali, più che riconducibili a un indebolimento della domanda o dell’offerta imprenditoriale.
Il primo fattore è la stretta regolamentare e di compliance. Il rafforzamento dei requisiti da parte di Consob e Banca d’Italia, in linea con il regolamento ECSPR, ha comportato un incremento dei costi di gestione e, in alcuni casi, la chiusura di operatori più piccoli, innescando un processo di consolidamento tra i portali domestici. Nel breve periodo questo ha rallentato l’operatività e allungato i tempi di preparazione delle campagne, incidendo sul numero complessivo di round chiusi nel corso dell’anno. Nel medio termine, tuttavia, il processo è orientato a rafforzare la solidità del mercato e la tutela degli investitori.
In questo contesto si inserisce il decreto ministeriale del 7 gennaio 2026, con cui il Fondo di Garanzia per le PMI entra ufficialmente nel settore del crowdfunding, prevedendo una copertura fino all’80% su lending crowdfunding e minibond e fino al 50% sull’equity. Un incentivo potenzialmente rilevante, sia per gli investitori sia per le piattaforme, che potrebbe contribuire a una ripresa del deal flow nei prossimi trimestri.
Il secondo elemento riguarda la crescita dei round privati e delle piattaforme di micro-angeling e club deal. In Italia, operatori come Doorway, Weltix e Akka Italy – tutti autorizzati sotto ECSP ma fuori dal perimetro delle campagne pubbliche analizzate dal report – hanno intercettato una quota crescente di capitale. Una parte rilevante dei volumi si è spostata verso operazioni riservate, con ticket più elevati e un numero ridotto di investitori, rivolte a founder più maturi e a investitori semi-professionali. Questo capitale non scompare dal mercato, ma cambia canale. In questo senso, risultano significative le operazioni del 2025 su Serenis (Doorway), Anthropic (Doorway e Akka Italy) e D-Orbit(Weltix).
Il terzo fattore è l’assenza di big deal. Nel 2024, campagne come Baladin e Macelleria Zivieri, entrambe su Mamacrowd, avevano portato quasi 10 milioni di euro complessivi, contribuendo in modo significativo ai volumi annuali. Nel 2025 non si registrano operazioni italiane nella top 10 europea per capitale raccolto, e questo pesa in modo diretto sul dato aggregato.
Infine, va considerato il ruolo più contenuto di alcuni attori istituzionali. Alicrowd (Azimut), nel corso del 2025, ha investito in pochissimi deal su Mamacrowd rispetto agli anni precedenti, riducendo sensibilmente l’effetto leva che aveva contribuito a sostenere round di dimensione più rilevante.
Un anno di transizione, non di arretramento
Letti insieme, questi elementi delineano il 2025 come un anno di transizione e di stabilità, più che di declino. Il mercato italiano non perde centralità, ma attraversa una fase di riassestamento in cui cambiano le modalità di utilizzo dello strumento.
La dimensione media dei round, pari a circa 607.000 euro, e la presenza di 11 campagne sopra il milione di euro indicano che la qualità dei progetti rimane solida, anche se meno orientata a operazioni “headline-driven”. Il settore più rilevante resta il Food & Agriculture, seguito da software e tech, coerentemente con la struttura industriale del Paese. Rimane invece più contenuta la presenza di campagne nelle Life Sciences, che rappresentano il comparto più finanziato a livello europeo, soprattutto per limiti di pipeline domestica più che per mancanza di interesse da parte degli investitori.
Il confronto con la Francia è istruttivo. Oltralpe, il mercato cresce grazie a una forte integrazione tra equity crowdfunding e venture capital, con round Seed+ e Series A che includono sistematicamente una componente di crowd. In Italia questa sinergia resta ancora episodica. Il crowdfunding è spesso percepito come strumento early-stage o, in alcuni casi, come soluzione alternativa, anziché come leva strategica all’interno di round strutturati. Questo limita la dimensione media delle operazioni e la capacità di attrarre capitale in modo scalabile.
Un ulteriore driver di crescita: il secondario e i round di Community Funding
Accanto ai fattori già evidenziati, emerge un ulteriore driver che potrebbe incidere in modo significativo sui risultati dei prossimi anni: l’apertura strutturata ai round di secondario e alle operazioni di community funding su scaleup europee. Si tratta di un’evoluzione ancora agli inizi, ma con implicazioni potenzialmente rilevanti per tutto l’ecosistema del community capital.
Nel 2025 il caso più emblematico è stato quello dell’unicorno estone Bolt, che ha utilizzato il crowdfunding per consentire liquidità parziale ad alcuni dei primi investitori, affiancando l’operazione ad un percorso di crescita ormai maturo e orientato ad una futura quotazione. Non un’operazione di raccolta primaria in senso stretto, ma un round di secondario con una forte componente di community, capace di portare sui portali un’azienda già affermata, con metriche industriali e una riconoscibilità globale.
Questo modello sta iniziando a diffondersi anche nel resto d’Europa e potrebbe arrivare a breve anche in Italia. Da un lato, molte scaleup community-driven, in particolare nei settori consumer, life style, mobility, fintech e digital services, si trovano in una crescita e perché no, in pre-IPO, fase in cui l’accesso a finestre di liquidità diventa un tema centrale per founder, dipendenti e primi investitori. Dall’altro, le piattaforme di crowdfunding dispongono oggi di infrastrutture tecnologiche e di compliance, basi investitori e competenze sufficienti tali da poter facilitare il completamento di operazioni più complesse, inclusi veicoli di secondario e strutture ibride.
L’effetto sistemico di questi round sarebbe duplice. Da un lato, liberare liquidità per gli early investor, riducendo la pressione su exit tradizionali ancora limitate nel mercato europeo. Dall’altro, elevare il profilo medio delle aziende presenti sui portali, portando realtà di dimensione e qualità superiore, più vicine ai mercati pubblici che all’early stage. Un po’ come avviene già su in US, UK ed in alcuni paesi EU, dove questo cambio di passo è già avvenuto. Un passaggio che contribuirebbe a rafforzare la credibilità del crowdfunding non solo come strumento di funding, ma come infrastruttura di mercato lungo tutto il ciclo di vita dell’impresa.
Se questo paradigma dovesse consolidarsi, il community capital potrebbe assumere un ruolo sempre più simile a quello di una “borsa privata diffusa”, capace di accompagnare le aziende dalla fase di crescita alla soglia della quotazione, coinvolgendo al tempo stesso una base ampia di investitori, di diverse categorie e con innumerevoli differenze, dal retail, agli investitori istituzionali. Per l’Italia, si tratterebbe di un’opportunità rilevante intercettare scaleup europee e nazionali in fase avanzata significherebbe compensare la naturale ciclicità dei round early-stage e spostare l’asse del mercato verso operazioni a maggiore valore aggiunto, come di fatto è già accaduto sulle piattaforme di micro-angeling e nei club di investitori.
Il ruolo dell’Italia nel nuovo ciclo del community capital
Nel contesto europeo, il community capital sta evolvendo verso modelli più ibridi, in cui campagne pubbliche, club deal, SPV e round privati convivono all’interno di una stessa supply chain del capitale. L’Italia partecipa a questa evoluzione, ma lo fa con un certo ritardo culturale più che operativo.
Il 2025 mostra che il mercato italiano è più stabile di quanto suggeriscano i volumi, ma evidenzia anche che il salto di qualità passa dall’integrazione con il venture capital, dall’apertura a investitori e piattaforme internazionali e da un utilizzo meno difensivo dello strumento. In questo senso, la contrazione del 2025 non va letta come un segnale di debolezza, ma come il riflesso di un ecosistema che sta ridefinendo i propri equilibri dopo la fine della fase espansiva.
Se il 2024 è stato un anno trainato da pochi grandi round, il 2025 segna il ritorno a una normalizzazione del mercato, in cui conta meno il singolo deal e più la continuità del flusso. È su questa base che si giocherà la crescita dei prossimi anni: non tanto sul numero di campagne, quanto sulla capacità di trasformare il community capital in un elemento strutturale dei percorsi di crescita delle imprese italiane.
In questo senso, il rallentamento del 2025 non è un’anomalia da correggere, ma un passaggio fisiologico di maturazione. La vera sfida per l’Italia non è tornare ai volumi record del passato, ma costruire un mercato più integrato, più internazionale e più consapevole del proprio ruolo all’interno dell’ecosistema europeo dell’innovazione.


















