TECNOLOGIA SOLIDALE

Dal click alla cittadinanza attiva: Luigi Bobba e la sfida dell’attivismo digitale



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Il 6 marzo a Roma la Fondazione Terzjus presenta la ricerca “Cittadini digitali”: chi sono i nuovi attivisti online e perché il web non sostituisce l’impegno reale, ma lo rafforza

Pubblicato il 27 feb 2026

Antonio Palmieri

Fondatore e presidente di Fondazione Pensiero Solido



Luigi Bobba
Luigi Bobba spiega cos'è il click activism

In sintesi

Riassunto generato con AI

“Sì, conosco Luigi Bobba, detto Gigi! È un politico italiano, già deputato del Partito Democratico e Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nel governo Renzi e nel governo Gentiloni. È stato anche presidente delle ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) ed è una figura di riferimento nel campo del Terzo Settore e del welfare in Italia.”

Gigi, Claude.ai ha risposto così alla mia domanda: conosci Luigi Bobba? Ti piace la risposta?

“Come sai, Antonio, non sono un politico. Ho servito nelle istituzioni da deputato e da sottosegretario, ma la mia passione civile viene prima e va oltre la politica…”

Luigi Bobba e la ricerca “Cittadini Digitali”

…e a tal proposito, siamo qui per parlare della passione civile online, perché il prossimo 6 marzo a Palazzo Wedekind a Roma con la tua Fondazione Terzjus presentate anche la ricerca “Cittadini digitali”. Di che si tratta?

“Con Andrea Bassi, Claudia Ladu e Mara Moioli, abbiamo verificato se gli italiani online sono solamente apatici smanettatori oppure se l’attivismo digitale è una forma solidale, come diresti tu, di cittadinanza attiva.”

Risultato?

“I dati ci dicono che c’è un’Italia digitale tutt’altro che apatica. Cliccare, condividere, firmare una petizione online non è più solo un gesto individuale: è diventato, per molti, una nuova forma di partecipazione civica.”

Una partecipazione però fin troppo facile, no?

“Certo, spesso si tratta di gesti rapidi e leggeri. Ma sono capaci di far circolare idee, indignazione, solidarietà. Il punto è non sopravvalutarli e non sottovalutarli.”

Chi sono i “netattivisti”

In che modo? E chi sono, nel concreto, i nuovi attivisti digitali italiani?

“La ricerca, condotta su un campione di oltre mille persone, ci descrive una vera e propria “avanguardia civica”: persone istruite, informate, già impegnate nel mondo reale. Il genere conta poco, non emergono differenze significative tra uomini e donne. Più interessante è il dato sull’età: contrariamente a quello che si potrebbe pensare, i netattivisti più intensi — quelli che producono contenuti, coordinano azioni, promuovono campagne — si concentrano soprattutto nella fascia 45-54 anni. L’impegno digitale strutturato non è appannaggio dei giovanissimi.”

E a livello di istruzione?

“Più cresce il titolo di studio, più aumenta la propensione a partecipare online. Si passa dal 12,5% di netattivisti tra chi ha solo l’obbligo scolastico al 31,4% tra chi ha conseguito un master o un dottorato. Anche la professione conta: i liberi professionisti e gli insegnanti sono tra i più attivi, mentre i lavoratori manuali partecipano meno.”

Forse perché oltre ad avere più strumenti culturali hanno anche più tempo a disposizione?

“Questa è una possibile interpretazione. Approfondiremo il 6 marzo.”

Il click activism come amplificatore

Quindi tu non temi che il click activism sostituisca la partecipazione “vera”…

“I dati lo dimostrano chiaramente. Il digitale non crea dal nulla l’impegno civico: lo amplifica. Chi è attivo offline — nelle associazioni, nelle iniziative civiche, nel volontariato — è molto più propenso a esserlo anche online. Il 57% di chi non partecipa in presenza non partecipa nemmeno online. Al contrario, tra chi svolge cinque o più attività in presenza, solo il 28,7% resta inattivo sul web. Online e offline non si escludono: si rafforzano.”

Qual è il ruolo del Terzo Settore in tutto questo?

“È il dato forse più significativo — e inatteso — della ricerca. Più della metà dei rispondenti afferma che sono proprio gli enti del Terzo Settore a spingerli ad attivarsi online: attraverso campagne, narrazioni, iniziative, ma soprattutto attraverso la fiducia che ispirano.

Nel web, e in generale nella vita, la credibilità è un bene prezioso. Le organizzazioni radicate nei territori hanno oggi l’opportunità — e la responsabilità — di trasformare l’energia dell’attivismo leggero in percorsi più strutturati, capaci di generare impatto reale.”

Qual è, allora, la grande sfida?

“Capire cosa trasforma un cittadino digitale da “spettatore impegnato” a protagonista. La maggior parte degli italiani attivi online pratica forme leggere di partecipazione: condivisioni, like, firme digitali. Dobbiamo capire come favorire questo passaggio e come coinvolgere chi oggi è ancora ai margini: i giovani con livelli di istruzione più bassi, le persone in condizioni economiche fragili, i territori meno connessi.”

Terzjus: breve storia di una Fondazione

Teniamoci aggiornati su questo punto. Veniamo a Terzjus. Come è nata questa fondazione?

“L’idea è nata da una sollecitazione di Giuseppe Guzzetti, allora presidente della Fondazione Cariplo. L’obiettivo era creare uno strumento esterno — dato che non ricoprivo più incarichi istituzionali — per accompagnare e sostenere la riforma del Terzo Settore, la cui completa attuazione richiedeva tempo, pazienza e competenza. Siamo partiti come associazione, riunendo i soggetti chiave che avevano contribuito alla stesura dei decreti legislativi, come il professor Antonio Fici e l’avvocato Gabriele Sepio, poi ci siamo trasformati in Fondazione nel giugno 2022.”

Cosa ti ha spinto a metterti in gioco. Come direbbe Simon Sinek, quale è stato il tuo perché?

“Volevo dare continuità al mio impegno pubblico nel campo sociale e associativo con le ACLI, il Forum del Terzo Settore, Banca Etica, e tante amicizie preziose come quella con Riccardo Bonacina di Vita. Non volevo disperdere il lavoro collettivo che aveva portato alla riforma.

Il Codice del Terzo Settore è il principale risultato di un impegno corale, e meritava di essere monitorato, sostenuto, completato in modo adeguato.”

Questo l’inizio. E oggi?

“L’impegno attuale di Terzjus è duplice: da un lato, valutare se la riforma ha prodotto i risultati attesi; dall’altro, individuare i punti di criticità e i nodi irrisolti. Il nostro primo prodotto è stato il Terzjus Report, presentato nel luglio 2021 — la prima iniziativa possibile dopo il lockdown — e ha ricevuto l’incoraggiamento del Presidente della Repubblica.”

C’è un prossimo appuntamento?

“Sì. Venerdì prossimo, 6 marzo, a Roma, presso Palazzo Wedekind, presenteremo il quinto report, che analizza lo stato del Terzo Settore in Italia. Conterrà diversi capitoli, tra cui quello dedicato ai cittadini digitali.”

Ecco, finiamo da dove abbiamo iniziato. Quali prospettive vedi?

“Il futuro dell’impegno civico in Italia sarà ibrido: il territorio dà profondità e il web dà ampiezza. La grande sfida è trasformare un clic, un post, una condivisione in qualcosa di più. In un cambiamento reale.”

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