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Il caso

Amazon sotto accusa, non è la prima volta. Ma è così diversa dalle “sorelle” hi-tech?

18 Ago 2015

Il New York Times denuncia un clima di lavoro «spietato», il Ceo Jeff Bezos smentisce. Precedenti inchieste evidenziavano condizioni difficili di lavoro, soprattutto nei magazzini. Ma per “Fortune” è semplicemente un «ambiente sfidante» che induce le persone a superare se stesse

Jeff Bezos, Ceo di Amazon
Torna a esplodere il caso “Amazon e i suoi dipendenti”. Da un’inchiesta pubblicata a Ferragosto dal New York Times, con testimonianze di un centinaio di dipendenti ed ex dipendenti del colosso dell’e-commerce, emerge un quadro negativo del clima di lavoro negli uffici. Si parla di “concorrenza brutale”, di un atteggiamento dei manager e delle risorse umane del tutto carente di empatia verso i dipendenti anche durante tragedie familiari o problemi di salute, della ricerca della perfezione assoluta, della sfida continua con i competitor, di un sistema “darwinista” del lavoro, come definito da un ex cacciatore di teste dell’azienda. “Ho visto tutte le persone che hanno lavorato con me piangere almeno una volta” ha detto al NYT una dipendente di Amazon. Non è la prima volta che si parla in questi termini del colosso di Seattle. La Bbc realizzò un reportage nel 2013, altre testate si sono occupate della questione. Dalle passate inchieste, però, emergono problemi soprattutto però per chi lavora nei magazzini e si ritrova a sbrigare compiti fisicamente pesanti, soprattutto nei periodi che precedono le consegne per le festività natalizie, con molti metri da percorrere in lungo e in largo e operazioni meccaniche da ripetere con la massima velocità ed efficienza. Per quanto riguarda i white-collar, i colletti bianchi sui quali si concentra l’inchiesta del NYT, sono in molti a pensare che il clima competitivo in azienda non sia dissimile ad altre realtà imprenditoriali analoghe. Tanto che stavolta, contrariamente agli episodi passati, è sceso in campo personalmente il Ceo Jeff Bezos per replicare alle accuse: “Non è la Amazon che conosco o che voi conoscete. Anche se dovesse trattarsi di episodi rari o isolati, la nostra tolleranza per ogni simile mancanza di empatia deve essere pari a zero. Il reportage – continua Bezos – sostiene che il nostro approccio sia creare un luogo di lavoro senz’anima, distopico, dove non ci si diverte o non si sorride. Ancora, non riconosco questa Amazon e spero nemmeno voi. Credo fortemente che chiunque lavori in un’azienda come quella descritta dal New York Times sarebbe pazzo a rimanere”. Infine il Ceo invita a segnalare direttamente a lui eventuali casi di trattamento “spietato” nei confronti dei dipendenti.

Come detto, non è la prima volta che Amazon finisce sotto accusa da parte di media nazionali e internazionali.

I precedenti – Nel 2011 il Morning Call, quotidiano di Allentown, Pennsylvania (Usa), descrisse le condizioni del locale magazzino di Amazon: caldo soffocante, con temperature insopportabili e nessun impianto di condizionamento. Ma annotò anche che gli stipendi erano bassi (11/12 dollari all’ora) e le regole imposte ai lavoratori stringenti: il loro rendimento era giudicato in base un punteggio che teneva conto di quanto erano stati assenti, se avevano lavorato in modo abbastanza veloce o se non avevano seguito le regole della sicurezza. A seguito di un’indagine federale la società predispose un automezzo per le emergenze mediche fuori dai locali e successivamente un impianto di aria condizionata. A gennaio 2013, in Germania, un documentario del canale televisivo Ard denunciò che la società impiegava come sorveglianti degli stabilimenti individui collegati a movimenti neo-nazisti, i quali adottavano comportamenti intimidatori nei confronti dei lavoratori temporanei immigrati. Per tutta risposta Amazon interruppe il rapporto di collaborazione con Hensel European Security Services, la società che si occupava appunto della sicurezza nei suoi magazzini, sottolineando: “Amazon ha tolleranza zero nei confronti di discriminazioni e intimidazioni”. A novembre 2013 un’inchiesta della Bbc condotta in un magazzino in Gran Bretagna portò alla luce condizioni lavorative che un esperto di stress psicologico, il professor Michael Marmot, arrivò a definire “potenziali cause di malattie fisiche e mentali”. A Marmot furono mostrati filmati ripresi con telecamera nascosta nei quali un dipendente sotto anonimato era tenuto a raccogliere ordini ogni 33 secondi durante il periodo antecedente alle feste natalizie, percorrendo a piedi tratti molti lunghi all’interno del magazzino. “Siamo come macchine, come robot” commentò il lavoratore. L’azienda replicò che dalle ispezioni sulla sicurezza non era emerso niente di preoccupante e che un esperto indipendente designato dalla company aveva rilevato come il lavoro di raccolta degli ordini fosse “simile ad analoghi lavori in molte altre industrie e non incrementasse il rischio per la salute fisica o mentale”. A gennaio 2014 Wired Usa pubblicò la notizia che i dipendenti di Amazon a Middletown, Delaware (Usa) avevano votato per non avere un sindacato. Più precisamente tecnici e meccanici si erano rifiutati di entrare a far parte di una “union” che li aveva invitati a unirsi al gruppo. Secondo sindacalisti citati da Wired, l’azienda si sarebbe apertamente opposta all’ingresso del sindacato nel luogo di lavoro e avrebbe persuaso i dipendenti a votare “no”. “Più di molte altre aziende dell’hi-tech sue rivali – scriveva la testata – il successo di Amazon dipende dal sudore e dalla fatica di lavoratori umani. Più si espanderà, aumentando di conseguenza la richiesta dei clienti per una maggiore efficienza, più aumenterà la pressione sui lavoratori, e così il potenziale scontento”. Insomma, Amazon è la condanna dei lavoratori? Assolutamente no, è la replica di Bezos, dell’azienda ma anche di una parte degli osservatori.

Né più né meno come qualsiasi altra azienda hi-tech – “Non ho mai lavorato ad Amazon – scrive  Matthew Ingram sulla rivista The Fortune – ma conosco molte persone che lo hanno fatto, sia a livelli più bassi sia in posizioni senior (…) Per alcuni è probabilmente un posto crudele dove sentirsi male accolti, e le loro performance sono giudicate più duramente di quanto loro desidererebbero, ma per gli altri ritengo sia un ambiente sfidante che li induce a fare cose che non avrebbero mai pensato di essere in grado di fare. Non è una gran storia dal punto di vista giornalistico – prosegue l’esperto di tecnologia – ma penso sia un po’ più vicina alla realtà. Non dubito che ci siano persone in Amazon che usano male gli strumenti di feedback interno, o sono troppo dure con i dipendenti, o non sono simpatetiche riguardo alle questioni personali. Qualsiasi azienda ha persone di questo genere. Ma questo è intrinseco alla cultura di Amazon? Credo di no”.

E in Italia? – In Italia Amazon ha oltre un migliaio di dipendenti. Oltre 200 sono impiegati nella sede di Milano vicino alla Stazione Centrale e si occupano di gestione della piattaforma. A Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, è stato inaugurato a maggio 2014 il Centro di Distribuzione che occupa circa 700 persone. La struttura ha una superficie di oltre 70.000 metri quadrati, equivalente a oltre 9 campi da calcio. Il personale è addetto alla ricezione merci, allo smistamento, all’imballaggio, alla spedizione. Da qui vengono spediti i prodotti non solo ai clienti italiani ma anche ai residenti di altri Paesi europei ed extra-europei.  A Cagliari c’è il Customer Service che dà lavoro a circa 250 persone. Lo spazio occupa 2.700 metri quadri, ed è attivo 7 giorni alla settimana per 365 giorni all’anno. Amazon prevede di aumentare il numero di dipendenti fino ad arrivare a 500 lavoratori a tempo indeterminato e determinato entro il 2018. Sia a Piacenza sia a Cagliari Amazon offre anche posizioni a tempo determinato, per sostenere i picchi stagionali e gestire le variazioni della domanda da parte dei clienti, come ad esempio nel periodo pre-natalizio. Amazon ha aperto il sito di lingua italiana Amazon.it nel novembre 2010. Sulle polemiche di questi giorni, dall’Italia arriva solo un commento: “Ha già parlato Jeff Bezos per tutti”.

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