Sandbox per le startup fintech in Italia: tutto quello che c'è da sapere | Economyup
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POLITICA E INNOVAZIONE

Sandbox per le startup fintech in Italia: tutto quello che c’è da sapere



La sandbox in Italia è uno strumento utile alle startup fintech ma anche agli investitori. Ecco che cos’è, i vantaggi, le caratteristiche, i rischi

09 Ago 2019


Per le startup fintech c’è la Sandbox anche in Italia.  Una novità contenuta nel Decreto Crescita e che rende il nostro Paese un po’ più britannico per le società che stanno innovando i servizi bancari e finanziari. Vediamo come e perché.

Perché la sandbox anche in Italia

Si tratta, secondo Giulio Centemero, capogruppo della Lega nella commissione Finanze di Montecitorio e relatore del decreto, di “un contenitore virtuale per dare nuovo impulso alla nostra economia, incoraggiando meccanismi di sviluppo che tengano il passo, e al contempo favoriscano, i processi di innovazione”.

L’obiettivo dell’istituzione della sandbox, che è già largamente usata all’estero (soprattutto nei Paesi anglosassoni ma anche, in modo estensivo, nell’area dell’Asia del Pacifico), è quello, ha sottolineato Centemero, di “stimolare la crescita dei nuovi modelli di business emergenti, ma anche per adeguare le normative finanziarie al ritmo delle aziende più innovative. Le fintech di casa nostra non dovranno più andare all’estero per crescere, ma troveranno nel loro Paese un contesto favorevole, un ecosistema competitivo e capace di attrarre anche attori esteri”.

Che cos’è la sandbox

Dell’istituzione di una sandbox (il cui nome deriva dal “recinto” riempito di sabbia nel quale i bambini possono giocare e sperimentare in un ambiente controllato) anche in Italia si parla da anni, tanto che la stessa Banca d’Italia, già nel suo report Fintech in Italia 2017 , spiegava che si tratta di uno strumento che “permette alle imprese fintech, vigilate e non, di godere di deroghe normative transitorie, sperimentando su scala ridotta e per un periodo limitato tecnologia e servizi (ad esempio attraverso forme di sperimentazione o testing condotte in cooperazione con il soggetto abilitato alla partecipazione al sandbox). Ad esempio la sandbox britannica, chiamata FCA fornisce l’opportunità a imprese bancarie e finanziarie, sottolineava ancora lo stesso report, di “testare nuovi prodotti o servizi per un periodo di tempo limitato (6 mesi), godendo di alcune deroghe regolamentari, pur nel rispetto di norme a tutela dei consumatori e alcune salvaguardie. Al termine dei 6 mesi, se la fase di test si è completata in modo positivo, le imprese devono procedere con il processo autorizzativo standard”.

L’argomento “regulatory sandbox” era stato poi affrontato anche dalla Consob, che in uno dei suoi “quaderni” (quello del marzo 2018) dedicato specificamente al settore fintech, sottolineava come dei tre “facilitatori d’innovazione” attivati a livello globale dalle Autorità di Vigilanza (innovation hub, acceleratori e sandbox) quasi tutti i Paesi campione si sono dotati del primo, ma solo alcuni del secondo e del terzo. E l’Italia era proprio uno dei Paesi che si erano fermati allo step dell’innovation hub. E quindi l’organismo di vigilanza italiano ricordava che “la Consob ha affermato che, in attesa di un regime regolamentare omogeneo a livello europeo, sia da ritenere preferibile una regolamentazione meno pervasiva delle FinTech in fase di start-up e, quindi, sia opportuno permettere di sperimentare, sotto il controllo della vigilanza, l’applicazione graduale di norme specifiche, via via più stringenti al crescere della dimensione di queste realtà”. Cioè esattamente delle sandbox.

E anche la stessa Camera dei Deputati, in un report di ottobre, sottolineava come già diversi Paesi europei abbiano istituito “ambiti normativi semplificati o spazi di sperimentazione normativa (cd. regulatory sandbox) volti a creare un ambiente favorevole all’innovazione finanziaria. Nei regulatory sandbox viene consentito alle imprese, con riferimento a specifiche e limitate attività innovative (ad es. consulenza automatizzata nel Regno Unito ed equity crowdfunding in Italia), di non dover sopportare il complesso dei costi (tra cui quello di conformità normativa) cui sono soggetti gli intermediari tradizionali”. Ed emergeva chiaramente la necessità “di regole nuove”, trovando, al tempo stesso, “nuovi strumenti in grado di migliorare l’attività di vigilanza”. Tanto più che il Piano d’azione sul Fintech presentato l’8  marzo 2018 dalla Commissione europea ha chiesto espressamente agli Stati membri dell’Ue di incoraggiare l’innovazione e alle autorità di vigilanza di supervisionare la creazione di hub per l’innovazione e di sandbox.

A chi è utile la zandbox

L’istituzione della sandbox in Italia sarà utile non solo alle startup fintech ma anche agli investitori, che saranno incoraggiati a finanziare progetti fintech in Italia grazie alla presenza di un quadro normativo semplificato (perché la burocrazia è un freno) e al tempo stesso regolamentato (perché anche l’incertezza normativa è un rischio per gli investimenti). E in questo contesto, le startup possono altrettanto facilmente attrarre i grandi player del settore, cioè le banche, per le quali l’innovazione fintech è fondamentale per sopravvivere e per competere anche nell’ottica delle novità relative all’Open Banking. E infine, i clienti hanno il vantaggio di ottenere prodotti maggiormente controllati (perché prima del rilascio sul mercato generale sono stati ampiamente testati nell’ambiente ristretto della sandbox) e al tempo stesso più innovativi.

Le critiche sulla sandbox

Non tutti però sono entusiasti per l’introduzione della sandbox in Italia nel settore fintech. Le critiche riguardano soprattutto quella sorta di “ambiente protetto” che è il senso stesso del “recinto”: secondo chi si oppone all’idea, infatti, il rischio è quello di creare, testare e “sdoganare” prodotti che sulla carta sono innovativi e funzionanti ma che in realtà sono scollegati dalla realtà proprio perché sperimentati in una situazione irreale: un po’ come quei test di laboratorio che poi falliscono miseramente nella vita reale perché non si è tenuto conto di variabili imponderabili.

Le caratteristiche

Le caratteristiche della sandbox sono:

a) una durata massima di diciotto mesi;

b) requisiti patrimoniali ridotti;

c) adempimenti semplificati e proporzionati alle attività che si intende svolgere;

d) tempi ridotti delle procedure autorizzative;

e) definizione di perimetri di operatività“.

Inoltre, viene istituito il Comitato FinTech, che ha il compito di “individuare gli obiettivi, definire i programmi e porre in essere le azioni per favorire lo sviluppo della tecno-finanza, anche in cooperazione con soggetti esteri, nonché di formulare proposte di carattere normativo e agevolare il contatto degli operatori del settore con le istituzioni e con le autorità”.

Sandbox in Italia, i rischi

Matteo Tarroni, fondatore di Workinvoice, il primo mercato online di invoice trading in Italia, interviene sul dibattito relativo alla Sandbox (ambiente libero ma limitato entro cui le imprese del fintech potranno sperimentare) evidenziandone, oltre alle opportunità, anche i rischi: per esempio che i prodotti testati in un ambiente artificiale e privo di turbolenze mostrino di essere deboli nel mercato reale. Ecco il suo punto di vista.

Il rischio della Sandbox per il Fintech in Italia: creare prodotti artificiali

Concetta Desando

Due menzioni speciali al premio di giornalismo M.G. Cutuli, vincitrice del Premio Giuseppe Sciacca 2009, collaboro con testate nazionali. Per EconomyUp mi occupo di startup, innovazione digitale, social network