“Una scuola innovativa non è quella che usa più dispositivi, ma quella che sa individuare gli strumenti appropriati.”
È difficile non essere d’accordo con lei, maestro Dario Benfatto, animatore digitale dell’istituto comprensivo di Regaldo…A proposito, dove si trova Regaldo?
“Regaldo è un piccolo comune in provincia di Catania, poco distante da Paternò…”
…cosa fa un l’animatore digitale della scuola di Regaldo?
“Da tre anni i colleghi mi rieleggono con questa responsabilità. Una responsabilità significativa, soprattutto ora che l’innovazione sta trasformando non soltanto gli strumenti della didattica, ma anche la società. L’animatore digitale è un facilitatore dell’innovazione. Supporta i docenti, promuove formazione e condivisione, favorisce la sperimentazione e aiuta a sviluppare un approccio critico e consapevole al digitale. Il suo compito non è introdurre strumenti nuovi, ma aiutare a comprenderne il valore e a valutarne le implicazioni educative.”
Quindi lei accompagna l’intera comunità scolastica in un’evoluzione culturale e metodologica, per attuare quello che mi ha detto all’inizio: saper individuare gli strumenti digitali appropriati. Appropriati, però, come si decide?
“Considero il mio ruolo una forma di mediazione tra l’evoluzione tecnologica e i bisogni concreti della comunità scolastica. Significa tradurre strumenti complessi in opportunità accessibili e accompagnare i colleghi nei processi di cambiamento. Una scuola innovativa sa individuare gli strumenti appropriati, integrarli in un progetto educativo coerente e valutarne gli effetti reali sull’apprendimento e sul benessere degli studenti.”
Però lei non nasce insegnante, ma è passato dalla comunicazione d’impresa alla scuola: come?
“Il mio percorso nasce dall’interesse per la comunicazione e per il modo in cui l’innovazione tecnologica può trasformare le relazioni, il lavoro e la qualità della vita delle persone. Per molti anni ho lavorato come key account in un’azienda di comunicazione e marketing, in un momento di profonda trasformazione: nascevano i primi social network e il digitale iniziava a ridefinire i limiti del possibile. Seguivamo piccole e medie imprese dei settori dolciario e agroalimentare, dal restyling del brand al packaging, fino alle campagne integrate.”
E poi? Cosa è successo?
“La curiosità mi ha portato ad approfondire da autodidatta alcune tematiche informatiche, ad avvicinarmi alle telecomunicazioni e a lavorare per diversi anni nella grande distribuzione. Alla scuola sono arrivato quasi per caso…”
…il caso non esiste, come dice maestro Oogway in Kung Fu Panda 1…
“…allora diciamo che attraverso una serie di circostanze ho capito che la scuola era il luogo ideale dove mettere a frutto ciò che avevo maturato.”
Veniamo all’intelligenza artificiale generativa. Dove la vede più utile a un docente?
“Nella preparazione dei materiali, anzitutto. Un docente può elaborare più rapidamente mappe concettuali, sintesi, quiz, esercizi graduati e proposte differenziate. Può partire da un contenuto disciplinare e svilupparlo con linguaggi, esempi e livelli di complessità diversi, rendendolo più accessibile senza rinunciare al rigore.”
Il rischio, però, è che sia la macchina a decidere come si insegna…
“Non dobbiamo delegare alla macchina le scelte pedagogiche, ma usarla per semplificare alcune fasi del lavoro, così da recuperare tempo da dedicare all’osservazione degli studenti, alla relazione educativa e alla personalizzazione degli interventi.”
E la valutazione? Qui la delega sembra ancora più delicata.
“L’IA supporta la predisposizione di rubriche, suggerisce modalità di restituzione dei risultati e aiuta a individuare errori ricorrenti. Ma il responsabile della valutazione resta il docente, a cui spetta verificare le proposte generate, contestualizzarle e trasformarle in indicazioni realmente utili. Il valore dell’IA non sta nel sostituire la professionalità docente, ma nell’ampliarne le risorse. L’IA generativa può richiamare lo scaffolding di Bruner…”
Vale a dire? Che legame vede?
“Il termine si deve a Jerome Bruner, uno dei principali psicologi dell’educazione del XX secolo, che lo ha elaborato con Wood e Ross negli anni Settanta e ha introdotto il termine scaffolding per descrivere il processo di supporto all’apprendimento: l’insegnante ha il ruolo di guida che aiuta lo studente a costruire significati attraverso l’interazione e l’esplorazione.”
Quindi l’IA come una struttura di sostegno temporanea che permette all’alunno di affrontare un compito che da solo non saprebbe ancora svolgere, e che viene ridotta man mano che cresce la sua autonomia?
“Sì! Un sistema di IA può fornire spiegazioni aggiuntive, proporre esempi, scomporre un problema in passaggi più semplici.”
Questa possibilità si collega anche al concetto di zona di sviluppo prossimale elaborato da Lev Vygotskij, che individua la distanza tra ciò che una persona riesce a fare autonomamente e ciò che può realizzare con l’aiuto di un adulto o di un interlocutore più competente.
“Se progettata e utilizzata correttamente, l’IA può contribuire a rendere il sostegno all’apprendimento più accessibile, flessibile e adattabile alle esigenze individuali. La sua disponibilità, tuttavia, non garantisce automaticamente un apprendimento migliore: è la qualità dell’interazione, insieme alla guida educativa, a determinarne l’efficacia.”
Anche perché, come ogni forma di sostegno didattico, anche quello offerto dall’intelligenza artificiale deve favorire un progressivo distacco dallo strumento, evitando che l’alunno sviluppi una dipendenza dalle risposte automatiche.
“Vygotskij dice: “Ciò che un bambino può fare oggi con un aiuto, domani sarà in grado di farlo da solo.” In definitiva, l’obiettivo è accompagnarlo verso una crescente autonomia, non sostituirsi al suo processo di pensiero.”
Passiamo all’inclusione, dove la tecnologia promette molto. Che cosa può fare concretamente?
“Per gli alunni con disabilità o bisogni educativi specifici, l’IA può contribuire a materiali accessibili e strumenti di supporto: sintesi vocali, semplificazioni linguistiche, mappe, schemi, suggerimenti per la scrittura. Un testo complesso può essere rielaborato con un lessico più accessibile, suddiviso in paragrafi brevi o accompagnato da esempi concreti.”
Dove sta il confine da non superare?
“Bisogna distinguere tra strumenti compensativi e misure dispensative, che rispondono a esigenze diverse. L’IA può aiutare a preparare strumenti personalizzati, ma non è automaticamente una misura dispensativa: l’eventuale esonero da specifiche prestazioni deve essere valutato e definito dai docenti, sulla base dei bisogni dell’alunno, della documentazione e della progettazione educativa.”
Qualcuno potrebbe leggerlo come un abbassamento delle aspettative.
“La finalità non è abbassare le aspettative, ma rimuovere, per quanto possibile, le barriere che impediscono allo studente di esprimere le proprie capacità. Il valore non deriva dalla tecnologia, ma dalla competenza con cui viene usata e dalla capacità del docente di riconoscere le caratteristiche di ciascun alunno.”
Ora si parla di IA agentica. Un sistema generativo produce contenuti in risposta a una richiesta. Un sistema agentico può, entro limiti e autorizzazioni definiti, pianificare sequenze di operazioni, usare strumenti digitali, interagire con applicazioni e contribuire a completare attività articolate. Si passa dalla generazione di una risposta al supporto nell’esecuzione di un processo. Può essere utile a scuola?
“Si possono immaginare applicazioni interessanti: organizzare le risorse didattiche, predisporre bozze di comunicazioni, aiutare a pianificare attività formative, accompagnare i docenti nei problemi tecnici ricorrenti. Dipende però dalle funzionalità effettive dei sistemi e dai permessi concessi. L’automazione richiede garanzie di sicurezza, protezione dei dati e supervisione umana. Le decisioni che incidono sui diritti degli studenti, sulla valutazione e sull’inclusione devono restare a professionisti responsabili…”
…perché la sfida non è automatizzare ogni attività possibile, ma distinguere ciò che si può delegare in sicurezza da ciò che richiede giudizio, sensibilità e responsabilità umana. Chiudiamo guardando avanti. Che scuola immagini, in rapporto alle tecnologie? Che cosa deve fare la scuola?
“Andare oltre l’insegnamento delle competenze digitali: educare alla verifica delle fonti, al riconoscimento degli errori, al confronto tra prospettive, al pensiero critico. Non basta insegnare come usare l’IA. Occorre aiutare a capire quando farlo, quali domande porre, come valutare le risposte e quando invece procedere da soli. Non serve inseguire passivamente l’evoluzione tecnologica, ma orientarla sulla base dei propri valori e delle proprie finalità educative. L’innovazione acquista senso quando produce un miglioramento concreto: quando permette a un docente di dedicare più tempo all’insegnamento, a uno studente di comprendere meglio e di avere fiducia nelle proprie capacità, a una famiglia di partecipare più consapevolmente al percorso dei figli.”
La tecnologia acquista valore quando è messa al servizio delle persone. È quella che alla Fondazione Pensiero Solido chiamiamo Tecnologia solidale…
“La sfida non è introdurre sempre più intelligenza artificiale, ma sviluppare una consapevolezza più profonda delle sue potenzialità e dei suoi limiti. Il progresso più autentico non si misura da ciò che la tecnologia ci permette di fare, ma da quanto ci aiuta a diventare più autonomi, più inclusivi e più umani.”
































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