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Non servono eroi delle start up ma giovani con competenze tecnologiche

03 Feb 2014

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I posti vacanti nel settore delle nuove tecnologie sono in aumento, di pari passo con la disoccupazione, ci avverte l’International Labour Organization. È un paradosso che non possiamo più tollerare. Ma la politica continua a restare muta. E l’Europa si crogiola in slogan inutile, dimenticando il ruolo dell’educazione

 Pietro Paganini è Professore aggiunto presso il Dipartimento di Business Administration, John Cabot University; Curiosity Chairman Competere.EU
Lo scorso autunno lanciai l’allarme: in Europa ci sono circa 500 mila posti vacanti nell’ICT e in settori ad esso collegati, nonostante il tasso di disoccupazione sia mediamente alto, altissimo in Italia e in Spagna. Il così detto “missmatch” tra domanda e offerta era paradossale più che scoraggiante. Le ragioni ho provato a spiegarle, così come hanno fatto molti altri anche più illustri. Personalmente mi sono fermato su tre cause: l’ignoranza sulle occupazioni future – le nuove generazioni hanno competenze di cui ci sarà scarso bisogno quando entreranno nel mondo del lavoro; l’incapacità (o la scarsa volontà) di orientare i processi di educazione e cogliere le dinamiche del mercato del lavoro; la totale assenza di politiche di sviluppo e industriali da cui l’azione di orientamento dovrebbe attingere. Risolvere questi tre problemi produrrebbe una riforma profonda del mercato, del lavoro e soprattutto della formazione. I tempi sarebbero lunghi e i risultati non si vedrebbero subito.

Dunque in autunno sapevamo che le cose non sarebbero migliorate subito, anzi. Ma data la situazione “drammatica”, come i professoroni dei palazzi romani l’hanno definita, ci si aspettava – e sperava – almeno una proposta di riforma. L’abbiamo sollecitata con i pochi mezzi a disposizione, ma siamo stati ignorati. Eppure era un ragionamento semplice. Il Governo vive sull’emergenza di chi è già nel mondo del lavoro. C’è una questione generazionale evidente, tra giovani impreparati al nuovo mondo e anziani incapaci di reagire alle sue dinamiche. Sono entrambi questioni urgenti, per amor del cielo, ma come paese dobbiamo decidere – ecco il ruolo della politica – se favorire i primi, cioè i giovani, i nostri figli e le future generazioni, il futuro del nostro paese, o noi e i nostri genitori, ovvero quel paese che tra cinquant’anni non ci sarà più. Mi pare che per ora abbiamo scelto i più anziani seppure i risultati si siano rivelati scarsi. Per i giovani ci si affida a roboanti programmi europei, la cui efficacia è dubbia, soprattutto se non sono accompagnati da una vera strategia complessiva.

Sono passati pochi mesi e i dati sono peggiorati con un trend negativo e progressivo, come avevamo preventivato, è vero. Ma avevamo preventivato anche un intervento deciso da parte del Governo. Anche la politica è rimasta muta. Entrambi sono incapaci di leggere i cambiamenti, nonostante li professino. L’ultimo rapporto della International Labour Organization sostiene che i posti vacanti nel settore delle nuove tecnologie sono in aumento, di pari passo con la disoccupazione. Le imprese del settore tecnologico faticano a trovare personale qualificato. Eppure la UE si crogiola in slogan che raccontano di un’Europa di giovani imprenditori, di startuppari, di innovatori. Dove sarebbero? Io non li vedo, se non nei racconti epici dei media nazionali. Sono eroi si, perchè come gli eroi si contano con una mano e si distinguono da uno status-quo profondamente diverso. E come gli eroi creano soltanto reazioni emotive che illudono tutti gli altri  che si producono in inutili processi emulativi. A noi non servono eroi, ma innovatori, giovani capaci di affrontare da protagonisti il mondo che gli si presenta davanti.

Il ruolo dell’educazione è fondamentale, così come lo è la fase di orientamento al tipo di training. In media, i nostri figli cambieranno tra le 5 e le 7 professioni, e non intendo datori di lavoro, dovranno acquisire qualifiche e competenze sempre nuove e profondamente diverse dalle precedenti. Non è svanita solo la generazione del posto fisso. Si è dissolta la singola competenza intorno alla quale impiegati e operai costruivano la loro unica carriera. Al momento stiamo lasciando che i nostri figli si arrangino da soli, con scarsi risultati. Elaborare politiche di sviluppo in questa direzione è urgente, prioritario e non impossibile. Basta la volontà. Ma forse prima dobbiamo ricordarci che il mondo è loro, non più nostro.

Pietro Paganini è Professore aggiunto presso il Dipartimento di Business Administration, John Cabot University; Curiosity Chairman Competere.EU

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  • andrea070

    Considerazioni giustissime e importanti per l’attuale e futura situazione (italiana in primis), personalmente sono convinto di quello che lei scrive già da tempo.
    Mi permetto di aggiungere un elemento che mi sembra però importante o addirittura fondamentale: come si fanno a trovare candidati per un lavoro “nuovo” se li si cercano già fatti e finiti con anni di esperienza alle spalle?
    E’ vero che per certe attività ci vuole competenza, ma spesso si parla di attività che appaiono utili e vengono ricercate dalle aziende da pochissimi anni, se non mesi… eppure i datori di lavoro si ostinano a richiedere e ad accettare solo candidati che gli offrono “garanzie” di competenza, il che è anche comprensibile da un lato, ma appunto, non siamo più nell’epoca del “posto fisso” quindi si deve anche cambiare mentalità in questo senso.
    Oggi non si può pensare che ci siano migliaia di “esperti” in settori e competenze che ieri (letteralmente) non esistevano, quindi la prima cosa da fare è scrollarsi di dosso il preconcetto che debbano esistere gli esperti fatti e finiti. Le aziende si devono mettere nell’ottica di prendere persone intelligenti e flessibili, che hanno competenze che gli consentano di imparare ed entrare in un nuovo ruolo, ma anche dargli il tempo e gli strumenti per formarsi, oppure devono formarli loro stesse. Altrimenti solo le 3 o 4 aziende che si possono permetter di pagare cifre stratosferiche si accaparreranno i 3 o 4 esperti già formati, le altre dovranno aspettare mesi o anni, oppure semplicemente perderanno il treno.
    Un’altra modalità è che enti terzi (fondazioni finanziate da raggruppamenti di aziende, da regioni, stati, o mix di questi) si assumano il compito di aggiornare i lavoratori nei nuovi ruoli.
    Ma in un modo o nell’altro bisogna affrontare questo punto, mettendoci disponibilità di tempo e denaro.
    Se è insensato buttare allo sbaraglio giovani senza competenze, come sapere quali serviranno loro da qui a 10 anni? Un bagaglio scientifico e tecnologico è importante, ma anche la più ampia cultura e capacità di cambiare non saranno sufficienti finatantochè le aziende si aspetteranno il “lavoratore finito” come era invece normale in epoche di “competenze immutabili”. Prima ci si rende conto di questo, meglio è.

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