“L’intelligenza artificiale non sostituirà le persone. Ma le persone e gli ecosistemi connessi sostituiranno quelli che non lo sono”. È il messaggio che Diyala D’Aveni, CEO di Vento, ha portato ieri, 7 ottobre, a Wave by Vento, alle OGR di Torino: nell’epoca in cui gli strumenti di AI diventano accessibili a tutti, la capacità di collegare talenti, imprese, ricerca e capitali acquista un peso maggiore. L’Europa dispone delle competenze per costruire grandi aziende tecnologiche, ma deve creare le condizioni perché possano crescere. E i luoghi in cui queste connessioni si sviluppano producono già risultati: dal 2019, le startup passate attraverso i programmi di accelerazione di OGR Tech hanno raccolto, secondo i numeri presentati sul palco, più di un miliardo di dollari.
L’intervento di D’Aveni ha accompagnato l’apertura di Wave by Vento, l’evento che raccoglie l’eredità dell’Italian Tech Week, in programma dal 7 al 9 ottobre. Il file rouge del suo discorso è stato il rapporto tra ambizione imprenditoriale e comunità: avere talento è il punto di partenza, trovare persone e organizzazioni con cui trasformarlo in un’impresa è il passaggio successivo.
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Dal sostegno al talento italiano: una scommessa europea
D’Aveni è partita dalle origini del percorso che ha portato a Vento e a Wave. Il riferimento è al 2016, quando prende forma il progetto di offrire a una nuova generazione di italiani la possibilità di fare impresa. Da quella prima iniziativa si sviluppano strumenti diversi, che oggi lavorano nella stessa direzione: l’investimento nelle startup alle prime fasi, il venture building per costruire nuove aziende e un evento che mette in contatto chi fonda un’impresa con chi può aiutarla a crescere.
È un percorso che la manager ha contribuito a costruire fin dall’inizio. Torinese, con una formazione internazionale e un MBA al College des Ingénieurs, Diyala D’Aveni ha raccontato a EconomyUp come l’incontro con John Elkann abbia dato avvio a una serie di iniziative dedicate all’imprenditorialità. Oggi guida Vento, il fondo di venture capital early stage finanziato da Exor, che sostiene fondatori italiani ovunque decidano di creare la propria azienda.
Sul palco ha ricordato che Vento ha sostenuto più di duecento founder italiani nel mondo, molti dei quali presenti in sala. Anche la crescita dell’evento racconta il cambiamento: dalle cento persone della prima edizione del 2018 alle migliaia che si sono incontrate in questi giorni a Torino.
Il passaggio da Italian Tech Week a Wave esprime questa evoluzione. “Quella che è iniziata come una scommessa su un solo Paese si è rivelata una scommessa europea”, ha detto D’Aveni.
L’Europa ha il talento, deve accompagnarlo fino alla crescita
D’Aveni ha quindi allargato lo sguardo al settore tecnologico europeo. Secondo i dati richiamati nell’intervento, in dieci anni il suo valore è quadruplicato, avvicinandosi ai 4000 miliardi di dollari, mentre le aziende europee hanno raccolto oltre 400 miliardi.
La distanza dagli Stati Uniti emerge però quando si osservano le imprese di maggiore valore: D’Aveni ha citato 48 aziende tecnologiche europee sopra i 10 miliardi di dollari, contro 260 americane.
“La nostra convinzione è che il talento non sia il problema”, ha affermato. Ha richiamato anche la crescita della forza lavoro tecnologica europea per sottolineare che le persone capaci di costruire nuove imprese sono già presenti. La difficoltà è accompagnarle lungo tutto il percorso, sostenendo l’ambizione di competere su scala globale.
Ai fondatori in sala ha rivolto così un invito a guardare oltre i confini nazionali e ad assumersi la responsabilità di costruire le prossime grandi aziende europee. “Le prossime grandi aziende europee non saranno costruite dal capitale, dalle politiche pubbliche o dalla fortuna. Saranno costruite da voi”, ha detto. Capitale e politiche pubbliche possono contribuire, ma la decisione di intraprendere quel percorso spetta a loro.
Le OGR: da officina ferroviaria a luogo dell’innovazione
Il discorso è passato poi dalle persone al luogo che le ospita. La Sala Fucine, con il palco al centro e il pubblico tutt’intorno, è diventata una rappresentazione fisica della rete di relazioni che Wave vuole alimentare.
La storia delle OGR offre il collegamento con il passato industriale di Torino. Qui si riparavano locomotive e si lavorava per mantenere in movimento il sistema ferroviario. Quando quell’attività si interrompe, gli spazi attraversano un lungo periodo di abbandono. La loro trasformazione riporta nell’edificio una funzione produttiva, oggi legata alle idee, alle imprese e alle comunità.
“Gli edifici non muoiono quando invecchiano. Muoiono quando smettono di essere connessi“, ha detto D’Aveni. La riflessione si è estesa alle città e alle aziende: la capacità di aprirsi a nuovi interlocutori permette di rinnovare competenze e attività.
Per Torino, il patrimonio manifatturiero diventa così una base su cui costruire nuove opportunità. La familiarità con la progettazione, la produzione e il lavoro tecnico può alimentare anche la ricerca e la nascita di startup, se trova collegamenti con mercati e capitali.
“L’AI aumenta le possibilità, le relazioni aiutano a tradurle in valore condiviso“
A questo punto è entrata nel ragionamento l’intelligenza artificiale. Il telefono che ciascuno porta con sé permette di accedere a strumenti potenti da Torino come da Lagos, Bangalore o Austin, ha osservato la manager. “La disponibilità della tecnologia si amplia e cambia ciò che può fare la differenza tra persone, organizzazioni e territori”.
Se l’intelligenza diventa una risorsa sempre più accessibile, ha osservato, acquistano valore la visione e la capacità di scegliere una direzione. Dunque è importante il modo in cui orientare la tecnologia e distribuire i benefici che produce: fare in modo che il valore ottenuto sia “valore condiviso”.
Il vantaggio nasce dalla possibilità di mettere insieme competenze diverse, individuare problemi da risolvere e trovare chi può trasformare una soluzione in un’attività economica. L’AI aumenta le possibilità a disposizione; le relazioni aiutano a tradurle in risultati e in valore condiviso.
OGR Tech e il miliardo raccolto dalle startup
La dimensione concreta di questo modello è emersa dai numeri presentati per OGR Tech: sedici programmi dedicati a startup e scaleup, più di ottanta partner tra aziende e investitori e duecento startup coinvolte nei programmi nell’ultimo anno.
Dal 2019, le startup passate attraverso i percorsi di accelerazione hanno raccolto oltre un miliardo di dollari. Il dato riguarda i finanziamenti ottenuti dalle imprese, e dà una misura della loro capacità di accedere al capitale durante il percorso di crescita.
Ma resta fondamentale ciò che precede un round: l’incontro tra un fondatore e un’azienda, il ricercatore che trova un interlocutore capace di comprendere il suo lavoro, il collegamento tra una competenza e un mercato.
“Colleghiamo startup e scaleup alle grandi aziende. Colleghiamo la ricerca al mercato. Colleghiamo il talento al capitale”, ha detto D’Aveni.
L’attività descritta si sviluppa in entrambe le direzioni. Con Bridging Growth, le scaleup vengono accompagnate verso interlocutori internazionali; attraverso il soft landing, startup e fondatori provenienti dall’estero possono trovare una base a Torino. Un ecosistema funziona quando permette alle imprese locali di uscire e a quelle internazionali di entrare.
Tecnologia e cultura per dare un senso alla trasformazione
Il passaggio successivo del discorso di D’Aveni ha riguardato la convivenza tra innovazione tecnologica e attività culturali. Negli stessi spazi che ospitano startup e investitori si svolgono mostre, concerti e performance. In OGR Cult sono confluiti oltre cinquecento eventi annui e centosessantamila ingressi nell’anno precedente.
Il rapporto con l’arte è entrato nel ragionamento perché la tecnologia solleva domande che riguardano il lavoro, l’intelligenza e la relazione tra esseri umani e macchine. Gli artisti possono aiutare a formularle, aprendo prospettive che precedono o accompagnano le risposte degli ingegneri.
“Che cosa significa il lavoro quando entrano in scena le macchine? Quale relazione vogliamo tra l’umano e l’artificiale?”, ha poi chiesto D’Aveni.
Per una città, affiancare cultura e tecnologia significa quindi interrogarsi anche sul significato delle trasformazioni in corso: quali attività sviluppare, quali relazioni favorire e quale esperienza offrire alle persone che la abitano.
La prossima grande impresa nasce anche dai luoghi
La conclusione è tornata ai fondatori e agli investitori presenti in sala. Accanto alla scelta delle aziende e delle idee, conta la scelta dei luoghi in cui lavorare e costruire relazioni.
“La prossima grande impresa europea – ha affermato – può nascere da un’università che apre i laboratori, da un’azienda che diventa il primo cliente di una startup, da una città che offre le condizioni per restare e crescere. Sono rapporti che permettono a un progetto di avanzare oltre le capacità del singolo fondatore”.
La storia dell’officina ferroviaria è tornata così nell’immagine finale: nessuna locomotiva ripartiva grazie al lavoro di una sola persona. Anche costruire un’impresa richiede competenze che si incontrano e attività che si completano.
A chi partecipa a Wave resta un obiettivo immediato: uscire dalle OGR con una connessione significativa in più. “Insieme possiamo costruire una direzione e una visione condivisa”, ha concluso D’Aveni. È da incontri di questo tipo che “l’ambizione europea” può cominciare a prendere forma.


































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