La distanza tra ricerca accademica e impatto industriale non è più sostenibile. Non è solo una questione di trasferimento tecnologico, ma di una visione sistemica: far sì che il sapere prodotto nei laboratori diventi crescita per le imprese, per nuove startup e, in ultima analisi, per la competitività del Paese. È questo il cuore del pensiero di Giuliana Mattiazzo, Vice Rettrice per l’Innovazione scientifico-tecnologica del Politecnico di Torino, che racconta un modello in cui università e industria non sono mondi separati, ma parti di un unico ecosistema.
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Chi è Giuliana Mattiazzo
Professoressa presso il Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale del PoliTO dal 2000, Giuliana Mattiazzo è oggi Vice Rettrice per il Technology Transfer dell’Ateneo. Laureata in ingegneria aeronautica, ha affiancato alla carriera accademica un impegno diretto nell’imprenditorialità innovativa: è co-founder di Wave for Energy, realtà attiva nelle tecnologie per l’energia dal mare. Da anni lavora sul tema della valorizzazione della ricerca e sul dialogo tra università, industria e finanza.
«La ricerca deve generare impatto, non restare in un cassetto»
Intervistata da EconomyUp, Mattiazzo chiarisce subito: la ricerca accademica non può esaurirsi nella produzione scientifica. «Al Poli è molto importante che la ricerca non sa fine a se stessa. Avere attività di ricerca che concludono il loro ciclo con la pubblicazione e poi chiudere nel cassetto il risultato non è corretto. Ci piace che la cosa da qualche parte generi un impatto». Un impatto che, nella visione del Politecnico, prende due direzioni precise: «O crescono le nostre aziende o ne facciamo di nuove». Da un lato, quindi, il trasferimento tecnologico verso imprese già esistenti; dall’altro, la creazione di startup quando l’innovazione è troppo radicale per essere assorbita dal mercato attuale. «O si creano imprese o si collabora strettamente con le imprese», sintetizza.
Il nodo della competitività italiana
L’ impostazione non è solo una scelta strategica dell’Ateneo, ma una risposta a un problema più ampio. «Questo è proprio l’elemento cardine della nostra competitività», sottolinea Mattiazzo. «La nostra ricerca deve andare lì, i nostri giovani devono essere cresciuti per trasmettere questo messaggio». Il riferimento è alla capacità del sistema Paese di trasformare conoscenza in valore economico. Un tema su cui, secondo la docente, l’Italia è arrivata tardi: «Bisognava farlo prima, perché purtroppo l’Italia può perdere competitività».
Oltre le pubblicazioni: «Non è più il momento»
Il cambio di paradigma riguarda anche il modo in cui vengono valutate le università. «I parametri di valutazione delle università purtroppo ad oggi sono poco concentrati su questi aspetti», osserva. «Lo sono molto più su prodotti della ricerca misurati in termini di indici delle pubblicazioni». Un modello che oggi mostra tutti i suoi limiti: «Non è più il momento di misurare con gli indici delle pubblicazioni, ma di fare qualcosa di concreto».
Startup ed ecosistema: il ruolo dell’incubatore
Il Politecnico di Torino ha lavorato in anticipo su questo fronte, costruendo nel tempo un’infrastruttura per l’innovazione.
«Noi abbiamo un incubatore, è stato forse il primo in Italia», ricorda Mattiazzo, riferendosi a I3P, uno dei principali hub italiani per la nascita di startup deeptech. Nato nel 1999 proprio con l’obiettivo di trasformare la ricerca in impresa e sostenere la creazione di startup deeptech, oggi è guidato dal Direttore Giuseppe Scellato e rappresenta uno dei principali incubatori universitari italiani ed europei.
Offre servizi di mentoring, supporto strategico, networking e accesso ai capitali, accompagnando imprenditori, ricercatori e studenti lungo tutto il percorso di sviluppo. Nel 2025 è stato inserito tra le “Stars” agli Startup Ecosystem Stars Awards, confermando il suo ruolo centrale nell’innovazione italiana.
Collaborazioni e capitali
Ma l’incubazione, da sola, non basta. Serve capitale, e soprattutto un ecosistema. «Abbiamo lavorato tantissimo per creare un ecosistema finanziario intorno», spiega. «Il Politecnico di Torino, insieme alla Compagnia di San Paolo, ha contribuito alla nascita di LIFTT, veicolo pensato per trasformare la ricerca in impresa e rafforzare l’ecosistema locale del trasferimento tecnologico. In questo contesto si è consolidata anche la presenza di operatori come Neva SGR, con cui l’Ateneo ha avviato una collaborazione strategica. Parallelamente, il Politecnico intrattiene rapporti strutturati con diversi strumenti e iniziative dell’ecosistema CDP Venture Capital, da Tech4Planet a Galaxia fino a PiemonteNext».
Il nodo resta culturale: «Non siamo in Silicon Valley, non nasciamo con il DNA della finanza a rischio. Bisogna continuare a investire».
Una visione di lungo periodo: «Magari tra 50 anni consegneremo un’Italia migliore».
La partnership con TXT e la filiera aeronautica
In questo contesto si inserisce anche il recente accordo tra il Politecnico di Torino e TXT, gruppo internazionale attivo nel software e nell’ingegneria.
«Per il nostro Ateneo – commenta la Vicerettrice per l’Innovazione scientifico-tecnologica del Politecnico di Torino – il modello delle Infrastrutture di ricerca e di innovazione rappresenta un elemento importante anche per il trasferimento della conoscenza dall’accademia al sistema produttivo. In questo contesto si inserisce l’Accordo di partnership recentemente siglato tra il Politecnico di Torino e TXT, che si configura come uno strumento fondamentale per rafforzare il dialogo tra università e imprese, attivare sinergie efficaci e generare ricadute concrete attraverso lo sviluppo, la valorizzazione e l’applicazione di nuove attività di ricerca e innovazione. La collaborazione con TXT si colloca inoltre in un ambito di particolare rilevanza, quello della filiera aeronautica, che rappresenta per Torino e il Piemonte un settore cruciale per lo sviluppo economico del territorio».
Un modello da scalare
Il messaggio che emerge dalle parole di Mattiazzo è netto: l’innovazione non è solo una questione di ricerca, ma di connessioni. Tra università e imprese, tra tecnologia e mercato, tra capitale umano e finanziario.
Il modello del Politecnico di Torino punta proprio a questo: trasformare la conoscenza in impresa, e l’impresa in competitività.
Una sfida che richiede tempo, investimenti e soprattutto un cambio culturale profondo. Ma che, come suggerisce Mattiazzo, rappresenta l’unica strada per evitare che la ricerca resti confinata nei laboratori invece di diventare motore di sviluppo.























