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Groenlandia: perché l’isola artica può essere strategica per innovatori e investitori



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Dai minerali per batterie ed elettrificazione alla possibilità di installare data center più facilmente raffreddabili grazie dal clima artico: sono diversi i motivi per cui la Silicon Valley è interessati alla Groenlandia

Pubblicato il 14 gen 2026

Luciana Maci

Giornalista



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La Groenlandia sembra lontanissima dalle geografie classiche dell’innovazione tecnologica e digitale, eppure gli innovatori di tutto il mondo, e in particolare quelli della Silicon Valley, stanno cominciando a guardare con attenzione a questo territorio. Salita prepotentemente al centro delle cronache per la dichiarata intenzione del presidente statunitense Donald Trump di annettersi l’isola artica a “scopi difensivi”, ha appena 57mila abitanti, concentrati soprattutto nella capitale Nuuk, ma risorse (terre rare e non solo) in grado di fare la differenza.

Un Paese sterminato con 57mila abitanti e 3,3 miliardi di PIL

Situata tra l’Oceano Artico e l’Atlantico del Nord, a nord-est del Canada, vanta una superficie di circa 2,16 milioni di km² (un terzo dell’Europa) ed è parte del Regno di Danimarca, pur godendo di un’ampia autonomia. L’economia locale è di dimensioni limitate e molto dipendente dall’esterno: l’attività storica è la pesca (e la lavorazione del pesce), poi ci sono i servizi pubblici e i trasferimenti dalla Danimarca. Il PIL (Prodotto interno lordo) è pari a circa 3,3 miliardi di dollari (dati Banca Mondiale 2023). Ma negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso miniere e nuove infrastrutture, anche digitali, in un contesto però segnato da vincoli ambientali e scelte politiche delicate.

Nel pieno della corsa globale all’intelligenza artificiale, l’isola è tornata al centro di interessi che intrecciano tecnologia, supply chain ed energia: non perché lì nascano startup o altre realtà innovative, ma perché il Paese potrebbe dare input decisivi all’economia digitale. È il ragionamento che circola tra investitori e grandi aziende tech: la partita dell’innovazione, oggi, si gioca anche su territorio, risorse e infrastrutture.

Vediamo dunque perché una terra apparentemente poco attraente per gli investimenti possiede invece alcune caratteristiche che potrebbero essere state una delle ragioni alla base dell’attuale strategia di Trump.

Perché la Silicon Valley è interessata alla Groenlandia

Il primo motivo è il più “materiale”: terre rare e materie prime critiche. Secondo le analisi del Geological Survey of Denmark and Greenland, in Groenlandia sarebbero presenti 25 delle 34 materie prime considerate critiche dall’UE.

1. Risorse minerarie per le industrie

Tra le risorse più citate ci sono le terre rare (REE), fondamentali per magneti permanenti e componentistica avanzata, insieme a materiali chiave per le filiere delle batterie e dell’elettrificazione, come grafite e litio. Sul fronte dei metalli “tecnologici” e delle leghe ad alte prestazioni ricorrono anche niobio e tantalio, oltre a zirconio e afnio; mentre in ambito industriale spiccano molibdeno, tungsteno, titanio e vanadio, spesso associati a scenari di utilizzo in metallurgia, chimica e manifattura avanzata.

Accanto a questi, la Groenlandia registra anche presenza (e in alcuni casi progetti di esplorazione) di metalli più “classici” ma essenziali per l’industria: rame, nichel e cobalto, oltre a zinco e piombo. In alcune aree vengono menzionati anche metalli del gruppo del platino (PGM). Non mancano poi le risorse preziose e “opzionali” in ottica estrattiva, come oro, potenziali presenze di diamanti e minerali di ferro. Infine, in alcuni contesti, soprattutto quando le terre rare sono associate a particolari mineralizzazioni,– compare anche il tema dell’uranio, che però è politicamente sensibile e può condizionare autorizzazioni e sviluppo dei progetti.

La competizione con la Cina

Per la Silicon Valley il punto non è solo la disponibilità geologica, ma l’idea di ridurre la vulnerabilità strategica verso la Cina, che mantiene un vantaggio enorme non soltanto nell’estrazione, ma soprattutto nella lavorazione e raffinazione (il vero collo di bottiglia della filiera).

Il caso KoBold Metals (con l’appoggio di Bezos e Gates)

Già a marzo 2022, all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, la Groenlandia è diventata terreno di ricerca di risorse minerarie non più accessibili altrove. KoBold Metals, società di esplorazione mineraria sostenuta da investitori come Jeff Bezos e Bill Gates, ha annunciato l’avvio di perforazioni per individuare metalli critici legati all’elettrificazione. In quell’occasione l’intervento si è concentrato su nichel, rame, cobalto e metalli del gruppo del platino nell’area di Disko-Nuussuaq, sulla costa occidentale dell’isola. L’azienda ha dichiarato di usare AI e machine learning per selezionare con più precisione le zone promettenti e accelerare la scoperta di nuovi giacimenti. Il progetto si è sviluppato come joint venture con Bluejay Mining e ha incluso rilievi magnetici ad alta risoluzione effettuati con droni. In quella fase, l’obiettivo operativo ha previsto circa 3.000 metri di perforazioni, con fori tra 150 e 400 metri di profondità. Tutto questo si era reso necessario perché l’invasione russa dell’Ucraina aveva scosso il mercato del nichel, rafforzando l’urgenza occidentale di diversificare le fonti. KoBold aveva sostenuto che per “elettrificare l’economia globale” era stato necessario accelerare la scoperta delle materie prime chiave per la transizione. Tra gli investitori c’erano anche Andreessen Horowitz, Equinor e Ray Dalio, e la società ha raccolto 192,5 milioni di dollari per finanziare le attività di ricerca.

2. Una futura location per i data center?

Il secondo motivo per cui la Silicon Valley è attratta dalla Groenlandia è energetico e infrastrutturale: i data center, cioè le fabbriche fisiche dell’AI. Le stime di Goldman Sachs Research indicano una crescita molto forte della domanda di elettricità legata ai data center entro fine decennio (con incrementi fino al +165% rispetto ai livelli 2023, secondo l’analisi). Negli Stati Uniti, però, i nuovi progetti si scontrano sempre più spesso con vincoli e opposizioni locali: un report parla di 64 miliardi di dollari di progetti bloccati o rallentati in due anni. La Groenlandia, con clima freddo (quindi potenzialmente meno costi di raffreddamento) e grandi spazi, entra così nell’immaginario di chi cerca nuove “frontiere” per l’infrastruttura di calcolo. Non è solo teoria: l’operatore groenlandese Tusass ha pianificato un nuovo data center a Nuuk, con consegna attesa entro fine 2026.

3. La connettività per le comunicazioni

Qui si innesta un terzo elemento, spesso sottovalutato quando si parla di Groenlandia e innovazione: la connettività e l’idea di “Arctic infrastructure”. Per essere un hub digitale servono cavi, ridondanza e collegamenti affidabili: la Groenlandia è già collegata via cavo sottomarino (Greenland Connect, in servizio dal 2009) e ha estensioni successive interne. In prospettiva, questo rende l’isola interessante anche come tassello di una rete più ampia che tocca sicurezza dei dati, resilienza delle comunicazioni e nuove rotte digitali tra Nord America ed Europa. Ma proprio qui emerge la differenza tra narrativa e realtà: costruire grandi infrastrutture artiche richiede investimenti enormi, tempi lunghi e una catena di fornitura “su misura” per condizioni ambientali estreme.

4. La possibilità di sperimentazione regolatoria

Infine, c’è un livello più politico-culturale: una parte del mondo del venture capital guarda a territori remoti anche come possibile laboratorio di sperimentazione regolatoria (l’idea delle “network states” o di zone speciali). In altre parole, in un luogo del genere, quasi totalmente disabitato, potrebbe essere possibile sperimentare innovazioni che in altre parti della Terra richiedono autorizzazioni e lunghe e costose procedure.

Ma la Groenlandia non è una pagina bianca: pesano le dinamiche di sovranità (con la Danimarca), le sensibilità locali e soprattutto le scelte politiche relative all’ambiente. Il caso Kvanefjeld/Kuannersuit lo dimostra.

Il movimento “uranium no”

Kvanefjeld/Kuannersuit, vicino alla cittadina di Narsaq nel sud della Groenlandia, è un territorio a suo tempo destinato a un grande progetto sulle terre rare legato anche alla presenza di uranio nel minerale. Dopo le elezioni, il governo groenlandese ha introdotto nel 2021 una legge che ha di fatto bloccato l’estrazione dai giacimenti con concentrazioni di uranio oltre una soglia, per timori ambientali e sanitari. Da quel momento il progetto si è arenato: non tanto per mancanza di risorse, quanto per un conflitto tra promesse di crescita economica e opposizione locale (con un forte movimento “uranium no”). La vicenda ha aperto anche un contenzioso legale miliardario tra la società titolare e Groenlandia/Danimarca, aumentando l’incertezza.

In altre parole: per la Silicon Valley la Groenlandia è importante perché promette risorse e condizioni utili alla prossima ondata tecnologica, ma la partita dell’innovazione, qui più che altrove, dipende da come tecnologia, comunità e geopolitica riusciranno (o meno) a restare allineate e a trovare un punto di condivisione.

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