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Bilanci

Marzario: si sta creando un nuovo tessuto imprenditoriale, ma mancano gli investimenti

28 Dic 2015

«Il lascito dell’anno? L’entusiasmo dei giovani e un nuovo approccio delle imprese nei confronti dell’innovazione» dice la founder di Brandon. Le startup da tenere d’occhio Buzzoole e MotorK, il personaggio Fabio Cannavale

Paola Marzario, founder di Brandon
L’inaugurazione di una sede a Napoli, il lancio dei 5 private label prodotti direttamente da Brandon, un accordo con il quarto marketplace in Cina specializzato in flashsales e quotato al Nasdaq, e una chiusura d’esercizio poco sotto i 5 milioni di euro, in linea con le previsioni di budget. Infine, recentemente, grazie ad un accordo in esclusiva, Brandon curerà la produzione della nuova collezione made in Italy di divani e letti di Foppapedretti e si occuperà delle vendite nel mondo. Questo in sintesi l’intenso 2015 di Brandon, un anno di passaggio che ha visto un’importante accelerazione nello sviluppo del nostro business e che ci traghetterà verso a un 2016 molto impegnativo ed esaltante sia dal lato industriale sia da quello finanziario.

Tra le start up che mi hanno particolarmente colpito, e non da quest’anno, voglio citare Buzzoole, la piattaforma che si occupa di monitorare e ottimizzare la presenza online degli utenti, selezionata anche da Sap, la multinazionale di software, come startup più innovativa su big data e analisi di mercato. È la dimostrazione che il sud Italia, spesso sottovalutato, è ancora in grado di far germogliare imprese innovative che con impegno e passione sono in grado di emergere su scala internazionale. Molto interessante anche MotorK che invece permette a concessionarie di automobili e consumatori di incontrare la domanda con l’offerta. È il primo marketplace europeo in questo settore, impiega oltre ottanta persone e svolge anche un importante ruolo di formazione digitale per i concessionari. Ne sentiremo parlare in futuro, perché entrambe stanno crescendo rapidamente ma con un business plan solido e innovativo.

Personaggio dell’anno, sicuramente, Fabio Cannavale, startupper, imprenditore e investitore. Dopo aver costruito un impero arrivando a gestire la Bravofly Rumbo Group, gruppo internazionale che comprende 10 siti attivi nel campo della vendita di voli, vacanze e hotel, non ha dimenticato l’Italia e continua ad investire e sostenere diverse start up emergenti, tra cui anche Brandon. Un vero esempio da seguire per i giovani innovatori italiani. Servirebbero più figure come lui nel nostro Paese.

Giro spesso per l’Italia per parlare a convegni ed incontri. L’entusiasmo che dimostrano i ragazzi da nord a

sud è veramente contagioso. Si può sperare che si stia creando un nuovo tessuto imprenditoriale – anche Confindustria se n’è accorta – giovane, coraggioso, innovativo, pronto a cambiare il Paese rinnovandolo e ammodernandolo. Questo è sicuramente il più importante “lascito” del 2015, ma che speriamo porti ad un sostanziale cambiamento dell’approccio delle imprese, anche in Italia, nei confronti dell’innovazione. In ambito e-commerce, ad esempio, l’Italia è ancora tra i paesi in Europa con un tasso di digitalizzazione tra i più bassi, a causa di una persistente sfiducia e diffidenza degli imprenditori (non dei clienti) nei confronti dell’online. Siamo ancora lontani da i nostri colleghi tedeschi, francesi e inglesi e lontanissimi da i Top Performer come i Paesi Scandinavi. Ma non solo e-commerce. Le imprese dovranno imparare a rinnovarsi, e a fidarsi, aprendo il loro modello di business alle soluzioni più interessanti proposte dal mercato delle startup, in un’ottica necessaria di open innovation. Le imprese tradizionali italiane, infatti, guardano poco alle startup. E quando sono interessate ad acquisirle, non le valutano nel giusto modo, ricercando solamente l’affare, senza considerare le prospettive che potrebbero generare per il futuro. Infatti le exit fatte da partner industriali italiani sono meno “clamorose” rispetto alle cifre delle straniere.

Altra nota dolente del 2015 sono, ancora, gli investimenti. Sicuramente in questi anni si è creato un mercato più consapevole dal punto di vista delle risorse finanziarie investite ma ancora troppo piccolo per attrarre davvero investitori esteri. All’Italia manca ancora una fase di investimenti round A e B. Va crescendo un’attenzione per la fase seed ma poi le imprese non vengono adeguatamente sostenute nella loro naturale crescita. Bisognerebbe cercare di accorciare la filiera, creando una maggiore “comunicazione” tra business angel, venture capital e private equity. In modo da poter accompagnare la crescita finanziaria e industriale delle imprese meritevoli, senza dover necessariamente guardare all’estero, dove il mercato, ben più ampio, si muove con logiche e taglie (di investimenti) ben diverse. Interessanti in tal senso le piattaforme #Italy Frontiers e VentureUp, rispettivamente del MISE e dell’Aifi. Sicuramente denotano un’attenzione sempre crescente di Istituzioni e rappresentanti di categoria al mondo delle imprese innovative.

Nel 2016 bisognerà dimostrare, e non è scontato, che l’ecosistema delle start up non è solamente un mercato autarchico e autoreferenziale, fatto di persone che “giocano a fare Steve Jobs e gli startupper della Silicon Valley” prima di diventare grandi, vivo soprattutto grazie al seppur importante sostegno (o doping) dello Stato. Ora questo capitale umano che gestisce le oltre 5000 startup innovative deve imparare a camminare con le proprie gambe, deve saper generare posti di lavoro stabili e finalmente collaborare alla crescita di questo Paese, per contribuire in maniera più incisiva a quel salto di qualità, anche culturale, che aspettiamo tutti da anni.

* Paola Marzario è founder di Brandon

di Paola Marzario*

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