Gasperini: vogliamo diventare un incubatore… italiano | Economyup
Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Intervista esclusiva

Gasperini: vogliamo diventare un incubatore… italiano

28 Mar 2014

Il presidente di Digital Magics illustra il bilancio 2013 e il piano industriale 2014-2018: saranno investiti oltre 20 milioni in 100 nuove startup. E sarà sviluppato il lavoro sul territorio e con le imprese. «La competizione tra Milano e Roma non ha senso». Nel mirino Emilia, Toscana e Sud

Enrico Gasperini, presidente di Digital Magics
Ci sono i numeri del 2013 ma soprattutto la visione per i prossimi cinque anni.  Giovedì 27 marzo il consiglio di amministrazione di Digital Magics ha approvato il bilancio e il piano industriale 2014-2018. E i numeri  del comunicato ufficiale dicono che il 2013 è stato l’anno della svolta: il collocamento in Borsa, segmento AIM; l’ingresso in 11 startup; capitale investito netto quasi raddoppiato rispetto al 2012; patrimonio netto passato da 3 a 13,8; indebitamento cancellato e posizione finanziaria positiva per 2,6 milioni, migliorata di 6 milioni rispetto all’anno precedente.

Per il prossimo lustro saranno investiti oltre 20 milioni di Euro in circa 100 nuove startup con l’obiettivo di cedere partecipazioni per 20 milioni e distribuirne 7 di dividendi. «Abbiamo di fronte un lavoro enorme, sul territorio e con le imprese», dice Enrico Gasperini, fondatore e presidente del venture incubator, che illustra bilancio e piano industriale in questa intervista esclusiva a EconomyUp.


Gasperini, partiamo dai risultati economici (fatturato, Ebitda) che non sembrano apparentemente brillanti….
Come per qualsiasi società di investimenti i nostri ricavi da servizi sul conto economico sono poco significativi, si riferiscono alle attività interne di advisory e servizi di accelerazione che facciamo pagare il meno possibile o spesso diamo gratuitamente alle startup. In passato avevamo anche attività, di consulenze esterne, ma ora non più, per concentrarci sulla crescita del nostro portafoglio. Il fatturato è quindi calato, si è assestato a poco meno di 2 milioni e rimarrà intorno a questa cifra, con Ebitda leggermente positivo. Sotto l’Ebitda ci sono tutti costi della gestione finanziaria: interessi passivi, ammortamenti ecc… Che  ci fanno arrivare a -355 mila Euro di EBIT ad una perdita dell’esercizio di circa 800 mila Euro che considero parte di questa fase di grande investimento.

Come invertirete la tendenza nel futuro?
Come qualsiasi società del genere saremo giudicati dalla capacità di valorizzare il portafoglio e vendere le aziende con plusvalenze. Nel 2013 non abbiamo ancora fatto exit significative, ma molti nuovi investimenti e sviluppo del portafoglio e quindi non c’è un impatto sugli utili, ma solo sulla crescita del patrimonio. La cosa era prevista: il 2013 è stato l’anno della raccolta finanziaria per gli investimenti del triennio e del rafforzamento patrimoniale e di cassa (circa 4 milioni) . Nel piano industriale da ora in poi sono previste parecchie exit (come minimo 20 milioni  nel periodo) e fin da quest’anno. Gli utili e la generazione di cassa li faremo così.

Nel piano industriale si parla di Digital Magics come incubatore di startup a vocazione nazionale. Che cosa significa concretamente?
Abbiamo scelto un ruolo delicato, ma di grande fascino: essere un incubatore multiterritoriale e multisettore. Ci proponiamo partner di territori a livello geografico e settoriale. Abbiamo deciso di puntare alla leadership con una visione nazionale non legata alla nostra origine territoriale. In Italia è difficile pensare che nasca un unico hub: la competizione fra Roma e Milano o qualsiasi altra città per me non ha senso. Le imprese dell’eccellenza del Made in Italy sono distribuite sul territorio.

Sembra il modello Techstars, che ha sei incubatori fra Stati Uniti e Londra, ma anche verticali con aziende come Nike o Disney e Barclay. Ha in mente quello?
Io so che anche negli USA stiamo assistendo a una distribuzione dei gruppi di eccellenza nelle varie aree. Non è più vero che è tutto nella Silicon Valley. Là magari c’è ancora la comunità finanziaria. Noi puntiamo a essere un incubatore italiano più che milanese o lombardo. E questo ci differenzia.  Oltre le sedi di Milano, siamo a Napoli dove ci stiamo trasferendo, allargandoci, da Salerno e saremo prima dell’estate a Roma, dove stiamo cominciando a fare investimenti.

Altre città nel mirino?
Stiamo lavorando su altri territori, abbiamo una serie di proposte da diverse aree molto interessanti. Ci sono ipotesi in Emilia e Toscana e altre sedi al Sud. Abbiamo poi in programma di sviluppare altri incubatori verticali per essere più vicini alle imprese. Abbiamo già lanciato diversi programmi di Open Innovation con partner industriali e abbiamo in programma di svilupparne 5 ogni anno per i prossimi 5 anni. È l’altro versante dello sviluppo multiterritoriale: a Milano manterremo la nostra community finanziaria, che è destinata a crescere velocemente.

Con quale ritmo investirete?
Fino ad ora abbiamo fatto un’operazione al mese. Per il futuro il piano prevede circa 100 investimenti nei prossimi cinque anni. E grazie al coinvestimento dei nostro Angel Network, con una leva da 1 a 5,  riusciamo a garantire seed da almeno mezzo milione per ogni startup, che è una cifra significativa per far decollare imprese con un loro perché. Non bastano infatti poche decine di migliata di Euro per azienda che servono francamente a poco…

Quali obiettivi vi siete dati sul vostro Angel Network?
Il nostro target è passare dagli attuali 150 coinvestitori a mille nell’arco di piano. Per noi è un potente strumento in fase di selezione dei progetti d’impresa, nei coinvestimenti e anche nelle exit facilitate con i partner dei programmi di Open Innovation

Su quali settore rivolgerete la vostra attenzione quest’anno?
Internet of things,  turismo, digital media  e fintech ci stanno impegnando tanto. C’è poi un settore in cui credo tantissimo e dove si è ancora fatto pochissimo, che è il corporate, cioè i servizi cloud alle imprese. C’è ancora da fare molto se non tutto. Contabilità, paghe, note spese, servizi di marketing. Si parla tanto dei servizi consumer, ma nei servizi per le imprese ci sono grandi spazi di business. In futuro vorremmo poter affiancare i nostri champion nell’innovazione digitale e nell’ingresso nel commercio elettronico globale, cosa di cui il Made in Italy ha estremo bisogno. Non solo le grandi aziende, ma anche i tanti artigiani e piccole aziende che hanno bisogno di supporto.

Gli incentivi fiscali per chi investe, appena diventati operativi, porteranno secondo lei nuovo ossigeno alle startup?
Ottima la legge e servirà a dare un impulso allo sviluppo del settore che, ricordiamo, e in forte ritardo rispetto al resto dell’Europa. Bene anche che nella legge siano defiscalizzati anche gli investimenti fatti attraverso società di investimento come la nostra. Io non sono infatti molto convinto che sia un bene promuovere investimenti diffusi in crowfunding nelle startup. In nessun parte del mondo il retail o le famiglie fanno direttamente venture capital, non scherziamo! Nei mercati maturi ci sono soggetti professionali che intermediano per ridurre il rischio. Sappiamo benissimo che molte delle startup finanziate, anche nel nostro piano, non ce la faranno. Meglio quindi per gli investitori privati affiancarsi a gestori per gli investimenti in equity per non rischiare di perdere capitale.

Non servono a niente quindi gli incentivi?
Al contrario, sono utilissimi per far sviluppare il corporate venture, gli investimenti delle imprese. E far crescere il mercato degli intermediari. Magari ci potrebbero essere  semplificazioni e agevolazioni per chi opera nelle diverse fasi: chi fa il seed, chi il private e cosi via. Ma, per favore, non facciamo passare il messaggio che adesso tutti gli italiani devono mettersi a investire direttamente nelle startup

Gli incentivi valgono anche per chi investe in società come Digital Magics?
No, se si acquistano azioni in Borsa. Sì, se si fa in caso di aumento di capitale. Qualora decidessimo di farne uno, ad esempio, per finanziare l’apertura di una nuova iniziativa di investimento specifica on top al nostro piano industriale , allora chi investirà in noi ne avrà un vantaggio fiscale se terrà i nostri titoli per due anni».

Chissà se un aumento di capitale arriverà prima dell’inaugurazione di Digital Magics a Roma.

 

 

 

 

di Giovanni Iozzia

Articoli correlati