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Lo scenario

Brexit, 6 motivi per cui restare nella Ue farà bene all’innovazione

10 Giu 2016

Il 23 giugno in UK si vota per la permanenza o meno nell’Unione europea. Se vinceranno gli anti-europeisti aumenterà l’incertezza negli altri Stati membri. Eppure per l’economia digitale, la competitività delle aziende e le startup l’Europa sta facendo molto. E funge da stimolo a un’Italia ancora indietro su questi fronti

Si avvicina il referendum del 23 giugno con il quale i cittadini della Gran Bretagna decideranno se uscire o meno dall’Unione europea. Da tempo si sono organizzati gli schieramenti pro e anti-Unione.  Nei giorni scorsi è stato diffuso un sondaggio, realizzato da Opinium per il Guardian, secondo il quale la maggioranza dei britannici sarebbe favore alla cosiddetta Brexit, l’uscita dall’Europa a 28. Ma gli stessi sondaggisti hanno avvertito che i dati vanno presi con cautela. Favorevoli a restare nell’Unione europea tutti i partiti di centro-sinistra. Il Partito Conservatore ha lasciato libertà di scelta, ma il suo leader, il primo ministro David Cameron, fa campagna per restare nella Ue. Il fronte dei contrari è guidato da un altro Conservatore nonché ex sindaco di Londra, Boris Johnson, seguito dallo Ukip di Nigel Farage e altre piccole formazioni. Vari i motivi che spingono all’uscita: avere più libertà nell’elaborazione delle leggi, poter controllare in maniera più efficace l’immigrazione… D’altra parte un documento elaborato di recente dal governo, Alternatives to membership: possible models for the United Kingdom outside the European Union, finisce per sostenere che, per il Regno Unito, abbandonare Bruxelles sarebbe economicamente controproducente. 

Niente Brexit, siamo inglesi: perché al Regno Unito non conviene lasciare la Ue

Non è facile prevedere cosa succederà se vinceranno coloro che vogliono uscire dalla Ue, tuttavia è possibile ipotizzare qualche conseguenza: per esempio la fuga dal Regno Unito di aziende europee o che fanno affari in Europa e che hanno la loro sede in territorio inglese. Uno degli esiti più probabili è che, se prevarrà la Brexit, questo genererà preoccupazioni e incertezza in tutta l’Unione europea e confermerà le tesi di coloro che da tempo criticano questa istituzione. Ma è davvero un’istituzione inefficace e inutile, come sostengono gli anti-europeisti, oppure – come ritengono gli europeisti convinti – è una forza politico-economica in grado di mantenere la pace nel continente, incentivare i commerci e quindi incrementare il benessere dei cittadini dei Paesi membri? L’argomento è vasto e complesso. Noi ci limitiamo ad evidenziare alcuni provvedimenti partiti da Bruxelles che riguardano l’economia digitale, l’innovazione e la competitività delle aziende. Li abbiamo scelti tra quelli dei quali ci siamo occupati più di recente perché legati a vicende attuali. Il quadro che emerge è quello di un’istituzione che punta a incentivare la concorrenza, invita a una maggiore apertura dei mercati, crede nell’innovazione e nelle startup e che non manca di sottolineare eventuali carenze e ritardi di alcuni Stati rispetto ad altri. Suggerimenti, disposizioni e moniti quanto mai utili, soprattutto in un Paese come l’Italia ancora appesantito da corporativismi, leggi anacronistiche e non sufficientemente propenso all’innovazione. Ecco qualche esempio di scelte europee che fanno bene all’innovazione.

La direttiva Barnier che mina il monopolio Siae – La direttiva Barnier dell’Unione Europea (n. 26 del 2014) riconosce a tutti gli autori ed editori europei la libertà di scegliere a quale società di gestione dei diritti affidarsi per tutti o taluni diritti. In ballo c’è un mercato, quello sulla gestione ed intermediazione dei diritti d’autore, che in Europa vale circa 5 miliardi di euro. In molti Paesi europei opera più di una società in concorrenza per la gestione dei diritti, in Italia invece si continua a difendere l’esclusiva che, da oltre 130 anni, la legge accorda alla Siae (Società italiana degli autori ed editori). Il termine per il recepimento in Italia della direttiva Barnier è scaduto lo scorso 10 aprile, ma non è stata ancora recepita. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha fatto sapere di essere favorevole a una riforma della Siae ma di voler evitare la sua “scomposizione”. Per sollecitare il recepimento delle disposizioni europee, Soundreef, startup che si occupa di raccolta e distribuzione dei proventi dai diritti d’autore, ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio Matteo Renzi insieme ad altri 300 imprenditoi. Nella missiva erano illustrate le ricadute positive (nuovi posti di lavoro e innovazione del settore) della liberalizzazione e della fine del monopolio Siae, che a loro dire favorirebbe solo “vecchi privilegi e rendite di posizione”. L’Europa è dalla loro parte. Il governo, per ora, meno.
Franceschini sotto pressione, anche l’Antitrust chiede la fine del monopolio Siae

Le linee guida sulla sharing economy che “salvano” Uber e AirBnb – La Commissione europea ha emanato a inizio giugno le nuove linee guida sull’economia collaborativa, o sharing economy, dalle quali emerge, tra le altre cose, la sollecitazione ai governi dei 28 Paesi a proibire Airbnb o Uber solo “come misura estrema”. “I divieti assoluti e le retrizioni qualitative devono essere usate soltanto come extrema ratio” si legge in un comunicato della Commissione, che ricorda come queste aziende abbiamo fruttato l’anno scorso in tutta Europa ricavi per 28 miliardi di euro. Un mondo variegato che comprende un po’ di tutto: dalle piattaforme di car sharing agli affitti temporanei agli home restaurant. “Abbiamo bisogno di un approccio coerente se vogliamo che le nostre startup dinamiche possano crescere e svilupparsi, altrimenti se ne andranno altrove” ha detto Jyrki Katainen, uno dei vicepresidenti della Commissione. “Il prossimo unicorno europeo – ha proseguito riferendosi a quelle startup che superano il miliardo di dollari di giro d’affari – potrebbe scaturire dall’economia collaborativa. Vogliamo restare al passo, e vogliamo un’Europa aperta quanto gli Stati Uniti ai modelli di business più innovativi, pur continuando ad occuparci anche degli aspetti negativi”. 
Sharing economy, le linee guida della Commissione europea

Il nuovo e-commerce del mercato unico digitale – A fine maggio  la Commissione Ue ha adottato due pacchetti nell’ambito della strategia per il mercato unico digitale, alla quale sta lavorando da tempo con l’obiettivo di dar vita a uno spazio comune per crescere e rafforzarsi: il pacchetto di misure sull’e-commerce, che punta ad agevolare lo shopping online all’interno dell’Unione, e quello sui contenuti online, mirato a sostenere la produzione audiovisiva europea. Per quanto riguarda l’e-commerce, l’Ue propone un piano che abbatte il geoblocking (blocco geografico ingiustificato), concedendo dunque libertà di shopping online senza limitazioni di residenza o carte di pagamento; garantisce più trasparenza per i corrieri; fornisce una migliore protezione dei minori e dei consumatori. (qui in dettaglio le proposte per l’e-commerce). Decisamente un assist a tutte quelle società che si occupano di e-commerce.

L’audiovisivo nel Digital Single Market – Per quanto attiene invece alla strategia sull’audiovisivo, la Commissione ha presentato un aggiornamento della direttiva Audiovisual Media ServicesDirective (AVMSD), l’insieme di regole che hanno regolato il settore per almeno 30 anni. Le nuove proposte (qui nel dettaglio) prevedono differenti limiti pubblicitari e obbligo di promozione e contributi ai finanziamenti di film europei per tv tradizionali e on-demand. In sostanza Netflix, Amazon e gli altri operatori dovranno includere almeno un quinto di contenuti, film e show televisivi prodotti in Europa. Subito Netflix si è fatta sentire: ‘Le misure proposte non serviranno effettivamente a dare impulso all’audiovisivo europeo” ha detto Joris Evers, vp di Netflix e Head of Communications for Emea. Normale che lo dica. Ma è presumibile che l’obbligo di produrre in Europa porterà benefici al mercato europeo dell’audiovisivo.

Startup, Europa al lavoro per ridurre l’Iva – La Commissione europea sta studiando il modo di far pagare meno lva a tutte le startup europee attive nell’e-commerce.  Il 2016 potrebbe essere l’anno della svolta. La misura rientra nella ben più ampia e articolata strategia del suddetto Digital Single Market (Dsm), o Mercato unico digitale, alla quale sta lavorando dall’anno scorso l’Unione europea. 

La bocciatura dell’Italia digitale -L’Italia è al 25esimo posto su 28 Paesi dell’Unione europea per digitalizzazione dell’economia e della società. Quartultima prima di Grecia, Bulgaria e Romania. Così è stata classificata in base al Digital Economy and Society Index 2016 (Dise), indice sviluppato dalla Commissione Europea che misura il grado di diffusione del digitale nei paesi Ue. In base ai dati diffusi lo scorso febbraio, che fanno riferimento all’anno 2015, l’Unione europea nel suo complesso ha un punteggio di 0,52 su 1 (indice che è ancora inferiore ai leader del digitale quali Usa, Corea e Giappone). In ambito europeo figurano in testa alla classifica del Desi la Danimarca, i Paesi Bassi, la Svezia e la Finlandia. L’Italia ha un punteggio complessivo pari a 0,4, che ci fa “guadagnare” il 25esimo posto. E l’anno precedente eravamo al 24esimo. Un brutto “voto” dovuto principalmente ai tempi lunghi per l’implementazione delle reti in fibra e all’analfabetismo digitale degli italiani. Ma anche un’indiretta sollecitazione a fare di più e meglio. 
Cos’è il Digital Economy and Society Index europeo che boccia l’Italia digitale

  • roberto

    Un tempo non avrei avuto dubbi. Ma ci sono troppi interessi evidenti sottaciuti dai media. Interessi non europei da quanto si vede; quando India, Cina, USA e la City, dicono che UK deve rimanere in EU e che EU è importante qualche dubbio sorge. Un mercato unico vuol dire per loro un mercato in cui esportare (sia persone che merci) facilmente mantenendo tuttavia i loro mercati chiusi. Insomma la EU da comunità di europei si è trasformata in un terreno di conquista dove sono le lobbies economiche a imporre il loro disegno. Con buona pace dei redattori del trattato di Roma.
    C’è da meditare

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