Bill Aulet (MIT): "L'imprenditoria si può insegnare: meno venture capital e più formazione" | Economyup
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L'INTERVISTA

Bill Aulet (MIT): “L’imprenditoria si può insegnare: meno venture capital e più formazione”



Il docente del MIT, autore de “La disciplina dell’imprenditore” in uscita in Italia ad aprile, racconta il suo metodo. Sull’Italia, che conosce bene, dice: “Il venture capital non crea imprese, è più importante investire sulla formazione”. E anticipa: “Sto scrivendo un libro sulla corporate entrepreneurship”

di Luciana Maci

25 Mar 2019


Bill Aulet, direttore del Martin Trust Center per l’imprenditorialità del MIT

“L’imprenditoria in Italia? Sembra che le persone non siano motivate a sufficienza: colpa anche dell’imprevedibilità e instabilità della situazione politica. Il venture capital promesso dall’attuale governo è cosa buona, ma non basta. Serve innanzitutto la formazione”. A dirlo è Bill Aulet, grande esperto di imprenditorialità. In precedenza manager e imprenditore, oggi docente e divulgatore, Aulet è stato intervistato da EconomyUp in vista dell’uscita, il prossimo 10 aprile, dell’edizione italiana di un suo libro che ha già avuto successo in molti Paesi: “La disciplina dell’imprenditore – 24 passi per una startup di successo“, con prefazione di Andrea Rangone, CEO di Digital360 Group (FrancoAngeli Editore).

Per presentare il libro Bill Aulet è in tour in Italia. Lo scorso martedì 26 marzo è stato protagonista di una conferenza organizzata dalla School of Management del Politecnico di Milano e dagli Osservatori Digital Innovation presso il Polihub, l’incubatore dell’ateneo.

Chi è Bill Aulet

Bill Aulet è il direttore del Martin Trust Center per l’imprenditorialità del MIT (Massachussetts Institute of Technology) ed è Professor of the Practice del MIT Sloan School of Management. Prima di entrare al MIT è stato per 25 anni un manager e un imprenditore di successo, dalla sua prima esperienza in Ibm fino a quella di imprenditore seriale. Ha fondato e gestito Cambridge Decision DynamicsSensAble Technologies. Lavora in tutto il mondo con imprenditori, con piccole e grazie aziende, e con i governi per promuovere l’imprenditorialità basata sull’innovazione.

Il libro: 24 passi per una startup di successo

Fondare un’impresa può essere difficile e caotico, ma proprio per questo è necessario seguire un metodo che permetta all’imprenditore di gestire ostacoli e imprevedibilità, identificando le aree strategiche da tenere sotto controllo per minimizzare il rischio di impresa. Nel saggio edito da FrancoAngeli, Aulet propone un approccio integrato passo dopo passo, completo e validato, per trasformare un’idea in un’impresa di successo sia che stia creando un prodotto fisico, sia che stia proponendo un servizio o si stia limitando alla vendita di dati.

Abbiamo intervistato Bill Aulet per capire meglio qual è il metodo che propone e come si può applicare alle aziende, specialmente a quelle italiane.

Sono stati scritti molti libri sulle startup. Cosa c’è di nuovo nella sua visione?

Spero che non ci sia troppo di nuovo. Ho cercato di prendere quello che c’era fuori e integrarlo in modo che fosse utile agli imprenditori. Io sono un imprenditore e mi piace fare cose. Tutti coloro che si sono occupati di imprenditoria e startup nel corso degli anni dicevano cose diverse, alcune valide, altre no, ma nessuno le aveva integrate insieme. Quando ho cominciato a insegnare ho cercato di mettere insieme tutto quello che avevo imparato, di evidenziare gli elementi più utili e individuare alcuni step nel processo. Non sono rimasto sorpreso dal non averli individuati prima. Sono stato imprenditore per 24 anni, ma quando fai qualcosa di nuovo c’è sempre da scoprire.

L’imprenditoria può essere insegnata a scuola?

Quando ho cominciato pensavo non fosse possibile insegnare, si poteva solo dare consigli. Poi ho iniziato a rifletterci e a guardare i dati. Sono la dimostrazione che si può imparare l’imprenditoria. I dati sono lì, convincenti e inconfutabili. La mia prima società non ha avuto successo, la seconda è andata meglio, la terza molto di più. Non c’è dubbio che si possono imparare le cose.

Chiunque può diventare imprenditore?

Prima non ne ero sicuro, poi ho viaggiato per il mondo, sono stato per esempio in Vietnam e in Nigeria, e lì ho visto le persone creare piccoli business per vivere e sopravvivere. Sì, tutti possono fare impresa: se non hanno un reddito fisso diventano imprenditori. È chiaramente qualcosa che si apprende.

E invece come si insegna l’imprenditoria?

Ci sono quelli che ritengono sia una scienza, e che se ti comporti nel modo A o B ottieni inevitabilmente C, ma non è così. Non esiste un algoritmo per creare imprenditori di successo. L’unico metodo è fare qualcosa di completamente innovativo. D’altra parte ci sono altre persone, all’estremo opposto, che la considerano un’arte, senza leggi né regole e pensano che ci voglia un nuovo Leonardo Da Vinci. Invece l’imprenditoria non è né scienza né arte, è piuttosto un mestiere. Perciò si insegna come si può insegnare un mestiere. Il 65% delle aziende messe in piedi dai nostri studenti al MIT erano ancora operative dopo 5 anni. Questa non è necessariamente una metrica per il successo, dopo tutto siamo educatori, non una società privata. Tuttavia si può insegnare alle persone. È vero, Bill Gates o Steve Jobs non hanno mai intrapreso studi di imprenditoria, ma possiamo guardare a quello che hanno fatto e cercare di replicarlo.A chi pensa che non sia necessario rispondo: è come dire: “A Roma, nell’antichità, hanno costruito grandi ponti senza aver imparato a scuola come si costruiscono, così anche noi possiamo fare gli imprenditori senza studiare”. Naturalmente servono programmi educativi basati sui fatti.

La metodologia per le startup che lei descrive nel suo libro è valida anche per i singoli individui?

Sì. Quando ho cominciato tutto il focus era sulle startup, ma ora vedo che è utile anche per politici e amministratori, associazioni non profit, grandi aziende. Anche i singoli individui possono usare le mie indicazioni per migliorare la loro vita personale.  Per esempio ho avuto uno studente bravissimo pianista alla Julliard School (famosa scuola per artisti americana, ndr). Aveva smesso di studiare musica perché sentiva di non avere il controllo, poi ha imparato il metodo e ha ripreso, si è sentito di nuovo in grado di gestire la sua professione.  È un esempio del vasto raggio di attività che copre l’imprenditoria.

Anche le grandi aziende possono usare i 24 step per innovare?

Ci sono molte aziende che stanno usando questa metodologia. Soprattutto medie e piccole. Ma c’è una differenza tra aziende e startup. Quando sei una startup sei tabula rasa, in una grande azienda c’è già un sacco di pittura in quella tela. È una buona e una cattiva notizia. Le big company hanno già degli asset, ma questi asset le rendono meno flessibili, più conservatrici ed è più difficile che falliscano. Se sei una startup non hai niente da perdere, se sei Ibm può essere molto più costoso e doloroso. Per le grandi aziende la mia metodologia è efficace nel product development. Con la Corporate entrepreneurship è un problema molto più difficile. Su questo sto scrivendo un nuovo libro.

A questo proposito cosa suggerisce alle aziende che vogliono fare corporate entrepreneurship?

Ho lavorato in Ibm per 11 anni e ho visto che la comprensione delle dinamiche delle piccole e medie imprese era astratta. All’epoca Ibm era la più potente, ora lavoro in startup e capisco meglio il problema nella sua complessità. Il frutto che pende dai rami delle startup richiede molto più dei finanziamenti del corporate venture capital, ma di essere capaci di guardare alle cose in molte dimensioni. Ci sembra incredibile che un gigante come General Electric abbia tanti problemi, ma la verità è che non hanno Dna imprenditoriale a sufficienza. Ammetto che non sarà semplice scrivere un libro sull’argomento.

Cosa pensa dell’ecosistema italiano delle startup?

Non ne so abbastanza, tuttavia, a una prima analisi, posso dire che è  molto diversificato: il nord è tremendamente diverso dal sud, ci sono ecosistemi diversi e sarebbe sbagliato caratterizzarli come omogenei. Parlando con gli italiani mi sono reso conto che non è questione di creatività e talento: le persone non sembrano motivate a fare gli imprenditori. Sembra che tanti vogliano andare all’estero a causa dell’imprevedibilità del governo e dell’instabilità delle istituzioni. Non si sa mai cosa succederà, ci sono molti fattori di rischio. E questo è triste. Ogni posto sta diventando imprenditoriale, tutto il mondo, da Boston alla Silicon Valley, da Londra a Berlino al Lussemburgo. Perché il futuro è nell’imprenditoria, non importa quale sia il governo. Persino Trump e la Clinton supportavano le imprese.

Di recente il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha promesso un miliardo di euro di venture capital pubblico per le startup. Cosa ne pensa?

Gli italiani sono sempre stati innovatori, penso per esempio a un’azienda come Geox. Il provvedimento di cui mi parla mi sembra molto buono, ma il governo non può creare imprenditori. Il driver è sempre l’imprenditore. Aiutarlo è positivo, ma non si può farlo senza un’adeguata formazione, infrastrutture, connettività che rendano possibile creare comunità. In Arabia Saudita, per esempio, c’è tanto venture capital ma non ci sono imprese. Spesso il denaro non è la cosa più importante, è la più facile. È positivo, ma certamente non è sufficiente. Se spendiamo un miliardo per il VC, dobbiamo pensare anche a quanto spendiamo a insegnare alle persone a diventare imprenditori. L’investimento in formazione sarebbe più opportuno. Il denaro in certi casi può anche “far male”.

Luciana Maci

Ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna). Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. Scrivo di innovazione ed economia digitale