L'INTERVISTA

Il Premio Nobel Michael Spence: “Ecco perché le piattaforme come Alibaba sono il futuro dell’economia”

“Le piattaforme sono essenziali per l’ecosistema, anzi sono l’ecosistema”, dice l’economista. “Ne dovrebbero nascere così anche in Europa, ma bisognerebbe incentivare le partnership tra società più piccole e più grandi”. E in Italia, suggerisce, qualcosa del genere potrebbe farla Altagamma per l’industria creativa

Pubblicato il 22 Mar 2018

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L’e-commerce non è più, o non è solo, commercio elettronico, ma è diventato una piattaforma all’interno della quale è tutto connesso: produttori, rivenditori, logistica…Ne è un esempio Alibaba, il colosso cinese considerato la versione asiatica di Amazon, ma che, a differenza della multinazionale statunitense, ha dentro di sé Alipay, la società di pagamenti in mobilità pronta a guidare la rivoluzione mondiale verso una cashless society. È il pensiero di Michael Spence, Premio Nobel per l’Economia, intervenuto al SEP Scaleup Summit (15-16 marzo 2018 a Milano). “Le piattaforme – dice l’economista – sono essenziali per l’ecosistema, anzi sono l’ecosistema. Ne dovrebbero nascere così anche in Europa e in Italia, ma bisognerebbe incentivare le partnership tra società più piccole e più grandi, e puntare meno sulla sicurezza sociale e più sullo sviluppo dei nuovi business”. Insignito del Nobel nel 2001 insieme a Joseph E. Stiglitz e George A. Akerlof per le “analisi dei mercati con informazione asimmetrica”, nel suo speech introduttivo Spence, che è docente alla New York University e Senior Fellow alla Stanford University,  ha delineato gli scenari economici presenti e futuri: ne è emersa, tra le altre cose, un’Asia sempre più dominante a livello mondiale.

Che cosa noi occidentali abbiamo da imparare da Alibaba?

Alibaba ha costruito una piattaforma che può essere usata come un ecosistema. È omnicomprensiva e in crescita, è data-driven ed è in grado di dare agli imprenditori ogni genere di opportunità, perché consente loro di sperimentare qualsiasi tipo di business model attraverso modalità che non erano possibili prima. Pensiamo soltanto ad Alipay, la piattaforma di pagamento online lanciata nel 2004 in Cina da Alibaba, che in pratica consente di pagare tutto da smartphone. Il vantaggio della Cina è avere un mercato enorme, omogeno e quasi interamente caratterizzato dal mobile payment. Circa il 90% degli acquisti vengono fatti con il telefono. Così questa nazione ha un potente sistema di pagamenti in mobilità, con l’enorme quantità di dati che ne deriva grazie alla “off and online economy”. La grande piattaforma continua a crescere e ad aggiungere ‘pezzi’. In un certo senso è la versione digitale della Silicon Valley. È questo l’insegnamento che ne possiamo ricavare: dotarsi di un ecosistema di base che si proponga di generare nuove idee e di rendere facile la loro trasformazione in business nei settori più svariati: dalla manifattura alla logistica fino al ride-sharing. L’ecosistema assume importanza se riesce ad essere supportato da una piattaforma che ne possa incrementare l’intera struttura.

Quindi un ecosistema innovativo può essere contenuto in un’unica mega-piattaforma?

Non è tutto contenuto là dentro, ma è tutto connesso al suo interno. In Alibaba, per esempio, ci sono i sub-contractors, i produttori, i venditori, ci sono due marketplace online: Taobao, sito di vendite online per tutti, e Tmall, website Business2Consumer rivolto ai grandi rivenditori. Per certi versi Amazon è la stessa cosa: è percepito come una sorta di e-commerce ma è radicato ampiamente nel business della logistica, è nel cloud computing, è certamente uno dei primi tre, se non il primo, per operazioni su cloud computing nel mondo. Questo lo colloca nel settore data warehouse, quindi Amazon è una forza primaria nell’Intelligenza Artificiale. Le somiglianze tra la multinazionale statunitense e quella cinese sono molto più numerose delle differenze. Ma la differenza la fanno i pagamenti in mobilità

Eppure Amazon sta scommettendo nel fintech, la tecnologia applicata alla finanza…

Vero, ma non nei mobile payments. Quando dico che in Cina c’è un sistema radicato di mobile payment voglio dire che la mattina la gente infila in tasca il telefonino e quello è il loro portafoglio. Nessuno fa questo in America. Apple Pay consente di farlo in determinati luoghi, in Cina lo fa chiunque e ovunque. La Cina, oltre a essere uno dei leader mondiali nell’e-commerce, è diventata la leader mondiale dei pagamenti in mobilità. È il portabandiera di un processo che produrrà una cashless society, una società senza più circolazione di contanti.

Perché proprio la Cina?

In questo Paese non circolavano assegni, non c’erano molte carte di credito e non si faceva molto e-commerce da computer, perché l’esplosione nell’accesso a Internet è avvenuta da cellulare. D’altra parte il telefonino è meno costoso della carta di credito, se adoperato in modo appropriato. Con Visa o Masterdcard la percentuale trattenuta dovrebbe essere intorno al 3%, sebbene io creda che sarebbe opportuno scendere al 2%. I cinesi che pagano con smartphone versano una fee dello 0,6%.

Il retail sta diventando un banco di prova cruciale per i pagamenti in mobilità?

In Cina lo è già ampiamente, il retail è parte del motore della crescita. Gran parte del retail online in Cina è incrementale, nelle piccole città il retail offline non è molto incentivato. È per questo che l’e-commerce sta diventando una forza molto importante. Anzi, in percentuale, l’e-commerce cinese supera quello in qualsiasi altra parte del mondo.

Realtà come Alipay porteranno la disruption nel mondo delle banche?

Non necessariamente. Le banche servono, per esempio quando si fa la scannerizzazione del codice a barre: l’entità a cui va il denaro tramite il barcode preleva il denaro dal conto bancario dell’utente nell’ambito di un sistema di cloud computing. Perciò abbiamo bisogno delle banche, sono parte del sistema di pagamento. Ma ‘the holy pay‘, la ‘paga santa’, sono i dati. Certo, Alipay si sta espandendo in Asia: sta stringendo accordi in India, Indonesia e in vari altri Paesi del continente, dove è alla ricerca di partner locali per portare il suo expertise e la sua tecnologia. È sbarcata anche in Italia, dove ha stretto accordi con tre banche per potersi inserire nel pagamento in mobilità del retail da parte dei turisti cinesi. Una cosa è certa: la mega-piattaforma di Alibaba contribuisce a stimolare l’imprenditoria.

In che modo?

L’idea della famiglia di Jack Ma era rendere i mercati molto più accessibili alle piccole e medie imprese. Era il mission statement. Anche se la società è diventata più vasta e complicata, non hanno mai perso di vista quella missione. Quindi adesso è fonte di nuovi imprenditori e nuovi business. In questo senso è un ecosistema: non sta cercando di possedere tutta quella roba. E sta puntando anche sull’integrazione tra offline e online, che al momento è un grosso trust. Non solo Alibaba, ma JD.com e Tencent, stanno tutti investendo nel retail offline. Per esempio Amazon ha comprato nel 2017 Whole Foods, la principale catena di supermercati di cibo biologico.

Cosa dobbiamo fare noi europei, schiacciati tra Stati Uniti e Cina?

Penso che a livello europeo sarebbe buono avere una di queste mega-piattaforme come Google, Facebook e altre. In parte perché sono in grado di creare tanti spin off, in parte perché si impegnano molto a sviluppare applicazioni del machine learning. Non so come si potrebbe fare, ma so che sarebbe molto utile. In aggiunta a trovare finanziamenti per le scaleup ecc. ecc.

Che cosa suggerirebbe per l’Italia?

In Italia ho parlato con Altagamma, la Fondazione che riunisce i brand del luxury. Qui c’è il top dell’industria creativa, dal turismo agli yachts, dall’abbigliamento al design. Un progetto ragionevole sarebbe cercare di produrre un ecosistema multiplo  che gestisce queste cose. In parte Altagamma lo fa, ma io prenderei in considerazione il sostegno dell’intero sistema con una piattaforma digitale che funga da ecosistema. In questo modo si potrebbero potenziare gli asset. Altrimenti è bits and pieces, è troppo frammentato. Per esempio, il turismo: in Italia ci sono persone che propongono tour avventurosi o tour architettonici di varie città. Sono tutte iniziative divertenti, ma ci vuole una sola ‘testa’. E’ quello che accade con AirBnb, per esempio. Se fai questo puoi avere le social media companies e le compagnie di sharing economy come partner. Non devi re-inventare la ruota, per così dire. Occorre stringere partnership con i grandi player in modo da collaborare in modo migliore.

Questo risolverebbe tutti i problemi?

No. Ma aiuterebbe. Nel dibattito in Europa, per cercare di rispondere a questi grandi cambiamenti di struttura nell’economia, guidati sostanzialmente dalla tecnologia digitale, si pone – legittimamente – una grande enfasi sulla social security, sul re-training, sui servizi sociali, sul proteggere le persone…Penso che sia giusto. Ma c’è meno enfasi sulla crescita che può far funzionare le cose. Cosa faranno i giovani? Quali sono le piattaforme che daranno opportunità reali di brillare a ricercatori o imprenditori? In Cina per esempio c’è LIN Edition, una società fondata da Zhang Linchao e composta da giovani donne sulla trentina, che sono anche celebrità del web, che utilizzano piattaforme di e-commerce come Taobao, insieme ai social media, per disegnare, produrre e mettere in commercio linee di moda. E ci sono questi ragazzi che hanno avviato il business delle biciclette on demand,  Ofo. Sembra che a Milano ci siano stati atti di vandalismo, con biciclette lanciate nei Navigli. In Cina è diverso. All’inizio non pensavo che funzionasse, perché avevo in mente il ‘modello Milano’ . Ma se hai il sistema di mobile payment e il GPS è fatta. Non si sa mai veramente dove si arriverà con le nuove imprese, ma si possono creare molte opportunità.

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Luciana Maci
Luciana Maci

Giornalista professionista dal 1999, scrivo di innovazione, economia digitale, digital transformation e di come sta cambiando il mondo con le nuove tecnologie. Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in CorCom, poi in EconomyUp. In passato ho partecipato al primo esperimento di giornalismo collaborativo online in Italia (Misna).

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