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IL RAPPORTO

I 10 numeri da conoscere per capire lo stato di salute del Made in Italy

19 Mar 2014

Secondo una ricerca Istat sull’industria italiana le aziende vincenti durante gli anni di crisi sono state quelle che hanno saputo innovare e internazionalizzarsi. Ecco dieci statistiche che tastano il polso al sistema produttivo tricolore e raccontano le tendenze più significative emerse nei periodi di recessione

Ha vinto chi ha saputo innovare processi e prodotti, connettendosi con altre aziende e andando a cercare i propri clienti lontano, sui mercati emergenti. Se necessario, anche aprendo stabilimenti all’estero. Ha perso chi si è intestardito nel tentativo di difendere le proprie quote di mercato con le armi tradizionali. È questo, in sintesi, il quadro del sistema produttivo tricolore che emerge dalla ricerca Istat “Chi vince e chi perde: l’industria italiana oltre la crisi, presentata al MIP Politecnico di Milano.

Ecco dieci numeri (e percentuali) tratti dal rapporto che meglio fotografano l’andamento del made in Italy durante questi ultimi anni di difficoltà.

-24%
Il prodotto industriale perso dall’Italia durante il periodo 2008-2013. Solo la Spagna, tra i Paesi europei paragonabili al nostro ha fatto peggio, perdendo quasi un terzo dei suoi livelli produttivi (-30%). Francia e Regno Unito hanno fatto registrare perdite più lievi, rispettivamente del 14,9% e del 12,8%. La più virtuosa è la Germania, che è rimasta più o meno al livello di produzione industriale che aveva prima della crisi: la flessione è stata del 2,3%.

+3%
La crescita del fatturato industriale estero dell’Italia durante il periodo 2011-2013. Si mette in contrasto con il crollo dei ricavi derivanti dal mercato nazionale, pari al 17% circa

61%
La percentuale di aziende che hanno aumentato il proprio fatturato estero tra il 2010 e il 2013, a dimostrazione che l’export è stato un fattore determinante nel sostenere l’attività produttiva in questo periodo.  Il top l’ha raggiunto la farmaceutica, con un incremento del 73%, mentre il miglioramento più contenuto del fatturato realizzato oltre confine è dell’abbigliamento (43%). Quanto al fatturato totale, sono poco più della metà delle imprese (51%) ad averlo aumentato. Solo il 39% delle aziende è riuscito invece ad incrementare le proprie vendite sul mercato interno.

4
I settori produttivi che hanno fatto registrare una decrescita sia del fatturato all’estero  che di quello sul mercato nazionale: produzione di mobili, legno, stampa e abbigliamento.

1
Il comparto in cui si è registrato un aumento sia del fatturato all’estero che di quello sul mercato domestico. Si tratta degli alimentari.

4.600
Le imprese “vincenti” (nel periodo 2011-2013), in quanto capaci di mettere a segno aumenti di fatturato sia sul mercato estero che su quello interno. Corrispondono al 18,1% del totale.

8.500
Le imprese “crescenti all’estero”, pari al 33% del totale. Sono riuscite ad aumentare le loro vendite fuori confine ma sono calate in Italia. Fanno da contraltare le poche imprese “crescenti in Italia” ma con diminuzione dei ricavi all’estero (3.400) e le molte aziende “in ripiegamento” (ben 9.100, il 35,6% del totale), che hanno fatto segnare una variazione negativa del fatturato esterno e interno.

4,7 volte
L’aumento di probabilità di figurare tra le imprese vincenti se si fa leva sull’altà connettività, intesa come la capacità di stabilire relazioni e alleanze con altre aziende. Quasi simile (4,6 volte) è la probabilità di finire nel gruppo vincitore se si segue una strategia basata sull’innovazione di processo

6,5 volte
L’aumento di probabilità di finire tra le aziende “crescenti all’estero” se si fa leva sulla delocalizzazione, intesa non tanto come trasferimento della produzione ma come creazione di nuovi impianti produttivi all’estero per soddisfare meglio la domanda locale.

70,5%
La percentuale di imprese che ha fatto ricorso alla leva del miglioramento della qualità dei prodotti come strategia interna per contrastare la recessione nel periodo 2011-2013. Tra i settori che hanno scelto questa strada ci sono l’elettronica (90,4% delle imprese) e l’automotive (82,7%)

(m.d.l.)
 

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