Private equity: cos'è, come funziona, i fondi internazionali, lo scenario italiano 2021 - Economyup

LA GUIDA

Private equity: cos’è, come funziona, i fondi internazionali, lo scenario italiano 2021



Una panoramica sulla realtà internazionale e italiana del private equity, capitale destinato a società ad alto rischio non quotate in Borsa

di Pierluigi Sandonnini

05 Ott 2021


Private equity

Il mercato italiano del private equity, nel primo semestre 2021, ha raggiunto i 2.827 milioni di euro (+194% rispetto al I semestre 2020), con una crescita del 50% degli operatori (21); in netto aumento anche gli investimenti, a 4.549 milioni di euro (+142% rispetto al I semestre 2020), con 253 operazioni (+102% rispetto al I semestre 2020) e i disinvestimenti, a 697 milioni di euro (+76% rispetto al I semestre 2020) con 43 operazioni (+43% rispetto al I semestre 2020). Sono dati che arrivano dall’AIFI (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt), nata per sviluppare, coordinare e rappresentare in sede istituzionale i soggetti attivi sul mercato italiano, che di recente ha presentato un rapporto redatto in collaborazione con PwC Deal.

Sul piano internazionale il private equity ha toccato nuovi massimi nel 2021: il valore delle operazioni di buyout è cresciuto di oltre il 90% rispetto al 2020, superando quota 1.100 miliardi di dollari, spinto dalla dimensione dei deal (per la prima volta, la dimensione media delle operazioni ha superato la soglia di 1 miliardo di dollari), più che dal loro numero. A riferirlo è il 13° Report annuale sul Private Equity globale di Bain & Company (QUI il report completo).

Lo scenario 2021 in Italia 

In Italia, al primo posto come settore d’investimento c’è il comparto ICT, con il 28,5%. “I dati del I semestre 2021 mostrano la grande ripresa del private equity sia sul fronte raccolta che sul fronte investimenti, dove sono stati raggiunti valori record” – ha commentato Francesco Giordano, Partner di PwC Deals. “Gli investimenti dei player internazionali ammontano a 3,4 miliardi di euro, ossia il 74% sul totale e testimoniano come il private equity possa essere un importantissimo volano nell’attrarre investimenti stranieri. Si evidenzia una costante crescita delle operazioni nel settore ICT a conferma che la digitalizzazione è un tema prioritario per la crescita delle nostre imprese e del sistema paese”.

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Ma cos’è il private equity e come possono beneficiarne le tecnologie e l’innovazione?

Cosa significa private equity 

Secondo la definizione della Treccani, il private equity “rappresenta una particolare attività finanziaria consistente nell’apporto di capitale proprio in società ad alto rischio, dette target, solitamente non quotate sul mercato borsistico, ma che presentano elevate potenzialità in termini di sviluppo e dunque di ritorno economico atteso dell’investimento iniziale”.

In sostanza, il soggetto che investe (spesso chiamato “sponsor finanziario”) si pone degli obiettivi da conseguire in un prefissato arco temporale, d’accordo con chi gestisce l’impresa; una volta raggiunti gli obiettivi, l’investitore esce dall’investimento incassando le plusvalenze (capital gain). Nella quasi totalità dei casi il rendimento matura nel medio-lungo periodo (non prima di cinque anni).

Dal punto di vista dell’impresa, il private equity dimostra la volontà da parte dell’imprenditore di far crescere il suo business e conquistare nuovi mercati con l’apporto di capitali ed esperienza. Nelle imprese che sono ai primi passi, questo tipo di investimento è spesso l’unica modalità possibile di raccogliere fondi, poiché, non avendo bilanci, né business plan né ricavi, l’accesso al credito dagli istituti finanziari è pressocché precluso.

Dopo la crisi del 2008, che ha segnato una riduzione dei finanziamenti concessi alle imprese, il private equity svolge un ruolo molto importante per l’economia mondiale, fornendo capitale di rischio a imprese non quotate ma con grandi potenzialità di crescita, come quelle tecnologiche.

Quando nasce il private equity 

Le prime società di private equity nascono alla fine della Seconda Guerra Mondiale. In Europa, esattamente nel Regno Unito, nel 1945 viene fondata la 3i (Investors in Industry) dalla Bank of England, per fornire non solo capitale di debito ma anche capitale di rischio a imprese ad alte potenzialità di crescita. Private equity e venture capital crescono molto lentamente nel resto d’Europa, affermandosi solo dopo il 1980 con la creazione del Venture Capital Liaison Office e della European Venture Capital Association (EVCA), oggi Invest Europe. associazioni per la promozione delle attività di investimento nel capitale di rischio delle imprese europee.

Negli Usa, nel 1946 viene fondata l’American Research and Development Corporation (ARDC), per fornire sostegno, non solo finanziario, alle imprese. Nel 1958, negli Stati Uniti fu emanato lo Small Business Investment Act, la cornice legislativa che regolamentava le attività delle Small Business Investment Companies, ossia gli istituti privati disposti a investire nel capitale di rischio di imprese in fase di avvio. Il private equity registrò una crescita importante negli anni Settanta e Ottanta, grazie a una modifica della normativa, in particolare con l’emanazione dell’Employee Retirement Income Security Act (ERISA) (1974) che regolamenta la possibilità di investimento nelle varie categorie di asset ad alto rischio da parte dei fondi pensione.

Cos’è il private equity (Invest Europe)

Come funziona il private equity

Il private equity racchiude, in realtà, molte fasi della vita dell’impresa.

  • seed financing: si finanzia l’idea imprenditoriale;
  • start-up: si finanziano le prime fasi aziendali, si inizia la ricerca di un team e si testa il mercato per verificare la risposta degli utenti;
  • first round: si finanziano le imprese in espansione;
  • second round: l’impresa apre di nuovo il suo capitale azionario;
  • bridge financing e buyout: l’impresa ha raggiunto una grandezza tale per cui il passaggio successivo potrebbe essere la quotazione o la cessione dell’azienda stessa;
  • turnaround e vulture investment: l’impresa necessita di una ristrutturazione aziendale o una cessione per parti.

Le varie fasi si distinguono per: l’ammontare di capitali apportati all’impresa; il tipo di conoscenze manageriali dell’investitore; le esigenze in base alle prospettive di crescita dell’impresa.

I fondi di private equity dispongono di specialisti capaci di gestire le diverse fasi della vita dell’azienda. Esiste una sorta di specializzazione dei fondi:

  • fondi che investono nelle imprese medio-piccole (massimo qualche milione di euro): questo è il caso di molte imprese italiane;
  • fondi di minoranza: acquistano solo percentuali di minoranza del capitale di rischio delle imprese in cui investono, lasciando quindi gran parte delle decisioni in mano al management in carica;
  • fondi di maggioranza: il fondo seleziona il management e condivide scelte strategiche anche prendendo decisioni;
  • fondi di buyout: acquistano la maggioranza dell’impresa ma operano per renderla il più indipendente possibile dalla proprietà, che non è intenzionata a riacquistare le quote;
  • fondi di turnaround: rinnovano l’impresa da cima a fondo perché sanno che senza cambiamenti potrebbe non sopravvivere;
  • fondi specializzati in particolari settori: si contraddistinguono per avere un forte esperienza nel loro campo; ad esempio, il settore dell’innovazione e delle nuove tecnologie.

La differenza con il venture capital 

Mentre il private equity, come abbiamo già avuto modo di osservare, ha lo scopo di finanziare società non quotate in Borsa, per raggiungere dei precisi obiettivi e quindi realizzare un guadagno, il venture capital riguarda investimenti in società che in molti casi devono ancora iniziare il loro percorso nel mercato. Si può affermare che il venture capital sia una sottocategoria del private equity: quella che scommette sulle società più promettenti, anche se più rischiose, ma anche quelle che potrebbero realizzare i maggiori guadagni. Le persone che fondano o gestiscono un fondo VC sono chiamati venture capitalist, di solito sono operatori professionali. Anche i piccoli investitori, cioè i privati, possono diventare venture capitalist attraverso lo strumento dell’equity crowdfunding.

Quali sono i fondi più grandi al mondo? 

Ecco i dieci fondi di private equity con le maggiori gestioni.

BlackRock – fondata nel 1984, ha sede a New York. La più grande, BlackRock Fund Advisors, è operativa dal 1984 e sovrintende a 1,9 trilioni di dollari di attività. BlackRock Financial Management è stata fondata nel 1994 e gestisce 1,03 trilioni di dollari. BlackRock Advisors gestisce 687,64 miliardi di dollari.

Bridgewater Associates – fondato nel 1975, ha sede nel Connecticut. Offre quattro fondi principali: Pure Alpha; Pure Alpha Major Markets; All Weather; Optimal Portfolio. Gestisce circa 138 miliardi di dollari.

Renaissance Technologies – hedge fund quantitativo con sede a New York. Ha circa 133 miliardi di dollari in gestione.

Man Group – è una delle società più antiche, essendo nata nel 1784 come unico fornitore di rum per la Royal Navy. Circa 117 miliardi di dollari gli asset in gestione.

AQR Capital Management – ha sede nel Connecticut. Ha circa 143 miliardi di dollari in gestione.

Elliott Management – fondata nel 1977, ha sede a New York. Gestisce 73,5 miliardi di dollari di asset in gestione.

Two Sigma Investments – ha sede a New York ed è stata fondata nel 2002. Gestisce circa 66 miliardi di dollari.

Millennium Management – fondata nel 1989, ha sede a New York. Circa 42 miliardi di dollari gli asset in gestione.

Davidson Kempner Capital Management – ha sede a New York e uffici a Londra, Hong Kong e Dublino. Ha iniziato a gestire il capitale per gli investitori nel 1987. Gestisce 35,9 miliardi di dollari, mentre il patrimonio netto gestito è di 33,1 miliardi di dollari.

Citadel Advisors – ha sede a Chicago e ha circa 29 miliardi di dollari di asset in gestione.

Private equity in Italia

Il mercato del private equity in Italia è relativamente giovane. La nascita del settore e dei primi operatori professionali può essere fatta risalire al 1986, anno in cui fu costituita l’AIFI (all’epoca Associazione Italiana delle Finanziarie di Investimento). Dal 1997 il settore ha registrato una rapida crescita, soprattutto dovuta agli investimenti nel settore dell’ICT, rallentata solo da un periodo di instabilità all’inizio degli anni 2000 e dalla crisi finanziaria del 2008. Ma dal 2010 il settore era nuovamente in crescita.

I principali investitori professionali sono:

  • SGR generaliste ed investment companies;
  • fondi paneuropei;
  • operatori regionali/pubblici;
  • banche italiane;
  • operatori specializzati nell’early stage.

Scenario internazionale del private equity 

Il private equity ha toccato nuovi massimi nel 2021: il valore delle operazioni di buyout è cresciuto di oltre il 90% rispetto al 2020, superando quota 1.100 miliardi di dollari, spinto dalla dimensione dei deal, più che dal loro numero. Il valore delle operazioni di buyout batte anche il precedente record del 2006 (804 miliardi di dollari). Per la prima volta, la dimensione media delle operazioni ha superato la soglia di 1 miliardo di dollari, con un incremento del 57% rispetto all’anno precedente, con il numero di operazioni di valore superiore a 1 miliardo che è raddoppiato. Queste sono le principali evidenze emerse dal 13° Report annuale sul Private Equity globale di Bain & Company, consulente strategico per gli investitori di private equity.

Una delle ragioni dietro il forte boom del valore delle transazioni globali del 2021 è l’ingente quantità di capitale disponibile sul mercato. Dopo 10 anni di crescita costante, la liquidità ha stabilito un nuovo record, salendo a 3.400 miliardi di dollari a livello globale, con circa 1.000 miliardi di dollari nei fondi di buyout. Questa disponibilità è stata responsabile di un improvviso e significativo aumento dei deal public-to-private (P2P), soprattutto in Nord America e nella regione Asia-Pacifico.

Le privatizzazioni hanno assorbito 469 miliardi di dollari a livello globale (+57% sul 2020). Rispetto all’ultima volta che il mercato ha visto un aumento di queste dimensioni delle operazioni P2P – nel periodo immediatamente precedente la crisi finanziaria globale – oggi c’è un elemento di differenza: la dimensione più ridotta delle operazioni P2P, spesso concluse, rispetto agli ampi consorzi di acquirenti del passato, da una o due parti con una profonda esperienza nel settore.

La spinta che ha caratterizzato l’attività delle società di buyout (che oggi rappresentano il 19% dell’attività di M&A) ha tuttavia un costo: i multipli medi dei buyout sono saliti a 12,3x in Nord America, e a 11,9x in Europa. L’aumento del livello dei prezzi potrebbe anche riflettere la ricerca di specializzazione da parte di molti investitori, specialmente nel settore tecnologico, in continua espansione. Un buyout su tre coinvolge oggi un’azienda tech. Il Report registra una crescita in comparti dove la sovraperformance è sempre più legata alle competenze tecnologiche: fintech, healthcare e business services.

Oltre agli investimenti, anche le exit hanno raggiunto nuovi massimi: complessivamente, i fondi di buyout hanno ceduto 957 miliardi di dollari di asset a livello globale, un dato che ha raddoppiato la performance già solida del 2020 e superiore del 131% alla media quinquennale. I deal delle Special-Purpose Acquisition Company (SPAC) sono stati particolarmente significativi, in crescita del 325% rispetto all’anno precedente, a quota 158 miliardi di dollari.

Certamente alcuni fattori macroeconomici, come l’attuale guerra russo-ucraina, possono iniettare elementi di rischio da ponderare con attenzione. “Gli effetti a catena del conflitto ucraino – dice Roberto Fiorello, responsabile italiano della practice Private Equity di Bain & Company – si sentiranno per qualche tempo, e non solo nell’area interessata. L’impatto più immediato sarà sulle forniture energetiche, ma in questo contesto caotico, per gli investitori sarà difficile scommettere su uno scenario piuttosto che su un altro. Di contro, gli investitori di private equity dovranno prevedere una gamma di scenari più ampia del solito e osservare il continuo evolversi degli eventi. Per questo motivo abbiamo identificato alcuni trend da monitorare nel 2022”, prosegue Fiorello.

Infine, il Report evidenzia uno spostamento dell’attività di dealmaking verso l’Asia, diventata la seconda regione per AuM nel Private Equity, con un peso del 30% sull’attività globale.

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Pierluigi Sandonnini

Ho una formazione ibrida, tecnologica e umanistica. Nuove tecnologie I&CT e trasformazione digitale sono i miei principali campi di interesse. Ho iniziato a lavorare nella carta stampata, mi sono fatto…