La crisi delle Big Tech: come è iniziata, cosa sta succedendo, cosa dicono i numeri - Economyup

L'ANALISI

La crisi delle Big Tech: come è iniziata, cosa sta succedendo, cosa dicono i numeri



In primavera hanno cominciato a licenziare le startup. Poi i colossi hi-tech hanno rallentato o congelato le assunzioni. Fino alla raffica di licenziamenti di oggi: decine di migliaia di persone in pochi mesi. Ecco alcuni dati, numeri e spunti di riflessione sulla crisi delle Big Tech, da Meta-Facebook a Twitter a Amazon

di Luciana Maci

15 Nov 2022

Crisi nelle big tech

C’è del marcio in Silicon Valley? Sicuramente ci sono licenziamenti, tanti licenziamenti, nelle Big Tech, i colossi tecnologici. Il 9 novembre Meta, la ex Facebook, ha annunciato il licenziamento di circa 11mila dipendenti, pari al 13% della forza lavoro complessiva, il più grande taglio di posti di lavoro nella storia dell’azienda. Qualche giorno prima, per la precisione il 4 novembre, Elon Musk, nuovo proprietario di Twitter, ha comunicato il licenziamento in massa di circa 3750 persone, più o meno la metà della forza lavoro del social network. Lo stesso giorno Lyft, la rivale di Uber, ha licenziato 650 dei suoi 5.000 addetti e Stripe (software per pagamenti elettronici) ha messo alla porta 1.120 dipendenti. Il 14 novembre Amazon ha annunciato il taglio di 10.000 posti di lavoro.

A settembre 2022 Microsoft aveva mandato a casa 1000 persone, preceduta da Netflix, che ad agosto ha dato l’addio a 500 addetti. Nel corso dell’anno Snapchat ha licenziato un migliaio di persone e Booking oltre 3000. Intel, secondo Bloomberg, starebbe pensando di privarsi di una quota di dipendenti fino al 20%. Apple e Google, pur non annunciando licenziamenti, hanno fatto sapere di aver “congelato” le nuove assunzioni, per molti osservatori l’anticamera dei licenziamenti. Stripe, unicorno fintech, ha annunciato un taglio del 14% della forza lavoro.  Salesforce, secondo TechCrunch, questa settimana avrebbe lasciato a casa poco meno di un migliaio di persone. Insomma, mettendo insieme tutti gli individui licenziati in ambito tecnologico nel corso dell’anno, si potrebbe arrivare al numero di abitanti di una città di provincia. Dopo il fenomeno della “Great Resignation” dovuta alla pandemia, sembra che siamo alle prese con un nuovo trend: “The Great Dismissal”. È innegabile che una grande crisi è in atto. Come è cominciata? Cosa l’ha scatenata? Cosa potrebbe succedere ancora? Proviamo a ragionare sull’argomento, prendendo in esame numeri e scenari.

Come è cominciata la crisi delle Big Tech: le startup “pioniere” anche nei licenziamenti

Diversamente da quanto si sarebbe potuto immaginare, la pandemia da Covid19 iniziata nel 2020 non ha avuto un impatto negativo sulle imprese tecnologiche innovative. Al contrario, durante l’emergenza pandemica, c’è stata un’accelerazione della digitalizzazione, un balzo dell’eCommerce e le quotazioni di varie startup high-tech hanno raggiunto livelli record, ottenendo anche ingenti finanziamenti. Il ritorno alla normalità ha contribuito a frenare il trend positivo. Un caso esemplare è quello della startup Peloton, fornitrice di una indoor bike pensata per essere una mini-palestra casalinga, molto ricercata durante i lockdown, ma meno desiderata con il ritorno alla vita sociale, con conseguente crisi della società.

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Ad avviare i licenziamenti nel mondo tecnologico sono state proprio le startup, pioniere in tutti i sensi, sia dal punto di vista della ricerca e dello sviluppo, sia, evidentemente, della percezione dei rapidi cambiamenti nel mercato. Secondo i dati di Layoffs.fyi, a maggio 2022 17mila persone impiegate a livello globale in startup hanno perso il lavoro, il 350% in più rispetto ad aprile. Il dato peggiore dall’inizio dell’emergenza da Covid19.

Perché le startup hanno cominciato a licenziare? Secondo un’analisi di Quartz, gli investitori avevano sovrastimato l’utilizzo da parte dei consumatori di alcuni strumenti e prodotti digitali. Inoltre, a causa dell’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali, le giovani imprese hanno cominciato a fare più fatica a chiedere, e ottenere, danaro. Di conseguenza, i titoli tecnologici sono crollati e gli investimenti nelle startup sono bruscamente scesi. Gli investitori hanno adottato maggiore cautela nell’erogazione di capitali, esortando al tempo stesso le società presenti nel loro portafoglio a preservare la liquidità.

Le ragioni della caduta

Come per una sorta di rapido contagio, con l’aumento dei licenziamenti nelle startup, anche le Big Tech come Meta, Twitter, Microsoft, Snap e Salesforce cominciato a congelare o rallentare le assunzioni. Le motivazioni storiche ed economiche dell’esplosione di una crisi mondiale sono note: il 24 febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina, scatenando un conflitto con molteplici conseguenze sul piano umano, sociale ed economico. L’inflazione ha ripreso a crescere. I mercati borsistici hanno reagito negativamente e il valore delle azioni delle principali Big Tech è sceso o crollato. Le società di criprovalute hanno sperimentato una caduta ancora maggiore.

Crisi delle Big Tech: alcuni numeri

I numeri, ancora una volta, parlano chiaro: tra luglio e settembre 2022, le startup di tutto il mondo hanno raccolto 81 miliardi di dollari, un calo del 53% rispetto allo stesso periodo di un anno fa, secondo Crunchbase.  È il più grande calo di questo genere da quando il sito ha iniziato a monitorare i finanziamenti nel 2007. Stando a Layoffs.fyi, quest’anno più di 700 startup hanno licenziato 93.000 lavoratori. Nelle ultime settimane, i risultati trimestrali più deboli  delle Big Tech, tra cui le già citate Snap, Meta, Amazon e Microsoft, hanno spinto ulteriormente verso il basso il settore tecnologico in generale.

I precedenti

Alcuni commentatori si sono chiesti se la crisi delle Big Tech sia analoga alla bolla delle dot-com nel 2000. Altri, come Marco Marinucci, CEO di Mind The Bridge, hanno rievocato il “first-ever hiring freeze” nel 2007: “il mondo – scrive in questo articolo Alberto Onetti, Chairman di Mind the Bridge, docente e imprenditore – era in ginocchio a seguito della crisi finanziaria, ma il blocco delle assunzioni è durato solo qualche mese (senza essere accompagnato da sostanziali layoff)”.

Perché i licenziamenti nelle Big Tech?

Quindici anni dopo arriva un nuovo “freeze”. Perché? Sulle ragioni della raffica di licenziamenti nelle Big Tech, si è espresso, tra gli altri, lo stesso Onetti: “La loro crescita è inferiore alle attese – scrive su EconomyUp – e le loro mostruose valutazioni (Apple ha un price earning di circa 22, ossia per comprarla si pagano 22 volte gli utili, Google 16-17 volte, Meta 9) sono basate su aspettative di crescita esponenziale. Se questa rallenta la loro capitalizzazione crolla”.

Un caso particolare è quello di Meta-Facebook, ad oggi protagonista del taglio di posti di lavoro più massiccio. Il fondatore Mark Zuckerberg ha ammesso che il suo eccessivo ottimismo sulla crescita ha portato a un eccesso di personale in Meta e si è dichiarato responsabile dei passi falsi della società. Wall Street ha accolto con favore l’annuncio: i titoli del gruppo sono cresciuti del 5,37%. Ma i “passi falsi” di Zuckerberg non riguardano solo la più recente scommessa sul Metaverso, in parte fallita per molteplici motivi che non affronteremo in questa sede. Da alcuni anni diversi progetti di Zuckerberg non vanno a segno: si pensi, solo per fare un esempio, al fallimento di Libra, la valuta digitale per gli “unbanked”, poi ribattezzata Diem, dovuto principalmente ai sospetti di rischi per la privacy e alla mancanza di controllo pubblico. Si tratta insomma di licenziamenti che, potremmo dire, vengono da lontano.

Nel caso di Twitter, Elon Musk si è distinto per la brutalità e la stranezza nei modi – licenziamenti decisi in base alla valutazione dell’ultimo mese di lavoro del dipendente, comunicazioni inviate per email, persone cacciate per errore e poi reintegrate – ma la scelta avrebbe delle basi: secondo l’imprenditore, che l’ha acquisita per 44 miliardi, la società perderebbe oltre 4 milioni di dollari al giorno.

Peraltro non promette bene neppure un social network concorrente come TikTok, da alcuni indicato come parzialmente responsabile della crisi degli altri player del settore: a causa del calo dei ricavi pubblicitari, per il 2022 la società prevede almeno 2 miliardi di dollari in meno di fatturato.

Amazon si è accodata al trend del “Great Dismissal” preparandosi a tagliare 10.000 posti di lavoro: potrebbe essere il maggior taglio nella storia della società pur rappresentando meno dell’1% della sua forza lavoro complessiva, fatta soprattutto di dipendenti a ore. Secondo le indiscrezioni riportate dal New York Times, i tagli potrebbero scattare già nella settimana dal 14 al 18 novembre e riguarderebbero in particolare la divisione retail e le risorse umane.

Il problema esiste. E va affrontato.

Cosa fare?

Gli attori dell’ecosistema dell’innovazione sono ottimisti per natura e per professione. Ed è pur vero che alcune aziende, per esempio quelle focalizzate sull‘intelligenza artificiale e sul climate tech, la tecnologia per affrontare l’emergenza climatica, riescono ad esercitare ancora una forte attrazione sugli investitori. Ma, come riporta il NYT, al TechCrunch Disrupt, grande conferenza di startup nel centro di San Francisco, questo mese i relatori hanno esortato i founder e i lavoratori nel settore della tecnologia ad accettare la realtà. “I prossimi anni  saranno molto più difficili e ci saranno meno risorse”, ha detto Sheel Mohnot, un investitore di Better Tomorrow Ventures. Naturalmente speriamo che si sbagli.

 

Luciana Maci

Giornalista professionista dal 1999, scrivo di innovazione, economia digitale, digital transformation e di come sta cambiando il mondo con le nuove tecnologie. Sono dal 2013 in Digital360 Group, prima in…