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Gli spin-off non nascono da soli: che cosa serve per creare imprese dalla ricerca universitaria



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Gli spin-off nascono da incontri improbabili: serve quindi un contesto che li renda possibili. E poi progettualità, costanza e tempo. Così possono nascere hub importanti attorno ai nostri atenei. Anche a Pavia…

Pubblicato il 14 apr 2026



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Nemo est profeta in patria. Forse anche per questo ho accettato con particolare piacere l’invito a partecipare alla Pavia Innovation Week, per raccontare la mia esperienza in un appuntamento dal titolo evocativo: “Pavia, la città degli spin-off”. Un titolo ambizioso, quasi programmatico. Il mio intervento avrebbe dovuto raccontare una storia personale — quella mia e di Fabrizio Capobianco — ma soprattutto provare a rispondere a una domanda più grande: una città come Pavia può davvero diventare la città degli spin-off?

Spin-off in Italia, il problema vero (e sistemico)

Ho provato a partire da una constatazione scomoda. In Italia, e più in generale in Europa, esiste un disallineamento profondo:

  • da un lato, università e ricerca scientifica di altissimo livello 
  • dall’altro, un trasferimento tecnologico debole e una limitata capacità di creare nuove imprese 

Non è un problema di talento. Non è un problema di idee. È un problema di connessione. E questo è esattamente il nodo che tocca anche Pavia.

Gli spin-off non nascono da soli

La retorica spesso racconta gli spin-off come una naturale estensione della ricerca.
Non è così. Gli spin-off nascono da incontri improbabili.

Nel mio caso, l’incontro tra un ingegnere con (non comune) visione imprenditoriale e una persona con background economico-finanziario  Due competenze diverse. Due linguaggi diversi. Un’ambizione (feroce) condivisa.

Ma soprattutto: un contesto che ha reso possibile quell’incontro. Nel nostro caso, è stato il Collegio Borromeo che da secoli coniuga eccellenza e multidisciplinarità.

Il ruolo dei “commons” per gli spin-off

Qui si innesta una riflessione più ampia che ho ritrovato nelle parole di Alessandro Matera, Managing Director Infineon Technologies Italia. I “commons” – gli spazi, le istituzioni, i contesti condivisi – non sono di nessuno, ma sono di tutti. E proprio per questo non funzionano per caso. Vanno progettati. Vanno “industrializzati”.

Perché se lasciati alla spontaneità, generano episodi. Che possono succedere ogni tanto, come nel caso di beSharp raccontato da Simone Merlini. Ma le iniziative costruite su cose che succedono per caso ogni tanto non scalano. Se costruite intenzionalmente, invece generano ecosistemi.

Tempo lungo vs narrativa startup

Un altro elemento che emerge chiaramente è il tema del tempo. Qui il modello è l’opposto della narrativa startup “veloce”.

La densità del sapere richiede anni, spesso decenni, per sedimentare. Con il deep tech le radici si fanno ancora più profonde.

Non è un caso che il distretto della microelettronica pavese abbia radici che risalgono agli anni Novanta inizialmente con ST e si siano poi densificati con altri player del settore (Maxim – oggi TI-  Marvel, …). Tutto questo ha portato oggi – anni dopo – agli investimenti della Fondazione Chips.IT, il centro italiano per il design dei circuiti integrati a semiconduttori.

E oggi, l’Università di Pavia con il Parco Cardano, si candida per fare lo stesso anche sulle scienze della vita che sono l’altro asset di specializzazione (scientifica e di ricerca) del territorio.

Pavia oggi: massa critica (ancora incompleta)

I numeri raccontano una realtà tutt’altro che marginale. Se gli spin-off sono i frutti dell’albero, la mamma (l’università), come ha ricordato Tommaso Rossini, gode di ottima salute:

  • oltre 30 mila studenti 
  • ranking internazionali solidi negli ambiti STEM (medicina, farmaceutico, matematica, ingegneria) 
  • una presenza crescente di studenti stranieri (13%) 

Eppure, Pavia resta – ancora, almeno oggi – un piccolo hub ai margini di Milano.

Il vero punto: l’execution

Le strade da percorrere sono molto chiare:

  1. Costruire spin-off (veri, che sappiano crescere, e non piccole aziende di servizi, come ha sottolineato Michele Cei, Ceo SEA Vision, a proposito di spin off di Pavia che hanno saputo scalare) 
  2. Attrarre imprese (anche multinazionali) 

Il problema non è capire cosa fare. È farlo bene. E questo richiede:

  • collaborazione reale tra università e impresa, tra pubblico e privato 
  • supporto strutturato alla nascita delle startup 
  • connessione con il capitale (finanza, VC, corporate) 

Può Pavia diventare la città degli spin-off?

Forse la risposta non è “sì” o “no”. È “a certe condizioni”.

Servono almeno tre ingredienti:

1. Incontri di competenze

Creare sistematicamente occasioni in cui mondi diversi si incrociano.

2. Ambizione

Non locale. Non incrementale. Ma globale.

3. Commons progettati

Collegi, spazi, programmi, piattaforme che facilitano intenzionalmente questi incontri. La Pavia Innovation Week (e soprattutto l’ambizione con cui è stata disegnata e realizzata, kudos a Massimo Sideri, oltre a Tommaso Rossini che l’ha voluta sopra ogni altra cosa) è un primo passo nella giusta direzione. Non una celebrazione di facciata dei presunti fasti del passato, ma uno sguardo ambizioso di sfida al futuro. 

Se questi elementi si allineano, Pavia può diventare qualcosa di molto specifico e potente: non una copia di Milano ma un hub specializzato nell’estrazione di valore da:

  • microelettronica 
  • life sciences 

Un luogo dove la scienza non si ferma alla pubblicazione, ma diventa impresa. Facendo leva non sul mito dei garage della Silicon Valley (a Pavia non abbondano) ma sulle cascine come la storia di LabAnalysis Group raccontata da Stefano Maggi evidenzia (subito battezzata “Cascine Valley” da Giacomo Bedeschi, direttore della Provincia Pavese). 

La domanda che mi porto via da Pavia Innovation Week non è se Pavia diventerà la città degli spin-off. È un’altra: siamo disposti a passare da un sistema che genera eccellenza a uno che genera impatto?

Perché il talento, a Pavia, non manca. Quello che manca è trasformarlo in impresa, che alla fine significa occupazione e reddito.

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