Dopo un anno di pandemia il reskilling può salvare il lavoro: il caso Scandinavian Airlines | Economyup

RESKILLING / UPSKILLING

Dopo un anno di pandemia il reskilling può salvare il lavoro: il caso Scandinavian Airlines



Opporsi al cambiamento rischia di far perdere importanti occasioni professionali: ecco perché va attivato un costante processo di adeguamento delle skills. Come è accaduto quando Scandinavian Airlines, in piena pandemia, ha dovuto licenziare il 90% del personale. E un membro del board ha avuto un’idea per il reskilling…

di Francesca Contardi

14 Apr 2021


Reskilling

Dopo una brillante carriera manageriale nell’executive search, e dopo essere stata indicata nel 2015 tra le 100 persone che hanno rivoluzionato il mercato del lavoro in Europa, Francesca Contardi ha deciso di dar vita nel 2016 a una sua startup, EasyHunters, che propone un nuovo modello di ricerca e selezione del personale più veloce ed economico. Questo è il suo primo post di una rubrica che terrà su EconomyUp per approfondire concetti come reskilling, upskilling e in generale del lifelong learning, concetti sempre più importanti per chi lavora in una fase di profondi cambiamenti delle industrie e decisivi per le aziende che vogliono e devono avviare processi di trasformazione, digitale e non solo. 

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L’avvento della pandemia ha portato alla luce in maniera evidente e lampante il fabbisogno generale che abbiamo, a livello mondiale, di fare upskilling o reskilling delle nostre competenze professionali.

Si tratta di una necessità tanto lampante quanto complessa da mettere in pratica. Sono anni ormai che a Davos i grandi del mondo portano all’attenzione del mondo l’importanza di avere a disposizione competenze sempre aggiornate e nuove professionalità. Non solo: il World Economic Forum ha previsto che, da qui a 5 anni, metà dell’intera forza lavoro dovrà mettere in conto un processo di adeguamento delle proprie skills per riuscire a tenere il passo e rimanere competitiva in un mercato che sta subendo una trasformazione senza precedenti.

Nonostante sia chiaro a tutti, però, c’è una notevole resistenza a rimetterci in discussione e ad aggiornarci.

Mi occupo di ricerca e selezione quindi mi trovo a leggere ed analizzare numerosissimi cv ogni giorno e molto spesso, al loro interno, trovo corsi di formazione conclusi nel 2000. Stiamo parlando di 21 anni fa. Si tratta per lo più di elenchi (anche molto dettagliati, alcune volte) per testimoniare la predisposizione di un candidato ad aggiornarsi, ma non raccontano mai l’aspetto più importante: le competenze acquisite.

Facciamo un esempio pratico: quanti di noi hanno fatto corsi di lingua dopo l’università ma non hanno mai messo in pratica quotidianamente quello che hanno imparato? Sappiamo bene che studiare l’inglese sui libri (un aspetto certamente importante e imprescindibile che per nessun motivo deve essere tralasciato), senza mai applicarlo e parlarlo nella vita di tutti i giorni, può portare a dimenticare quanto appreso nel giro di pochissimo tempo.

Eppure molti di noi si ostinano a mettere nel curriculum il First Certificate del lontano 1998. Questo approccio è molto più comune di quanto si possa immaginare e rientra in quella che io definisco resistenza al cambiamento che tutti noi abbiamo. Uscire dalla nostra zona di comfort e ammettere che dobbiamo cambiare o migliorare qualcosa richiede un’auto-analisi importante e una grande capacità di rimettersi in gioco.

Che cos’è il processo di reskilling? Capire che, in piena pandemia, un pilota aereo può fare l’aiuto infermiere

Per spiegare, in modo ancora più approfondito, cosa è il processo di reskilling mi viene in mente quanto fatto, a marzo 2020 e quindi in piena pandemia, dal Scandinavian Airlines (SAS) in Svezia. Esattamente il 14 marzo, è stato convocato un meeting straordinario per comunicare che l’azienda avrebbe lasciato a terra circa il 90% di piloti ed assistenti di volo. Oscar Stege Unger, un membro del board esecutivo che si era già occupato di reskilling in passato, si è reso conto che non era possibile stare fermi ed aspettare gli eventi, soprattutto in un periodo in cui in altri settori (la sanità in particolare) c’era bisogno di supporto. Poiché il personale di volo ha una preparazione medica per gestire eventuali emergenze a bordo, ha pensato di organizzare – con il supporto dell’Università – un corso intensivo di quattro giorni con cui riqualificare chi si fosse dimostrato disponibile per diventare un aiuto infermiere.

L’offerta è stata fatta a più di 1000 dipendenti. Al primo giro hanno risposto in 100 e 30 di loro sono stati poi inseriti nel mondo del lavoro sanitario. Successivamente sono state formate altre 300 persone che, senza questa alternativa, sarebbero rimaste ferme. Lo stesso progetto è stato poi allargato a personale di alcune catene alberghiere.

Fare reskilling non è necessariamente un lavoro che richiede molto tempo e fatica

Cosa possiamo imparare da questa esperienza?

  • il processo di reskilling non deve per forza essere un processo lungo e faticoso
  • prima di intraprendere qualunque attività, è fondamentale identificare bene il fabbisogno di formazione
  • è indispensabile mappare chiaramente le competenze basilari per poter affrontare il cambiamento
  • senza volontà e coinvolgimento non si va da nessuna parte

A distanza ormai di un anno dall’inizio della pandemia, chi si è rimesso in discussione è riuscito (nella maggior parte dei casi) a continuare a lavorare. Chi invece si è opposto al cambiamento, restando saldamente ancorato al proprio passato, sta rischiando di perdere importanti occasioni professionali.

Francesca Contardi

È founder e managing director di EasyHunters, prima società di ricerca e selezione con un Digital Operating Process