Crowdsourcing, cos’è e cosa significa fare innovazione attraverso la folla | Economyup

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Crowdsourcing, cos’è e cosa significa fare innovazione attraverso la folla



Grazie al crowdsourcing un gran numero di persone (il crowd o la “folla”) può partecipare attivamente ai processi di innovazione di un’organizzazione. Un esempio recente riguarda il coronavirus: un gruppo di biologi di Seattle sta cercando di creare kit per la diagnosi usando questa modalità. Vediamo meglio come funziona

09 Mar 2020


Il crowdsourcing fonda le sue radici nella ricerca sull’innovazione aperta e sulla co-creazione, e si occupa dell’approccio in base al quale un gran numero di individui (il crowd o la “folla”) possano partecipare attivamente ai processi di innovazione di un’azienda, permettendo alla stessa di accedere a informazioni e conoscenze diffuse tra molti utenti o attori. Il crowdsourcing è considerata una risorsa in vari settori e campi d’azione, compresa la recente emergenza del coronavirus: alcuni biologi di Seattle stanno cercando di sviluppare un test del coronavirus fai-da-te attraverso il crowdsourcing internazionale. Ma vediamo innanzitutto il significato del termine e altri esempi di quali opportunità può offrire la “saggezza delle folle”.

Cosa vuol dire crowdsourcing

Il termine crowdsourcing viene coniato nel 2006 da Jeff Howe, professore di Giornalismo alla Northeastern University e Redattore di Wired, che lo definisce come “l’atto di un’impresa o di un’istituzione che considera una attività o funzione precedentemente eseguita dai dipendenti interni e la esternalizza in una rete non definita (e generalmente grande) di persone in forma di una chiamata aperta. Questo atto può assumere la forma di produzione di pari livello (“peer-production”, quando il lavoro viene eseguito in collaborazione), ma è anche spesso intrapreso da singoli individui (esperti o novizi). Il prerequisito cruciale è l’uso della chiamata aperta e della grande rete di potenziali sforzi”.

Il crowdsourcing è facilmente identificabile come soluzione in ambito digitale, poiché permette alle diverse professionalità coinvolte di offrire soluzioni innovative anche da remoto. A differenza dell’open source, con il quale viene spesso confuso, il risultato del lavoro svolto rimane di proprietà dell’organizzatore dell’iniziativa di crowdsourcing che provvede a ricompensare l’autore dell’idea vincente.

Ad oggi, per una definizione completa di crowdsourcing si può far riferimento alle indicazioni fornite dai professori dell’Università Cattolica e Politecnica di Valencia, Enrique Estellés e Fernando González in “Towards an integrated crowdsourcing definition” in cui il crowdsourcing viene considerata un’attività partecipativa online nella quale un’azienda propone «mediante un annuncio aperto e flessibile, la realizzazione libera e volontaria di un compito specifico. La realizzazione di tale compito, di complessità e modularità variabile, e nella quale il gruppo di riferimento deve partecipare apportando lavoro, denaro, conoscenze e/o esperienza, implica sempre un beneficio per ambe le parti. L’utente otterrà, a cambio della sua partecipazione, il soddisfacimento di una concreta necessità, economica, di riconoscimento sociale, di autostima o di sviluppo di capacità personali, il crowdsourcer d’altro canto otterrà e utilizzerà a proprio beneficio il contributo offerto dall’utente, la cui forma dipenderà dal tipo di attività realizzata».

Esempi di crowdsourcing

L’esempio più famoso di crowdsourcing è sicuramente quello rappresentato da Wikipedia: grazie al contributo gratuito di una enorme comunità di utenti, si è trasformato nella più grande opera enciclopedica mai scritta dall’uomo. Naturalmente il caso Wikipedia si riferisce ad un prodotto no profit costruito da volontari, in ambito aziendale invece è relativo alla disponibilità per le aziende di una “folla” di freelance che mettono a disposizione, spesso ad un prezzo molto competitivo, idee, strumenti e competenze.

Ci riferiamo, ad esempio, alla moltitudine di piattaforme che condividono il principio base di funzionamento. Ovvero, un’azienda presenta un progetto, che può essere la realizzazione di un logo, del sito web, di un’app mobile, stabilisce un budget di riferimento che è disposta a spendere e consente ai freelance, alle agenzie o alle aziende iscritti alla piattaforma di presentare una proposta, che in alcuni casi è il semplice preventivo, in altri è una anteprima del prodotto finito. Chi ha presentato il progetto ha, quindi, la possibilità di vagliare le proposte e scegliere il vincitore, oppure chiuderlo senza scegliere nessuno.

Possiamo infatti dire che il crowdsourcing è un ramo della pratica di co-creation, resa possibile grazie alla capillare diffusione del web, dove la “folla” può aiutare a convalidare, modificare e migliorare un’idea che un’impresa sviluppa per creare valore, così come i contenuti che pubblica su Internet. Il processo può anche applicare la fase di generazione di idee, ogni volta che un’azienda chiede ai clienti o ad altri outsider di portare i propri concetti e progetti all’interno del processo di innovazione. Internet e le piattaforme web divengono quindi il principale fattore abilitante per il crowdsourcing, in quanto le aziende sono oggi in grado di fare leva su un numero potenzialmente illimitato di persone con poco sforzo.

Come trovare lavoro con il crowdsourcing

Il funzionamento del crowdsourcing è abbastanza semplice e può essere paragonato ad un contest, specialmente se si tratta di trovare un lavoro.

Chi ha bisogno di designare un determinato lavoro come, ad esempio, la realizzazione di un logo o un lavoro di grafica, indice un contest e lo pubblica attraverso una delle piattaforme di crowdsourcing presenti sul web indicando tutte le informazioni e caratteristiche necessarie.

Successivamente, il freelance sceglie il lavoro che risponde maggiormente alle proprie esigenze e lo realizza seguendo le indicazioni date dall’azienda. Una volta completato, se scelto dal “datore” del lavoro, riceve il proprio compenso.

Le migliori piattaforme di crowdsourcing nel mondo

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Le imprese come bene comune: misure e incentivi per orientare la capacità innovativa del Paese
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Quando si parla di crowdsourcing si entra nel magico mondo della Sharing Economy, dove le parole d’ordine sono condivisione, trasparenza e networking. Di seguito alcune delle piattaforme di crowdsourcing attualmente disponibili in Italia:

Twago

è una piattaforma di crowdsourcing tedesca e attiva in diversi paesi europei, che consente due livelli di utilizzo, quello di fornitore e quello di azienda cliente. La registrazione come fornitore può avvenire o creando un account free, che ha ovviamente una serie di limitazioni sulla quantità di offerte che puoi inviare e sull’importo massimo dei progetti ai quali puoi partecipare, oppure sottoscrivendo un abbonamento premium, con importo crescente a seconda delle condizioni di utilizzo della piattaforma.

Starbytes

La piattaforma negli anni è cresciuta moltissimo, fino ad attrarre grossi brand come Wired o La Stampa, che ha addirittura attivato un canale dedicato ai contest per le attività editoriali del giornale. Come Twago, anche su Starbytes ci si può iscrivere sia come azienda, per poi pubblicare un progetto, sia come freelance, per partecipare ai contest aperti.

Zooppa

Forse la più grande piattaforma di crowdsourcing attiva in Italia, che vanta tra i suoi fruitori Samsung, Amazon, Telecom Italia, Siemens, e persino il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ha utilizzato Zooppa un anno fa per creare un contest su Garanzia Giovani. Zooppa consente la registrazione come azienda o come freelance/agenzia, ma generalmente i contest pubblicati su questa piattaforma sono legati a brand molto grossi ed i budget sono importanti, nell’ordine delle migliaia di euro. Di conseguenza, anche le richieste sono più articolate e meno orientate ai giovani freelance alle prime armi.

BestCreativity

una piattaforma dedicata esclusivamente al design (graphic e web) e al naming, molto semplice da utilizzare e alla portata di tutti i freelance che vogliono iniziare a muovere i primi passi e confrontarsi con il lavoro su commessa. Come funziona? L’azienda crea un progetto, indicando di cosa ha bisogno, come vuole che sia svolto il lavoro e quale budget è disposta a investire, e il freelance può presentare la sua proposta e sperare di essere scelto.

Vantaggi e svantaggi 

Il servizio di crowdfunding possiede sia dei vantaggi che degli svantaggi. Prima di tutto utilizzare una di queste piattaforme permette di avere più scelta. Se ci si affida ad una sola agenzia freelance ci si dovrà accontentare di un modo di lavorare preciso, che magari non rispecchia al 100% i propri gusti, ma una volta iniziato è difficile rifare tutto daccapo. Secondariamente è un enorme vantaggio per quanto riguarda la riduzione dei costi. Affidarsi ad una piattaforma di crowsourcing consente di valutare più proposte e preventivi, quindi di scegliere il miglior rapporto qualità/prezzo, senza per questo dover avviare millemila contrattazioni con altrettanti fornitori.

Permette di crearsi una rete di contatti. Può capitare che il fornitore scartato non era quello giusto per quel determinato progetto, ma potrebbe tornare utile in futuro, quindi interagire con gli iscritti consente di fare rete, creare una lista di professionisti e aziende che operano in un determinato settore e offrono servizi dei quali, prima o poi, potresti avere bisogno.

Ultimo vantaggio ma non meno importante è quello di risparmiare tempo: una volta creato un progetto con relativo brief, basterà pubblicarlo sulla piattaforma di crowdsourcing scelta e monitorare l’andamento, senza dover investire tempo e risorse, sia economiche che umane, per stare dietro a tutte le email ed i preventivi inviati da professionisti, startup, agenzie, e così via.

Di contro, molto spesso i partecipanti ai contest sono persone alle prime armi che non hanno ancora una grossa professionalità e propongono lavori di bassa qualità e, sicuramente, questa fitta rete di professionisti aumenta la concorrenza e di conseguenza i compensi si abbassano notevolmente.