INNOVATION DETECTIVE

Che fare quando il microchip non c’è? Applicare la logica (corretta) del prototipo



Uno spin-off universitario non ha ancora nulla da vendere e non può nemmeno acquisire ordini perché non può far provare i suoi sensori per mancanza di microchip. Come evitare il fallimento? Usando il prototipo per quello che è il suo compito: rappresentare non l’immagine del prodotto innovativo ma la sua funzione

di Irene Cassarino

Pubblicato il 07 Dic 2022


Uno dice “fonderia” e si immagina una colata di lava fumante, che esce da enormi caraffe di ghisa, e finisce negli anfratti di poderosi stampi refrattari che danno origine a grossi lingotti di metallo destinati a successiva lavorazione. Roba da prima rivoluzione industriale e nasi ricoperti di fuliggine.

Così quando un team di innovazione impegnato nella produzione di un microchip per la visione duale (spettro visibile ed infrarossi) si è lamentato con me dei tempi biblici di interazione con una fonderia, mi sono venute le traveggole. In quel momento ho capito che i microchip non nascono sotto i cavoli, come probabilmente assumevo (vado per esclusione), bensì dentro grandi, enormi fonderie (foundries). I processi di fusione sono diversi da quelli dei lingotti di metallo pesante, ma le regole dell’industria sono super old style comunque: pochi stabilimenti giganteschi, con liste di attesa folli e una domanda praticamente monopolizzata dalle grandi case di produzione di semiconduttori.

Siamo a fine 2020 e la fonderia in questione aveva offerto un’ottimistica finestra di delivery del microchip per la visione duale, tra il primo e il secondo quarter del 2023. Nemmeno la Tesla ci mette così tanto ad arrivare. Certo, se aspetti la Tesla puoi ripeterti che le cose belle sono le più lente, ma aspettare così tanto per realizzare un’idea di innovazione che hai già avuto, ti condanna a guardare tutti i giorni in faccia il futuro e vederlo arrivare a mani vuote. Questa sensazione l’ha descritta Michelangelo, che di belle idee irrealizzabili ne sapeva qualcosa.

“È così frustrante. descriviamo la soluzione, i clienti chiedono di provarla per comprenderla meglio, e noi dobbiamo dire che non sarà disponibile prima di due anni almeno!”, lamentano sommessamente i detentori del brevetto del sensore. Vengono dall’università, e questo li ha resi maestri nell’arte di sopravvivere in un ambiente ostile di cui comprendono le regole senza condividerle. Le cose da fare, peraltro, sensate o no, non mancano. Ci sono i compiti da correggere, i paper da pubblicare, i progetti europei da vincere e i brevetti da moltiplicare. Solo che nel frattempo sono capitate una serie di coincidenze: con la loro idea di innovazione hanno vinto un paio di premi prestigiosi, per incassarli hanno fondato uno spin-off, e, fine della frittata, lo spin-off si è aggiudicato un finanziamento pre-seed di 400 mila euro. Misteri del deep-tech. I 400k sono andati dritti per dritti alla fonderia di cui sopra, e loro si sono trovati sotto scacco. Come ci si comporta quando hai un’azienda che non ha ancora nulla da vendere e non può nemmeno acquisire ordini perché non ha nulla da far provare? Sapendo che i soldi finiranno prima dell’arrivo dei sensori, e che di fatto, nel fatidico momento, i fondatori stessi avrebbero avuto solo un’idea pallida e sbiadita del loro mercato? Un vero paradosso, per una startup che si occupa di sistemi di visione, operare nel buio più crepuscolare.

Io stessa, quando mi hanno presentato il caso, mi sono sentita a disagio. La loro storia triste mi aveva rapita. Non mi sono nemmeno chiesta se esistesse o meno qualcuno lì fuori a soffrire, dibattersi, per la difficoltà ad integrare la capacità di visione di giorno e di notte nello stesso dispositivo, o qualcuno per cui la tradizionale telecamera ad infrarossi fosse troppo pesante, o troppo costosa, o troppo poco performante. Avevo per un momento dimenticato che la priorità fosse accertare l’esistenza di una vittima, di un mercato reale, e continuavo a chiedere come un disco rotto: “Ma davvero non riuscite a fare un prototipo in laboratorio di questo microchip?”. E qui mi hanno tirato fuori la storia di Super Mario Bros. Per ottenere una risoluzione di immagine anche solo paragonabile a quella (bassa) del famoso personaggio pixelato, avrebbero dovuto lavorare tipo otto mesi continuativamente chini sullo stesso circuito stampato. Che scena desolante. I miei occhi si stavano adattando alla situazione. Per la prima volta nella mia carriera stavo accettando il mondo come un enorme punto cieco.

Ma poi è successo quello che capita tutte le mattine: è suonata la sveglia, e ho chiesto loro, comunque, di uscire dalla tana e procedere come se tutta questa deprimente questione della fonderia non esistesse. Come se la loro stessa soluzione non esistesse, e dovessero decidere se farla o meno, e come farla. La lente dell’iconografia del detective non è altro che una metafora della sua capacità di portare lo sguardo oltre la superficie delle cose, che è quello che avrebbero dovuto e potuto fare loro, usando i sensori pre-installati nel loro cervello, quelli dell’ascolto e della logica.

Sono venute fuori verità sconvolgenti, per loro, che hanno smontato tutta la faccenda di Super Mario, e hanno reso la prototipazione un semplice compito da commesso viaggiatore.

La faccenda di Super Mario: loro assumevano che una qualità fondamentale del loro sensore fosse la risoluzione dell’immagine risultante. Tanti pixel, tanto valore: molti pixel in più di quelli di Super Mario! Invece no, ci sono compiti cruciali – come distinguere il ghiaccio dall’acqua in tutte le condizioni di visibilità, per esempio – che sono fattibili attraverso un solo pixel, e possono portare vantaggi di sicurezza fondamentali nell’industria dell’auto. E il sensore per ottenere questo pixel era già disponibile nel loro laboratorio, pronto per essere provato ed installato.

La faccenda della prototipazione: il sensore in pancia alla fonderia avrebbe permesso a fine 2023 di ottenere una visione duale ad un centesimo del costo (e ad una percentuale infinitesima del peso) attuale di una buona telecamera infrarossi (IR) tradizionale, che costa circa 20k. L’incontro con il mercato ha permesso agli innovatori di mettere a fuoco tante situazioni in cui la telecamera da 20k non veniva usata perché troppo costosa, o troppo pesante. Così hanno capito che avrebbero potuto fare comunque dei test di visione con queste aziende, utilizzando indovina cosa? Un bell’esemplare di telecamera IR tradizionale, acquistato in singola copia, e trasportato da uno use case all’altro, nella valigetta. In questo modo gli innovatori hanno acquisito una vista più precisa anche sui requisiti di visione che il loro sensore dovrà avere nel 2023, e si sono ritrovati con una lunga lista di clienti convinti e pronti ad integrare il loro prodotto nel loro lavoro.

Insomma, il prototipo, anzi i prototipi, si trovavano lì sotto i loro occhi, ma loro erano talmente concentrati sull’immagine del loro prodotto finito, che non riuscivano proprio a vederli. Troppo spesso si commette l’errore di usare il prototipo per rappresentare l’immagine del prodotto innovativo, trascurando che non è assolutamente questo il suo compito. Il prototipo serve per rappresentare la funzione del prodotto innovativo. Le capacità straordinarie degli innovatori non consistono nell’inventare una nuova forma, ma nel riuscire a vederla, crearla e ricrearla anche dove gli altri non riuscirebbero ad immaginarla. Michelangelo docet.

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Irene Cassarino

Irene Cassarino, ingegnera di formazione, PhD in Gestione dell’Innovazione, è CEO e fondatrice di The Doers, ora parte del gruppo Digital Magics. Ha dedicato tutta la sua vita professionale alla…