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Boom del venture capital 2025 secondo EY: ma questi dati rispecchiano davvero il mercato?



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L’annuale barometro EY annuncia che gli investimenti sarebbero cresciuti addirittura del 32%, dopo che gli Osservatori Polimi hanno registrato un +2,8%. E aspettiamo di vedere i numeri finali di ITA e AIFI. Tutte le incongruenze di una situazione che non fa bene a nessuno

Pubblicato il 16 gen 2026



Venture Capital

Venture capital 2025, + 32% rispetto al 2024: è questa la notizia portata dalla nuova edizione del Venture Capital Barometer di EY. Un boom di cui nessuno si è accorto, anche perché sarebbe difficile nella confusione di dati che ormai annebbiano il reale andamento in Italia degli investimenti di venture capital.

Basta ricordare che l’unica fonte che ha già diffuso i dati per l’anno appena andato (l’Osservatorio Startup e Scaleup HiTech del Politecnico di Milano) segnala una crescita del 2,8% (più di 10 volte meno quindi…) e chissà quali sorprese ci riserveranno Italian Tech Alliance (che alla fine del terzo trimestre evidenziava una sostanziale stabilità del mercato, la presentazione dei nuovi dati 2025 è in programma giovedì 22 gennaio), AIFI con il suo VEM e qualche altra occasionale fonte che spunterà nei prossimi mesi.

Venture Capital 2025, grande è la confusione sotto il cielo ma la situazione non è per niente eccellente. Ne abbiamo già raccontato le ragioni qui su EconomyUp poco meno di un anno fa ma non è cambiato molto e il nuovo report di EY ripropone la questione in maniera amplificata

Venture capital, quanto vale davvero il mercato italiano?

Secondo l’EY Venture Capital Barometer (qui puoi scaricare la versione integrale) gli investimenti sulle startup nel 2025 hanno raggiunto i 1.488 milioni di euro, con una crescita del 32% rispetto al 2024. Un risultato che sembra positivo, persino straordinario, se non fosse che, dietro questi numeri ci sono una serie di incongruenze, contraddizioni e disallineamenti che rendono davvero difficile capire a quale…fonte affidarsi.

Un confronto per tutti, clamoroso sul venture capital 2025: le rilevazioni dell’Osservatorio Startup & Scaleup del Polimi, ad esempio, arrivano a una raccolta generale simile a quella di EY (1456 milioni di euro). Ma allora come è possibile che l’andamento rispetto al 2024 sia oltre 10 volte inferiore?

Questi conflitti non sono casuali e nascondono diverse problematiche strutturali che riguardano il nostro ecosistema imprenditoriale e, più in generale, la mancanza di standardizzazione nei metodi di raccolta e analisi dei dati.

Se la differenza tra i due dati non fosse già abbastanza significativa, c’è anche un altro aspetto da considerare. Nel barometro di EY, la Lombardia e la Liguria vengono segnalate come le regioni protagoniste, con la Lombardia che da sola ha raccolto ben 932 milioni di euro. Tuttavia, nel report di Polimi, il Nord Italia è descritto come in leggera crescita, ma senza fare menzione di una tale concentrazione nei singoli round.
LA domanda è inevitabile: perché due fonti così autorevoli arrivano a conclusioni così diverse? La crescente confusione sui numeri che definiscono il panorama del venture capital in Italia non è nuova. Il settore ha sempre faticato a trovare un linguaggio comune, con le varie fonti che adottano criteri differenti per calcolare gli investimenti, escludere o includere certe tipologie di operazioni e definire cosa si intenda esattamente per “startup italiana”. Di conseguenza, ogni volta che vengono pubblicati i dati annuali, come nel caso del Barometro EY o dei report periodici di Growth Capital con Italian Tech Alliance, i numeri sembrano variare sensibilmente, dando vita a letture contrastanti.

La confusione sul perimetro e sulle definizioni

Una delle principali cause della confusione sui dati risiede nel fatto che le diverse fonti non utilizzano lo stesso perimetro per calcolare gli investimenti. EY, ad esempio, si concentra su round VC, limitandosi agli investimenti effettuati tramite venture capital tradizionale. Al contrario, Polimi e Growth Capital con Italian Tech Alliance includono anche altri tipi di investimenti, come quelli effettuati da business angels e corporate venture capital, ovvero investimenti più piccoli e distribuiti, che non rientrano nel calcolo di EY.

Non solo. Le definizioni di “startup italiana” sono molto più flessibili in alcuni report rispetto ad altri. Growth Capital, per esempio, considera come italiane anche le startup che, pur avendo fondatori italiani, hanno sede legale all’estero. Un caso che fa spesso discutere è quello di Bending Spoons, unicorno italiano che ha la sua sede legale a Copenhagen, ma che in Italia è ritenuta parte del nostro ecosistema. Tralasciando il fatto che ci sono molti dubbi sul fatto che Bending Spoons sia ancora una startup…

Tutto ciò rende difficile fare un vero e proprio confronto tra le fonti e genera inevitabilmente la percezione che i dati siano distorti o incompleti. Ma la responsabilità non è delle singole fonti. A livello nazionale, il mercato italiano del venture capital soffre da sempre di un difetto strutturale: la mancanza di standardizzazione. Non esiste un organismo centrale che raccolga, verifichi e certifici i dati in modo uniforme e imparziale, creando, di fatto, un vuoto che viene colmato da singoli report settoriali, a volte contrastanti tra loro.

Le ragioni e gli effetti della confusione

La principale causa della confusione sui dati del venture capital in Italia risiede nella differente definizione di cosa sia un investimento VC e chi possa essere considerato un beneficiario italiano. Le fonti adottano criteri distinti e non trasparenti sulla provenienza geografica, il tipo di operazione (round VC vs equity), e la dimensione degli investimenti.

La mancanza di un organismo centrale di certificazione dei dati e di un sistema nazionale di standardizzazionerende tutto questo ancora più difficile da digerire. Finché non si adotteranno regole condivise per la raccolta e l’analisi dei dati, la confusione continuerà a imperversare nel settore.

Se da un lato i dati provenienti da EY possono essere accolti positivamente come indicatore di crescita, dall’altro le divergenze con altre fonti sono difficili da ignorare. Per costruire un ecosistema del venture capital solido e trasparente, è necessario superare le attuali incongruenze e avviare una vera e propria riforma della raccolta dati. Solo così sarà possibile comprendere davvero dove si trovano le vere opportunità per le startup italiane e come creare un percorso sostenibile verso il successo internazionale.

La mancanza di dati stabili e credibili nel tempo ha un impatto negativo sull’ecosistema delle startup e dell’innovazione, a diversi livelli.

La frammentazione dei dati impedisce all’Italia di presentare una visione coerente e forte dell’ecosistema del venture capital ai partner internazionali, limitando la possibilità di attrarre capitali esteri. Effetto: rappresentazione distorta del mercato all’estero.

Questa situazione finisce per mettere in difficoltà anche gli investitori: la varietà dei dati e la loro difficoltà di comparazione rendono arduo fare scelte di investimento informate.

E poi c’è anche un effetto sui decisori pubblici: le discrepanze nei dati rallentano l’elaborazione di politiche pubbliche efficaci, poiché non è chiaro quali siano le reali dimensioni e tendenze del mercato e doce e come sarebbe necessario intervenire.

Ecco perché non servono nuovi report, osservatori, barometri, termometri o altro ma quel che a questo punto è necessarioun momento di definizione e condivisione dei criteri con cui fotografare in maniera quanto più veritiera possibile, seppur con tutte le approssimazioni delle statistiche, dimensioni e andamento del mercato italiano del venture capital. Si riuscirà a farlo?

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