AFI: la Trasformazione Digitale è un’opportunità per ogni produttore

L'INTERVISTA

La Trasformazione Digitale: un’opportunità per ogni produttore di musica



“Tecnologia e Musica sono ormai una coppia di fatto”: così Sergio Cerruti, Presidente di AFI, spiega in questa intervista a Economy Up il processo di digitalizzazione delle piccole e medie imprese di produttori discografici indipendenti

di Stefania Barbato

07 Mag 2021


L’Associazione Fonografici Italiani è un’associazione storica e dal 1948 ha la missione di rappresentare il movimento musicale nei principali eventi italiani e all’estero, occupandosi della sua salvaguardia.

Nello specifico, AFI riunisce e rappresenta gli interessi delle piccole e medie imprese di produttori discografici indipendenti italiani e tutela e ripartisce i diritti connessi per pubbliche esecuzioni, i diritti derivanti da copia privata e quelli derivanti da nastri base playback. E quando si parla di musica oggi, non si può non far riferimento al momento difficile che, come il settore dello spettacolo nella sua totalità, queste imprese stanno vivendo.

Ne abbiamo parlato meglio con Sergio Cerruti, giovane e carismatico Presidente dell’Associazione che, con il suo background da dj e imprenditore, ha delineato una dettagliata fotografia della situazione attuale, con segnali di speranza per il futuro.

La musica e la tecnologia sono diventati un binomio fondamentale: vanno di pari passo e si autoalimentano. Come si pone AFI in questo contesto?

Li definirei una vera e propria coppia di fatto. Uno di quei matrimoni obbligati dove ci si scopre sempre più simili. Prima l’arte guardava alla tecnologia come si guarda ad un nemico, oggi invece la digital transformation ha cambiato il mercato musicale così come la vita delle persone. Nel caso dell’arte, strumenti come ad esempio blockchain e NFT, hanno dato un nuovo impulso al mercato. Dopo anni di crisi, il bilancio sta salendo grazie allo streaming, alla vendita di device e alla fruizione di contenuti che, con la maggiore diffusione di bande 3G, 4G e così via, sono sempre più mainstream. E questo dato è destinato a crescere sempre di più. Basti pensare a tutte quelle aree non ancora coperte e che vedranno l’arrivo della banda nei prossimi anni. Nuovi utenti che porteranno i numeri a crescere grazie ad anni di digitalizzazione.

Proprio in merito ai Non Fungible Tokens, AFI come si pone rispetto a nuovi modelli tecnologici e alternativi di guadagno?

AFI ha una storia di 72 anni ma come Presidente sto spingendo molto sulla digitalizzazione. NFT così come blockchain sono concetti molto affascinanti ma allo stesso tempo penso sia necessario rimanere coi piedi per terra. Sì, ci sono i primi dischi e opere d’arte in NFT ma molto dipende dall’utilizzo che se ne farà nel concreto. Sono strumenti che hanno molte potenzialità ma in Italia abbiamo altri ragionamenti urgenti da fare, come ad esempio portare la banda in tutti i comuni. Sicuramente cablare il Paese è la priorità. Parallelamente si può incominciare ad affacciarsi alle tecnologie per adattarle nella vita di tutti i giorni. Ci vuole anche education, sennò succede come quella signora che ha investito e ha guadagnato 6 milioni di euro in Bitcoin ma non sa come cambiarli.

Parlando di tecnologie già esistenti e quotidiane, come le piattaforme di streaming, si discute molto sul tema dei guadagni degli artisti. Come si può trovare un giusto equilibrio tra piattaforme e artisti?

Sono anticonformista da questo punto di vista perché penso che il valore sia nella capacità di distinguere tra le diverse piattaforme. Quando parliamo di mercato musicale, molto lo dobbiamo proprio a Steve Jobs che, quando stava per lanciare il primo Ipod, è andato dalle case discografiche per chiedere un accordo copyright. Apple ha dato davvero tanto al nostro settore.

Penso che il problema sia invece aumentato quando ci siamo trovati davanti a social come Tik Tok, Facebook e altri che hanno messo in un angolo i diritti. Presto verrà attuata in Italia la direttiva europea volta a tutelare proprio i contenuti utilizzati.

Non c’è armonizzazione tra quello che ogni piattaforma paga, e talvolta le Big tech hanno fatto resistenza. Bisogna anche dire che lo stesso discorso si può fare anche con le radio. La realtà è che il value gap è reale ma in questo momento c’è comunque volontà di armonizzare e recepire i cambiamenti con la giusta tutela, cosa che nel nostro settore non è sempre facile. La cultura è un’industria e servono ministeri e tecnici in grado di interpretare le esigenze e capire che chi utilizza musica deve remunerarla, per non creare inequità.

Quali sono quindi le opportunità di artisti e produttori, rappresentate dal digitale? Come potrebbero essere sfruttate?

Facebook dovrebbe pagare i creatori di contenuti. La verità è che il digitale può rappresentare una seconda vita per gli artisti. Prendiamo esempio dalla Disney, che ogni 25 anni riprende un suo film e lo ripropone ad una nuova generazione di bambini utilizzando le nuove tecnologie. Occorre imparare dagli errori per poi organizzarsi meglio.

Parlando appunto di organizzazione, cosa si può fare per una nuova ripartenza nel mondo della musica, della cultura e degli eventi?

Occorre cambiare mentalità. Siamo un popolo di artisti e ci esprimiamo con design, moda e cultura. Siamo conosciuti in tutto il mondo per questo. Possiamo fare tanto ma per farlo dobbiamo avere più fiducia in noi. Le imprese vanno fatte funzionare innanzitutto prendendo consapevolezza della nostra bravura culturale che però va utilizzata bene. AFI, unita alle altre associazioni, ha chiesto una riorganizzazione del Ministero della Cultura con una sezione musica proprio per fare impresa bene. Dobbiamo essere preparati per sfruttare il rimbalzo del mercato che trainerà questi prossimi anni.

C’è un modello europeo a cui l’Italia dovrebbe guardare per riorganizzarsi?

Siamo il secondo Paese europeo che ha recepito la Direttiva Copyright. Siamo stati molto bravi sotto questo punto di vista, secondi solo alla Francia che da sempre ha funzionato bene anche grazie al protezionismo. Dovremmo forse ispirarci a loro per valorizzare il nostro Made in Italy. Se pensiamo all’Inghilterra, poi, dove l’intrattenimento è il terzo mercato per valore economico, abbiamo tanto da imparare. Dovremmo essere bravi ad organizzarci come gli inglesi ma mantenendo sempre la simpatia e il cuore degli italiani.

Stefania Barbato

Appassionata di musica, libri e tech, contribuisce a sviluppare l’ecosistema startup italiano con progetti innovativi, creatività e go-to-market