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SCENARI

2017, un anno importante per l’economia italiana e la cultura dell’innovazione

di Andrea Rangone

22 Dic 2017

Per la prima volta dopo 10 anni la crescita del pil supera l’1%. Nelle aziende è cresciuta la consapevolezza del cambiamento tecnologico. La politica ha fatto la sua parte e ci sono stati gli investimenti sulle infrastrutture. Non ci sono più motivi per rinviare una seria strategia di trasformazione digitale

Il 2017 è un anno importante per l’economia italiana, perché per la prima volta dopo 10 anni la crescita del pil supererà l’1 per cento (1,6 per cento per la precisione secondo le ultime stime): finalmente anche nel nostro paese l’economia torna a crescere bene. Diversi altri indicatori confermano un quadro economico ragionevolmente positivo. L’occupazione torna a salire, permanendo però la sacca negativa e preoccupante dell’impiego giovanile. Così come l’inflazione e la fiducia delle imprese e dei consumatori.

Guardare al futuro con lungimiranza

Questo scenario crea le condizioni giuste per poter finalmente guardare con maggiore serenità ma anche con maggiore lungimiranza al futuro. Si, perché è importante ricordarci che siamo nel bel mezzo della quarta rivoluzione industriale: quella abilitata dalla messa in rete, oltre che di tutte le persone e di tutti i dispositivi (pc, smartphone, smart tv, wearable, ecc.), anche di tutti gli oggetti (internet of things), dall’analisi in tempo reale di mole infinite di dati di ogni natura (big data), dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale che si affianca a quella umana per sostituirla nelle attività più standard e ripetitive e per potenziarla enormemente nelle altre.

Come in tutte le precedenti rivoluzioni industriali, non cambiano solo le tecnologie ma interi settori e mercati: banche, assicurazioni, utility, imprese manifatturiere e distributive, editori hanno di fronte scenari molto discontinui rispetto al passato, che saranno in grado di cavalcare – e non subire – solo attraverso una profonda trasformazione non solo dei prodotti e dei processi, ma anche e soprattutto della cultura aziendale, delle competenze chiave e dei modelli di business.

Diverse imprese hanno chiara questa consapevolezza e hanno già iniziato a muoversi nella direzione giusta. Altre hanno ancora una limitata percezione della portata e della velocità del cambiamento in atto e stentano ad attivare concreti programmi di trasformazione. Altre ancora – e sono la maggior parte purtroppo – non hanno ancora minimamente capito quello che sta accadendo: sono una buona parte delle nostre PMI – “belle addormentate” in attesa di un’economia del passato che non ritornerà più, ma anche tante grandi imprese –  “vecchie glorie” che pensano di conservare il loro lustro senza cambiare pelle.

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La barriera culturale che frena l’innovazione

Le ragioni alla base di questa situazione sono numerose. Ma quella di gran lunga più importante è la grande barriera culturale che frena da anni l’innovazione digitale del nostro Paese: in Italia la consapevolezza che l’adozione innovativa delle tecnologie digitali e la messa a punto di nuove progettualità imprenditoriali sia l’unica via possibile per sfruttare la quarta rivoluzione industriale e avviare così una nuova fase di sviluppo economico, è ben poco diffusa, a tutti i livelli. Questa coscienza manca ancora a troppi imprenditori, manager, professionisti, accademici, politici, giornalisti, studenti, dirigenti pubblici.

Come si supera questa barriera? Come riuscire nel nostro Paese a generare la necessaria attenzione alla trasformazione digitale? Un ruolo chiave è svolto dai riflettori della politica. Abbiamo visto in altri casi, e in parte lo stiamo vedendo anche con il piano Industria 4.0, che l’iniziativa del governo si porta dietro l’attenzione di tutti i mass media – giornali, radio, tv, portali – creando così interesse nel grande pubblico. A catena si genera curiosità, conoscenza, dibattito, che finiscono per creare un clima favorevole al cambiamento. Questo effetto si ottiene, però, solo se c’è continuità, sia a livello nazionale sia a livello locale, e tutto non si esaurisce nell’exploit di un annuncio o nel dibattito attorno a un provvedimento legislativo.

Non ci sono più alibi economici , politici o infrastrutturali

Negli ultimi anni è stato fatto “abbastanza” dai governi per portare l’attenzione sulla nuova imprenditorialità e sulla trasformazione digitale – dalla startup policy al piano Industria4.0 fino alla nomina di un commissario per l’Italia digitale.  Certo si può sempre fare di più e meglio, ma se pensiamo al passato, non possiamo non vedere la differenza. Il bicchiere ha cominciato a riempirsi. E speriamo continui a riempirsi sempre di più anche con il nuovo governo, oramai alle porte.

Anche a livello infrastrutturale si è investito molto negli ultimi anni e sono stati fatti importanti passi in avanti. Il 5G è ormai prossimo e rappresenterà una svolta per tutti i nuovi servizi basati sull’internet delle cose. Anche a livello di banda larga fissa, si sono fatti investimenti importanti negli ultimi due anni, recuperando il gap che ci separava dagli altri paesi europei.

Non ci sono più alibi economici, né politici, né infrastrutturali. Non ci sono più motivi per rinviare una seria strategia di innovazione e trasformazione digitale nelle nostre imprese, una strategia capace di aumentare produttività e redditività. In uno scenario come quello attuale, nazionale e internazionale, in cui non mancano le risorse finanziarie e si sono create le condizioni positive per nuovi investimenti, chi non premerà il piede sull’innovazione avrà una sola giustificazione: miopia culturale. E così facendo si precluderà ogni possibilità di crescita e di futuro.

 

 

 

 

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Andrea Rangone
Ceo Digital360

Da due decenni attento osservatore e analista delle tecnologie digitali e dei processi di trasformazione digitale, è co-founder degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano

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